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Perché la povertà salverà l’Italia

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(nella foto, La pavona, nota anche come La cornuta, la macchina da caffè disegnata da Gio Ponti nel 1949)

Questo pezzo è uscito su Linkiesta.

Da anni, ormai, i giovani italiani si sentono ripetere che sono e saranno i primi a dover affrontare nella loro esistenza condizioni materiali peggiori rispetto a quelle dei padri (ma non, significativamente, dei nonni). Lontani dunque i tempi del boom e dei baby-boomers, cresciuti in un’era di pace e prosperità, sicuri del proprio posto nella realtà: la nostra esperienza quotidiana è nel migliore dei casi simile alla navigazione a vista, nei più estremi a una situazione post-bellica.

La domanda da porci, però, è forse un’altra: siamo proprio sicuri che una vita più povera sia necessariamente anche più infelice? Che rapporto c’è tra la scarsità dei beni disponibili e i risultati che si ottengono?

Goffredo Parise – sulle medesime pagine del “Corriere della Sera” in cui Pasolini pubblicava i suoi affondi chirurgici al cuore della mutazione in atto negli anni Settanta – poteva portare avanti con la sua proverbiale elegante semplicità questo geniale ribaltamento dei (neonati, allora) paradigmi consumistici: “Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è ‘comunismo’, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. (…) Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita” (Il rimedio è la povertà, “Corriere della Sera”, 30 giugno 1974, pubblicato in Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013, pp. 18-19).

In questa differenza sostanziale tra povertà e miseria si gioca ancora oggi gran parte della questione italiana: urge una nozione nuovamente impegnativa e audace della nostra identità collettiva, da contrapporre all’insopportabile arrendevolezza e passività che ci circonda; una nozione in grado di riscoprire l’“educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita”.

Del resto, se ci pensiamo, anche il meglio del design italiano del dopoguerra si fondava sull’estrema scarsità delle risorse, e sul loro impiego efficiente e creativo. Nel territorio dell’innovazione industriale, infatti, i limiti oggettivi imposti dalle condizioni dello sviluppo nazionale rappresentarono dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il contesto in cui videro la luce nuovi oggetti, semplici e complessi: nacque così la Vespa (1946), commissionata da Enrico Piaggio all’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio e destinata a divenire uno dei veicoli di maggior successo, al tempo stesso maneggevole, economica e sofisticata. O la Lexicon 80 (1948) della Olivetti, disegnata da Marcello Nizzoli, con la sua scocca apribile in metallo di colore beige, dalla forma sinuosa e compatta. Oppure, la macchina per il caffè espresso Modello 47 (1949), disegnata da Gio Ponti per La Pavoni e soprannominata per la sua forma “la Cornuta”, la prima macchina da caffè a caldaia orizzontale, essenziale e interamente realizzata in ottone cromato.

Lo stesso neorealismo consiste principalmente nella ricostruzione di uno sguardo culturale sulla realtà condotta a partire dalla mancanza di tutto: una ridefinizione radicale della prospettiva attraverso cui gli italiani percepiscono il mondo che li circonda, e se stessi; una rinascita del cinema – e della letteratura – come “campo di contraddizioni” (Gian Piero Brunetta). Nell’immediato dopoguerra, l’Italia riuscì quindi a ricostruire una forma alta ed efficace di consapevolezza guardando la propria realtà tragica, non certo continuando a negarla e a rifiutare di considerarla per quello che era: il suo ‘grado zero’ non era solo un’ipotesi, ma la situazione concreta in cui era piombata la collettività.

Nei nostri momenti migliori, il pensiero culturale riesce a riconoscere nella massima chiusura di orizzonti, nella negazione di ogni possibilità, il momento in cui altri orizzonti si schiudono. È capace così di generare un immaginario che prima non esisteva nella percezione comune: si infila in un interstizio della realtà perché lo crea.

Bando dunque a qualsiasi “grande bellezza”: questo tipo di retorica condensa molto probabilmente tutta la nostra tendenza a interpretare la cultura in chiave esclusivamente consolatoria, autocelebrativa e autoassolutoria. La bellezza, la cornice interpretativa della bellezza, è di fatto uno dei motivi che ci sta impedendo di accedere al nuovo. Costruire cose piccole, ingegnose, resistenti e ben fatte, e attraverso queste costruire una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio, oltre la stupidità e l’ignoranza e la miseria e la sconfitta: la povertà, intesa in questo modo, è stata ed è in grado di dare forma all’Italia del futuro.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
Commenti
15 Commenti a “Perché la povertà salverà l’Italia”
  1. RobySan scrive:

    La povertà della quale si parla qui altro non è che sobrietà, cioè uso ragionato e parsimonioso delle risorse. Come diceva anche mio nonno: “non sprecare mai, anche se ne hai di più”. Non è che sia una grandiosa scoperta: per la maggior parte della nostra storia ci siamo comportati così. C’è stato un periodo di ubriacatura? Be’, mo’ ci facciamo una doccetta fresca fresca e ci passa.

    P.S.: “Costruire cose piccole, ingegnose, resistenti e ben fatte…”: sacrosanto. Ma posso dire, per esperienza, che il progettista che voglia, nel definire un oggetto, limitarsi alla stretta necessità d’uso e lasciar perdere i fronzoli o la logica dell’usa e getta, passa tutt’ora per rincoglionito (e, ovviamente, sono i più giovani di lui a dirglielo!).

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    Eccellente esempio di mindfucking da manuale: “sei povero? non prendertela con i responsabili, goditi la ritrovata sobrietà: vedrai che è una figata”.

    Parafrasando: tutti sobrii col portafogli altrui.

    Secondo il dizionario del Corriere della Sera:

    “Povertà”
    1 Condizione di chi (persona o entità collettiva) è privo di sufficienti mezzi di sussistenza o ne ha in maniera inadeguata SINONIMI indigenza, miseria, bisogno.

    Giornalista, pensaci, prima di scrivere minchiate. Di quelle c’è enorme sovrabbondanza.

  3. Daniele scrive:

    Bell’articolo, punto di vista sensato e che condivido, però è una strada di difficile attuazione. Non viene preso in considerazione un apetto psicologico fondamentale. Una cosa è trovarsi in un orizzonte di “povertà” uscendo da una guerra, quindi in una condizione migliore, diciamo sul trampiolino di lancio per risollevare le proprie condizioni. Un altro paio di maniche è cadere nella povertà da una situazione di maggiore agiatezza. In questi due casi non bisogna sottovalutare le condizioni di parabola ascendente e parabola discendente relative alle due situazioni: questi contesti cambiano radicalmente anche il modo di vivere e di orientarsi all’intenro dello stesso concetto

  4. Frazo scrive:

    Scusate ma la povertà in che modo si collega con la sobrietà o una sorta di Economia della decrescita che viene citata nell’articolo?
    La povertà lede il diritto alla casa e alla sopravvivenza e distrugge i valori della carta costituzionale.
    il tutto in un contesto di consapevolezza della popolazione distillato da tassi di analfabetismo funzionale da 1930 nel Polesine.
    Ma di che cosa state parlando????

  5. lorenzo scrive:

    Cosa centra la povertà con la vespa o la macchina da scrivere olivetti?
    Del resto se si parte dalla domanda “siamo proprio sicuri che una vita più povera sia necessariamente anche più infelice?” non si possono che scrivere scemenze.
    Suggerisco altri titoli
    – Siamo sicuri che cibandosi di scari dei supermercati non ne guaqdagni la linea e lasalute?
    – Siamo sicuri che dormendo in macchina non si sconfigga l’insonnia?
    Ma siamo sicuri che l’autore conosca ciò di cui sta parlando? Se lo conoscesse non ne parlerebbe in questo mnodo.

  6. Christian Caliandro scrive:

    “Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è ‘comunismo’, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. (…) Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, EDUCAZIONE ELEMENTARE DELLE COSE CHE CI SONO UTILI E ANCHE DILETTEVOLI ALLA VITA” (Goffredo Parise, Il rimedio è la povertà, “Corriere della Sera”, 30 giugno 1974, pubblicato in Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013, pp. 18-19). Più chiaro di così si muore.

  7. lorenzo scrive:

    Ferrari Lamborghini Valentino Bulgari… tutte cose che ” il pensiero culturale riesce a riconoscere nella massima chiusura di orizzonti, nella negazione di ogni possibilità, il momento in cui altri orizzonti si schiudono. È capace così di generare un immaginario che prima non esisteva nella percezione comune: si infila in un interstizio della realtà perché lo crea.”
    Christian, mangia ancora un po’ di polenta.

  8. Christian Caliandro scrive:

    Infatti, caro lorenzo, nessuno di questi “marchi del made in Italy” che tu citi sono rintracciabili nel mio pezzo. Ma tanto, che senso ha distinguere tra approcci ed epoche storiche incommensurabili, riconoscere sfumature temperature qualità differenti, giusto?

  9. Sandro scrive:

    Povertà intensa come sobrietà è una valore condivisibile, che da noi ha senso per i non poveri, per coloro che stanno abbastanza comodamente al di sopra della soglia di povertà e sono in qualche modo relativamente ricchi o ricchi tout court. Può essere – anzi dovrebbe essere – anche un valore più generale di orientamento dei comportamenti collettivi, perseguibile all’interno di una visione della vita sostenibile, di un rapporto armonico con la natura, con gli altri, ecc.
    La vita è varia. Ho conosciuto clochard felici di essere dei clochard. Ho visto – nel bel documentario di Kiarostami Abc Africa di qualche anno fa – i bambini dei villaggi poveri dell’Africa sorridere come non sanno più fare i nostri bambini, che maneggiano telefonini e videogiochi e frignano in continuazione. Ho incontrato la povertà dignitosa e accogliente, serena, di tanti campesinos dell’allora (e credo ancora oggi) poverissimo Guatemala. Povertà materiale non significa necessariamente povertà culturale e morale.
    Da tempo si parla di nuove povertà e di povertà immateriali. E credo che stia qui il vero problema. Le vere povertà sono oggi le povertà relazionali, che sono spesso alla base anche delle povertà materiali. L’uomo ricco è l’uomo ricco di relazioni, a prescindere dal posto che occupa nella gerarchia sociale. E’ l’uomo che sente di appartenere a un luogo, a un mondo, a una comunità di esseri viventi. E’ l’uomo che abita la terra. Dobbiamo costruire una società fondata sul maggiore equilibrio tra avere ed essere.

  10. Brantomio scrive:

    Quando si è assuefatti e dipendenti dai consumi e dai bisogni indotti, è difficile pensare ad una alternativa.
    In realtà oggi la tecnologia ci mette a disposizione gli strumenti per vivere “poveramente” ma con una più alta qualità della vita.
    Può darsi che qui sia la chiave per consegnare ai nostri figli un mondo migliore, se non più opulento di quello che abbiamo ricevuto.

  11. lorenzo scrive:

    Opulento? per chi?
    O devo dire di aver vissuto in un mondo opulento perché non pagavo la visita dal dottore, o le tasse scolastiche non erano alte? Credo che i poveri sono stati sempre poveri, e oggi sprofondano nella miseria.

  12. Stefania scrive:

    Povera’ secondo me e’ un concetto che si definisce e si differenzia per una questione di grado. Si percepira’ povero chi perde o aspira a una quiota o un certo grado di benessere. L’ unico significato che puo’ considerarsi trasversale e’ secondo me quello di poverta’ come condizione spirituale. Percio’ la questione non e’ aspirare alla poverta’ per ridare autenticita’ alla nostra esistenza ma , qualora ci tocchi questa condizione di privazione, viverla come una opportunità’.

  13. Brantomio scrive:

    Le vacanze a Sharmelsheik sono opulenza.
    Il cellulare di 200 euro cambiato tutti gli anni è opulenza.
    L’auto per fare pochi chilometri è opulenza.
    Le fragole a novembre sono opulenza.
    La badante per la nonna è opulenza.
    Etc etc

  14. lorenzo scrive:

    A Marcantonio, chi c’è mai andato in vacanza? ciò un cellulare da 20 euri, l’auto non ce l’ho, le fragole nun le magno manco in agosto e la badante spero de morì prima, sennò non so.
    Però se vai il sabato in pizzeria non trovi un posto libero…
    @Stefania, oltre la questione di grado esiste anche la precisa definizione di povertà come reddito inferiore a…

  15. Riccardo scrive:

    Pfui.

    Di fronte a tutto quello che potrebbe offrire la tecnologia per tutti, solo il grande capitale finanziario non vuole, la soluzione sarebbe la frugalità.

    Ma per favore, bisogna invece investire molto in tecnologie sostenibili e che diano di più a tutti.

    Per gli altri, nel bosco a fare legna per l’inverno e niente aspirina per il mal di denti.

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