images-w1400

Perché in Italia abbiamo bisogno tantissimo di giornalismo investigativo (a proposito di Dig awards)

(nella foto un frame di Collective di Alexander Nanau)

di Francesca Coin e Christian Raimo

C’è un vuoto fondamentale nella storia culturale italiana: l’assenza del giornalismo investigativo; i meridiani sulla storia giornalismo italiano dall’unità d’Italia (quattro volumi Mondadori) non censiscono praticamente di inchieste, reportage, e soprattutto investigazioni. In Italia certo esiste un giornalismo indipendente, che a fatica, in alcuni casi, si è affrancato dagli interessi particolari che dominano le principali testate giornalistiche e l’editoria. Esiste ancora una televisione pubblica che di rado è indipendente, e che quando lo è trasforma l’inchiesta giornalistica in una forma di intrattenimento. Ed esiste per fortuna l’inchiesta sociale, una tradizione che attraversa la cultura italiana in modo trasversale, servendosi di registi, scrittori, sociologi o operatori sociali come Danilo Dolci e Luciano Bianciardi, Danilo Montaldi e Pier Paolo Pasolini, per raccontare i quartieri, le cinture urbane e le aree umanamente ricche e materialmente depresse del paese. Ma non esiste una tradizione di giornalismo investigativo, lo stesso giornalismo investigativo che all’estero è riuscito a tenere appese a un filo le sorti politiche di interi paesi, pensiamo ai 376 giornalisti che hanno studiato 11,5 milioni di documenti per svelare i legami tra personalità politiche i paradisi fiscali, i cosiddetti Panama Papers; all’inchiesta che ha portato a galla lo scandalo di Cambridge Analytica e l’influenza che ha avuto sulla Brexit. Il giornalismo investigativo è tanto indispensabile alla democrazia quanto è l’avversario dei poteri costituiti, perché il giornalismo investigativo è politicamente scomodo, economicamente costoso e intrinsecamente ostile a ogni forma di sudditanza politica.

Rimangono però giornalisti investigativi bravissimi sia in Italia che all’estero.

All’estero c’è l’Investigational Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) che coinvolge anche alcuni italiani, consorzio di giornalisti d’inchiesta che in collaborazione con diverse testate internazionali da anni si occupa di studiare le operazioni di evasione fiscale, riciclaggio e contrabbando che legano le più grandi multinazionali internazionali alla politica. E in Italia esistono pochi bravissimi giornalisti investigativi che da anni si occupano di salvare la categoria, il genere, il metodo e l’etica dalle ingerenze del potere, dal calo delle risorse e dalla situazione di vulnerabilità cui sono esposti i giornalisti free-lance quando decidono di lavorare in modo indipendente per preservare la libertà di inchiesta e di informazione. Non sarebbe sbagliato dire che i migliori tra questi giornalisti si sono riuniti nel DiG, un’associazione senza fini di lucro che sostiene i reporter e i freelance che si dedicano a inchieste e reportage per difendere la libertà di informazione. Dall’8 all’11 ottobre a Modena c’è stato il Festival di Dig, una quattro giorni di proiezioni, dibattiti, discussioni che ha portato nella città emiliana reporters e free-lance da tutto il mondo guidati da una giuria di eccezione, dal Presidente Alexander Nanau, regista e documentarista rumeno (di cui Dig ha mostrato il capolavoro assoluto Collective (2019), inchiesta sulla sanità rumena e la corruzione degli ospedali per ustionati dopo l’incendio di una discoteca) a Mariana van Zeller del National Geographic, Juliana Ruhfus di Al Jazeera, Margo Smit di ICIJ, Marina Walker Guevara del Pulitzer Center, sino a registi come Tim Travers Hawkins, di recente nominato agli Emmy Awards per il suo meraviglioso lungometraggio XY Chelsea (2019), un documentario dedicato al calvario politico e alla detenzione della whistleblower Chelsea Manning, ex analista dell’intelligence statunitense in Iraq che nel 2010 ha reso pubblici migliaia di documenti riservati che rivelavano i crimini dell’esercito statunitense in Iraq. Ma l’elenco delle cose belle e importanti di Dig è impossibile da fare, si potrebbe partire dal meritatissimo primo premio per il best investigative long  a Dirty banking di Joachim Dyvermark, Linda Kakuli, Per Agerman, Axel Gordh Humlesjö per andare fino al toccante The writer from a country without bookstores dello spagnolo Marc Serena, alle riflessioni sulla storia di Vanessa Roghi e Alessandro Portelli, a quelle sul giornalismo di Annalisa Camilli o Francesca Mannocchi, Simone Pieranni o Leonardo Bianchi, Pierpaolo Ascari o Andrea Zanni: storie collettive e storie solitarie s’intrecciano, e mostrano come forse il racconto coraggio più che il racconto della condizione delle vittime sia una qualità necessaria del tempo che viviamo.

Il Presidente di DIG è Matteo Scanni, che dal 2001 dirige la Scuola di giornalismo dell’Università cattolica, e si occupa da anni di mafia, politica e conflitti internazionali. Il co-fondatore e vice-presidente è Alberto Nerazzini, giornalista investigativo che ha lavorato per anni in RAI a SciusciàAnnoZero e Report, di recente ha pubblicato 121269, un podcast d’inchiesta a puntate sulla strage di piazza Fontana. Nerazzini è anche autore di alcune tra le più importanti inchieste sulla sanità lombarda, di cui rivelava il sistema clientelare, l’ingerenza privata e il ruolo di Comunione e Liberazione in tempi non sospetti, quando ancora Formigoni era presidente della regione e la sanità lombarda era considerata un modello, dieci anni prima del collasso che è stato sotto gli occhi di tutti durante la pandemia. Nel board di Dig sono anche Davide Fonda, regista e giornalista che lavora a Report su Rai 3; Valerio Bassan che lavora come digital strategist e product management per compagnie di media italiane e internazionali e Philip di Salvo ricercatore e giornalista di base all’Institute of Media and Journalism dell’Università della Svizzera Italiana.

In pochi giorni e nel cuore di una pandemia, per fortuna appena prima che la situazione peggiorasse come negli ultimi giorni, questo piccolo gruppo di giornalisti è riuscito a organizzare settanta eventi, tra proiezioni, ascolti, dibattiti, panel, e una parte per addetti ai lavori di livello altissimo chiamata Academy.

Ma soprattutto sono riusciti anche a portare al centro della discussione il tema del giornalismo investigativo e a far capire quanto sia indispensabile un giornalismo veramente indipendente che sia capace di mettere in tensione le istituzioni e la politica. Quanto sia importante una rete di giornalismo investigativo internazionale che costringa la politica a tenere conto del pericolo di una informazione libera e non servile come quella che domina buona parte della cultura italiana. Quanto sia fondamentale il lavoro di giornalisti così coraggiosi e eticamente liberi, e quanto sia tempo di creare le condizioni politiche perché possano lavorare senza divenire troppo facilmente il bersaglio di chi vorrebbe metterli a tacere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aggiungi un commento