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Perché lavoro nell’editoria autosfruttandomi? Per paura.

Riprendiamo questo post dal blog di Federica Aceto, che ringraziamo.

di Federica Aceto

È di poche settimane fa la campagna #ioleggoperché. Io non so se ha funzionato, non so se i non lettori incalliti o quelli occasionali si sono incuriositi, pentiti, offesi o anche solo accorti della sua esistenza. Davanti a questa iniziativa, non poche persone che lavorano con e nell’editoria hanno storto il naso. Personalmente, in questa campagna ho trovato due pecche: 1) quella di considerare i non lettori come pagani da convertire. Lo dico da profana, da fruitrice e target di campagne di comunicazione e di marketing e non da esperta, quindi posso benissimo sbagliare, ma a me pare che se devi spiegare a qualcuno perché una cosa è fica, questa cosa perde di colpo qualsiasi brandello di ficaggine. E 2) tutto quanto ha a che fare con i libri e la lettura viene troppo spesso presentato come buono e giusto in sé. Non è così.

Sì, ok il libro non è un prodotto come un altro che può essere marketizzato, brandizzato e tutte queste altre parole mezze inglesi brutte e cattive che fanno partire altre campagne di evangelizzazione e altri #. Sì, è vero che leggere è un modo per aprire la mente. Ma non è vero che se leggi sei migliore di chi non legge, non è vero che se ti occupi di editoria sei automaticamente da annoverare tra i giusti, non è automaticamente vero che se sei un editore e la tua casa editrice fallisce è solo colpa della crisi, non è automaticamente vero che se sei un redattore o un traduttore e ti pagano poco o non ti pagano affatto è perché gli editori sono cattivi e tu non hai altra scelta. Con questo non voglio certo dire che le politiche culturali dei vari governi degli ultimi decenni siano state esemplari e che non sia anche per questo che alcune case editrici sono state costrette a chiudere, né intendo dire che gli editori che non pagano non esistono o che non hanno colpe perché la colpa è di chi accetta di lavorare per loro. Sto solo dicendo che se davvero vogliamo muoverci dal pantano in cui l’editoria è sprofondata da un po’ – il pantano delle scarse vendite, il pantano degli editori che non pagano i dipendenti, il pantano della troppa gente che continua a farsi sfruttare anche dopo l’ennesima fregatura – non c’è altra via d’uscita se non l’onestà, un’onestà a tutto tondo che non deve riguardare solo il lato economico del nostro lavoro, ma anche il modo in cui raccontiamo questo lavoro (e le ragioni delle ansie, delle fregature e dei fallimenti) a noi stessi e agli altri.

E quindi immagino questi altri tre hashtag, secondo me molto utili per capire certi meccanismi fallimentari dell’editoria di oggi: #iononleggoperché, #iononpagoperché e #iolavoroperduesoldiperché.

Chiediamo ai lettori perché non leggono, frenando la mano messaggera che gli vorrebbe regalare un libro qualsiasi perché leggere fa bene come un bel piatto di verdure, e frenando anche l’impulso di dirgli che non leggendo non sanno quello che si perdono. Perché siamo noi a non sapere quello che ci perdiamo a non ascoltare i motivi delle persone che vorremmo portare sulla retta via. I non lettori spesso hanno storie interessantissime da raccontare. I libri più belli spesso parlano di non lettori e sono stati scritti da gente che ha avuto la capacità e l’umiltà di ascoltarli e di non prenderli per il culo.

Poi chiediamo agli editori che non pagano, o che pagano poco o in ritardo perché lo fanno, perché non si rendono ben conto di essere soprattutto degli imprenditori, perché e quando hanno deciso di addossare il rischio di impresa ai loro collaboratori, interni o esterni che siano, collaboratori che però non partecipano dei guadagni; perché si dichiarano di sinistra, criticano le fallimentari politiche sul lavoro dei governi degli ultimi trent’anni; perché, all’ennesimo sollecito o dopo l’ingiunzione ufficiale di pagamento da parte dell’avvocato ti scrivono e-mail in cui ti chiedono di capire, di pazientare, ti spiegano che la crisi, la cultura, il coraggio di essere di nicchia eccetera eccetera; perché costringono i loro collaboratori a negarli al telefono, a scrivere e-mail con improbabili scuse o con penosi tentativi di dissuaderti dal rivolgerti all’avvocato; perché, in poche parole, si nascondono dietro il paravento della crisi e della giusta causa della cultura per continuare a svolgere un lavoro che, senza negare tutte le colpe delle politiche culturali (c’è bisogno di ribadirlo? lo ribadisco), evidentemente loro non sono in grado di fare in modo adeguato e onesto. Perché, caro editore insolvente, guardi Report e ti indigni, perché pubblichi libri sulla crisi del lavoro giovanile, e poi non paghi i traduttori? Quand’è che i pesi e le misure si sono mandati reciprocamente affanculo a casa tua? No, sul serio, mi interessa saperlo, dimmelo con sincerità, io ti ascolto, senza giudicarti, come se fossimo a una seduta degli alcolisti anonimi e stessimo affrontando il 5 o l’8 dei dodici passi.

E poi, infine, #iolavoroperduelireperché. Perché, davvero, perché lo facciamo? Smettiamo di tirare in ballo la passione e/o le bollette da pagare, per piacere. Se non vogliamo vanificare le nostre sacrosante ragioni non ci possiamo raccontare una versione parziale della storia. Non è victim blaming, non è un tentativo di minimizzare o cancellare i torti di chi non paga (c’è bisogno di ribadirlo? lo ribadisco): è una semplice questione di logica e responsabilità. Perché quello che pesi e misure fanno a casa degli editori, a casa dei traduttori lo fanno causa ed effetto. Perché accettiamo tariffe da fame? Perché continuiamo a lavorare con pessimi pagatori? Lo facciamo davvero per la passione, per il curriculum, per le bollette da pagare? Che poi, le bollette da pagare. Se io traduco un romanzo di 300 cartelle, di media difficoltà, per 10 euro lordi a cartella (e c’è chi lo fa per molto meno) alla fine mi spettano 3000 euro lordi. Uno può pure dire, be’, sputaci sopra. Ma se questi soldi li dividiamo per i mesi o le ore quotidiane di lavoro e ci aggiungiamo il fatto che ci arriveranno, se ci va bene, vari mesi dopo la consegna e quindi un anno, se non più, dopo la firma del contratto, quali bollette ci pago? L’Acea è Telecom nel frattempo mi hanno già staccato tutto, e questi soldi, tradotti in un salario mensile, sono al di sotto dei 500 euro al mese. Per un lavoro che, se fatto bene, è a tempo pieno. Ne vale davvero la pena? Quindi svendersi nel campo dell’editoria non paga da nessun punto di vista. La logica di pochi, maledetti e subito posso anche capirla; quella di pochi, maledetti e a babbo morto, francamente, mi sfugge.

E allora, anche qui, un po’ di sincerità. Posso solo, in questa sede, offrirvi la mia confessione per quanto possibile sincera: quando io ho accettato lavori mal pagati o da case editrici con una cattiva fama, o lavori che mi hanno costretto a un tour de force che non valeva la candela l’ho fatto per un solo motivo: la paura. La paura che un no detto da me a un editore potesse trasformarsi in mille no degli editori a me, la paura di perdere un contatto o un autore. La paura non è una buona consigliera in queste cose, ma va riconosciuta per quello che è. Io, come tanti miei colleghi, ho fatto scelte stupide e dannose nel corso della mia carriera. Ammettiamolo: come primo passo per uscire dal meccanismo malato dobbiamo smetterla di ragionare in termini di colpe, perché non ne verremo mai fuori, ma parliamo di responsabilità, parliamo di causa ed effetto. E soprattutto chiamiamo le cose col loro nome. La paura è paura, la scarsa autostima è scarsa autostima, la poca informazione è poca informazione. Non chiamiamo queste cose passione bruciante per i libri, desiderio di fare esperienza o necessità di arricchire il curriculum. Non facciamo scelte suicide oggi in nome di un futuro migliore che non verrà mai. Lo sentiamo Claudio Baglioni che ci urla “la vita è adesso”? Lo sentiamo Enrico Ruggeri che ci dice “il futuro è un’ipotesi, forse il prossimo alibi che vuoi, il futuro è una scusa per ripensarci poi”? Lo sentiamo Billy Joel che canta “Honesty is hardly ever heard and mostly what I need from you”?
Ma soprattutto li sentiamo i Durutti Column che ci dicono che domani non viene mai? Sentiamoceli, che fanno bene, quasi come un libro qualsiasi o i broccoli.

Commenti
58 Commenti a “Perché lavoro nell’editoria autosfruttandomi? Per paura.”
  1. IGORT scrive:

    mamma mia che brutta musica ascolti, figlia mia. I lettori che non leggono non ti risponderanno, temo. Proprio perché non leggendo non hanno curiosità. Il lavoro è quello di convertire una per una le persone a scoprire cosa sia leggere. Oggi che la soglia di attenzione è così bassa. Il valore della cultura non è economico. E’ un valore simbolico. Altrimenti a Fabio Volo gli darebbero il nobel. Il futuro che non verrà lo cantavano i sex pistols, era l’epoca del cinismo, della fine dell’ingenuità. Ma siamo ancora qui. E il futuro, volente o nolente, ci sepellirà. :-)

  2. Federica Aceto scrive:

    Igort, quella musica io non l’ascolto, a parte i Durutti Column (ma poi cosa importa se l’ascolto o no?), e secondo me non si deve convertire e incuriosire proprio nessuno, né uno per uno, ne a gruppi, i non lettori hanno tutto il diritto di continuare a non leggere. Grazie per il commento, ma da quello che dici mi sa che mi sono spiegata davvero tanto tanto male. O ci sarebbe anche un’altra possibilità che non oso nemmeno prendere in considerazione. W Gianni Morandi, ora e sempre.

  3. Francesca scrive:

    Ho aderito con entusiasmo alla campagna ‪#‎ioleggoperché‬, ma ne sono uscita completamente pentita. Perché ho capito che:
    1) un banchetto pieno di libri gratis attira solo chi legge già
    2) è un’iniziativa che per sua struttura non prevede la riflessione e il confronto alla pari con chi non legge (unico modo, per me, di stimolare la curiosità verso la lettura)
    3) è un’iniziativa che non ci prova nemmeno a farlo. I lettori sono, appunto, “messaggeri”, evangelisti che lo spirito santo dell’Editoria ha incaricato di convertire gli infedelinonlettori. Amen. Come se io che leggo libri Harmony fossi automaticamente superiore a chi preferisce impiegare il proprio tempo in altro.
    Perciò, sono in totale sintonia con quello che hai scritto. Peccato averlo capito troppo tardi.

  4. Michela Murgia scrive:

    Detto tutto e detto bene. Concordo su ogni virgola, compresa quella che afferma il sacrosanto diritto di ciascuno di non aprire mai un libro e non doversi sentire peggiore per questo.

  5. Giovanna Iorio scrive:

    Io ho aderito a #ioleggoperché.
    Quello che mi è piaciuto di più è stato l’impegno quotidiano, ho invitato a partecipare 600 studenti e ci siamo divertiti. Abbiamo raccolto più di duemila citazioni dai libri preferiti. Ne abbiamo fatto dei grandi poster e ora sono ispirazione quotidiana.
    Poi un gruppo di 11 studenti ha proposto una visita
    al Bambin Gesù. Abbiamo imparato noi. Come sempre chi impara è chi vince l’inerzia e fa. Non sono d’accordo neppure con una virgola dell’articolo. Per quel che vale la mia opinione, eccola. Ma la mia è soprattutto una testimonianza. C’è più forza nelle testimonianze nel parere di un osservatore, io ritengo, soprattutto in questo caso e per questa iniziativa.

  6. Federica Aceto scrive:

    Giovanna e Francesca, grazie anche a voi per i vostri commenti, ma in realtà quello che ho scritto riguarda solo molto marginalmente l’iniziativa #ioleggoperché, e se la campagna ha avuto un qualche riscontro a me fa solo piacere, o quanto meno non mi dispiace. Questo articolo però voleva riflettere soprattutto sui meccanismi malati dell’editoria, e in special modo sugli editori che non non pagano e negano a sé e al mondo di aver fallito in prima persona e i traduttori (e non solo) che si fanno sfruttare ma che addossano la colpa solo all’editore. E un meccanismo vittima-carnefice a volte da manuale psichiatrico dal quale non sono stata esente nemmeno io, come traduttrice. Ma evidentemente non sono stata abbastanza chiara, o per qualche motivo vi ha colpito o interessato solo la premessa dell’articolo.

    A Michela Murgia dico solo grazie di esistere.

  7. Dedalus scrive:

    io ti posso raccontare la mia esperienza. Dal 96 al 2001 abitavo negli USA e ho cominciato a intervistare vari scrittori per una nota rivista letteraria, ho avuto anche la copertina per uno scrittore che tutti citano ma che in pochi leggono, mai avuto un soldo, zero, niente di niente nonostante promesse, mail ecc ecc ma tanto ero distante e quindi… Ero giovine allora, lavoravo da un’altra parte e facevo tutto per passione. Vado a Portland (abitavo a DC) ad intervistare uno scrittore molto di moda allora, arrivo all’aeroporto e il biglietto che mi aveva mandato la casa editrice ovviamente non era buono, non trovavano la prenotazione, pago di tasca mia il viaggio tanto poi me lo rimborsano…niente da fare, ne’ rimborso per l’aereo ne’ pagamento per l’intervista. Ero giovine allora, lavoravo da un’altra parte e facevo tutto per passione. Intervisto altri scrittori USA per uno dei due settimanali mainstream italiani, pagamento a babbo morto come dici tu. Ero giovine allora, lavoravo da un’altra parte e facevo tutto per passione e vuoi mettere la soddisfazione di essere pubblicato anche su testate nazionali. Nel 99 traduco un libro dall’inglese all’italiano, autore di moda di Portland, pagamento da fame ma almeno in tempi decenti. La stessa casa editrice mi fa tradurre altri racconti per un’antologia, stesso pagamento da fame (anche se ci fu un minimo aumento) ma almeno in tempi decenti. Torno in Italia con parecchie amicizie con scrittori americani famosi, amicizie vere che tutt’ora durano. Parlo con altra casa editrice, negoziamo un compenso netto per traduzione di un romanzo per una delle loro collane, arrivo in casa editrice per firmare il contratto e la cifra e’ lorda nel contratto, chiedo conto al titolare della casa editrice che ha il suo cognome e mi fa “se ti sta bene e’ cosi’ altrimenti ho la fila di gente che me lo fa anche per meno”. “Grazie e arrivederci, lo faccia fare a chi vuole.” Mi guardo’ tra il sorpreso e il divertito accompagnandomi alla porta e dicendomi che con questo carattere non avrei mai lavorato nel settore editoriale in Italia. Gli risposi che se eran tutti come lui ero io che non volevo lavorarci. E’ come dici tu, se ti fai sfruttare il circolo vizioso non lo rompi mai. Ovvio che ci sia il periocolo di non lavorare piu’ se dai l’impressione di essere un rompiscatole (io non ho piu’ lavorato come traduttore da quel giorno) pero’ almeno la dignita’ va preservata secondo me.

  8. Giovanna Iorio scrive:

    Cara Federica, capisco e potrei essere d’accordo con te (e chi non lo sarebbe quando si tirano in ballo ingiustizie di cui ahimè è pieno il mondo) ma perché una tale premessa negativa su ioleggoperché per parlare di tutta altra cosa?
    Tra il dire e il fare ci sono articoli come questo. Quelli che fanno di tutta l’erba un fascio pur di mietere?
    Non so. Ho fatto la traduttrice anche io. Non credo che serva aggiungere altro. Comunque grazie della risposta. E spero che non ti dispiaccia che esistiamo anche noi che la pensiamo diversamente.

  9. Giovanna Iorio scrive:

    Ps
    Non mi convincerete che ho sprecato il mio tempo.
    Sorry!

  10. Federica Aceto scrive:

    Giovanna, certo che non mi dispiace che esista chi la pensa diversamente da me.

  11. Giovanna Iorio scrive:

    grazie di esistere a tutti allora

  12. Federica Aceto scrive:

    Dedalus, quello che racconti tu l’ho sentito raccontare con particolari diversi da tante altre persone, ma secondo me il lato positivo c’è ed è che nel mondo dell’editoria non sono tutti così. I disonesti, nell’editoria e nella vita in genere, sono convinti, un po’ per autodifesa, un po’ per stupidaggine innata, che tutti al mondo siano come loro. Ma se uno ha un minimo di tigna e di passione vera e sana per il proprio lavoro si accorge che non è così. Grazie al cielo gli editori che pagano cifre decenti e in tempi accettabili esistono. Poi che non sono la maggioranza e che comunque le cifre decenti italiane sono indecenti nel resto d’Europa è un altro discorso e non sto certo dicendo che dobbiamo accontentarci senza lottare per un miglioramento. Ma di nuovo, è tutta una questione di come vogliamo raccontare la storia a noi stessi e agli altri. I disonesti ti dicono che sei un povero illuso perché tanto sono tutti come loro. Le persone oneste ti dicono che la situazione è difficile e che il cambiamento è faticoso e possibile e parta prima di tutto da noi stessi, e cioè, editori e traduttori, ognuno per conto suo, devono smetterla di fare a scarica barile e capire la propria parte di responsabilità in questo meccanismo sbagliato.

  13. Condivido tutto, vorrei solo aggiungere un punto di vista che nel pezzo manca ed è quello del piccolo editore… che paga, magari non tanto in assoluto ma tanto per le sue possibilità, e lavora autosfruttandosi fino allo sfinimento e tenendo in piedi mille altri lavori perché la casa editrice possa funzionare come un’impresa, pagando quelli a cui chiede lavori. Solo per ricordare che esiste anche questa figura… che rinuncia alla qualità della vita sua per cercare di mantenere degli standard etici. Non lo dico per vittimismo o perché qualcuno dica “ah ma che bravi che siete”, ma perché mi pare che anche ignorare questa “tipologia” ci porti a non capire i problemi del mondo del libro in Italia…

  14. Federica Aceto scrive:

    Giovanna, dicevo grazie di esistere a Michela Murgia perché la ammiro come scrittrice e non solo. Gliel’avrei detto anche se diceva che quello che avevo scritto faceva pena. Grazie di esistere a tutti, sì.

  15. Federica Aceto scrive:

    Francesca, sono d’accordo con te, e infatti vedi il mio commento a Dedalus. Dire che esistono editori disonesti non vuol certo dire che gli onesti non esistono.

  16. Stefano scrive:

    Cara Federica, ti sei spiegata benissimo. Sapevo che gli editori non pagassero, ma non sapevo delle pietose scuse via mail. Anche se tempo fa sul sito di bibliocartina ci fu quella storia mi pare dell’editore voland, se non sbaglio. Dici bene quando scrivi che molti non si rendono conto di cosa significa stare sul mercato. Con la scusa che il prodotto è un libro. Solo che questa idea balzana che i libri sono un’altra cosa io la vedo ripetere da un sacco di gente, non solo dagli editori. Così come sento spesso parlare di aiuti che lo Stato dovrebbe dare all’editoria. e ancora una volta, questi discorsi non li fanno solo gli editori, che ne hanno tutto l’interesse, nell’ottica del capitalismo straccione italiano. questi discorsi li sento fare anche qua, anche su nazione indiana. ascolti Moresco elemosinare attenzione e fare l’incompreso e poi te lo ritrovi a pubblicare per mondandori. e poi mi capita di leggere discorsi di gente che stimo, che si preoccupa del fatto che in futuro Mondadori continuerà a pubblicare anche Moresco, come se ormai le persone avessero introiettato l’idea della concessione. In ogni caso agli editori non va chiesto nulla. Gli editori che non ce la fanno devono fallire, punto, così come chiude il bar sotto casa. Ne fallisce uno e ne riapre un altro. così funziona il mercato. Quello che possono fare le varie persone come te è fare gruppo, cominciare a smerdare uno per uno i vari editori, e chiedere manforte e responsabilità ai lettori, cominciando a boicottare.

    A parte ciò devi comunque mettere in conto che il mercato italiano è piccolo, e spazio per tutti non c’è, quindi forse per alcuni traduttori può essere il caso di pensare per una volta a mettere assieme i propri piccoli capitali e rischiare in proprio. così almeno se ti va male ci rimetti e basta e non hai regalato il tuo lavoro a nessuno. e comunque da soli si ha più paura.

  17. Stefano scrive:

    Aggiungo che negli anni si è continuato a parlare di editoria in crisi. come se l’editoria fosse un blocco unico, e non la somma dei vari editori, che sono in competizione fra loro. leggo articoli che lamentano la deriva manageriale degli editori e allo stesso tempo lamentano la crisi degli stessi. come se ci fosse una legge divina che garantisse il diritto alla vita degli editori e allo stesso tempo che gli editori abbiano una qualche forma di obbligo morale verso i lettori. L’editore x pubblica libri scadenti, e sono fatti suoi, però trovi sempre qualcuno che disapprova, come se in fondo fosse tutta una famiglia. io quando faccio spesa compro ciò che mi piace, se provo un prodotto nuovo e non mi piace non lo ricompro, ma non è che mi metto a scrivere articoli per chiedere all’azienda di cambiare strada. al limite dico che non mi piace e poi vedranno loro. più in generale il problema è di mentalità, perché dai tempi del fascismo la nostra economia ha preso la strada degli aiuti di stato e delle corporazioni. e poi basta con la retorica dei piccoli editori. se uno si autosfrutta fino allo sfinimento non sta mandando avanti un’impresa, sta mantenendo un’agonia finanziaria. allora tanto vale farlo come passatempo, consapevoli di agire in rimessa perché non si ha in mente il guadagno. basta saperlo e dirlo. così anche i collaboratori possono più serenamente scegliere se collaborare comunque perché si partecipa a qualcosa in cui si crede oppure no.

  18. Gloria scrive:

    Cara Delevingne guadagna 70.000 dollari per dieci minuti di passerella: e ha ventidue anni! L’anno scorso ha fatturato 1,3 milioni di dollari. Ma di che stiamo a parla’?
    Quante ambizioni, sogni e desideri sbagliati! Studiare tanto per andare a fare la fame! Gli editori non pagano? andassero affanculo! Che nessuno lavori più per loro e chiudessero i battenti! C’è gente che si sta godendo la vita alla grande, che sta facendo una vita fantastica tra yacht di lusso, feste, spiagge da sogno e tanti amori; e noi? Mi sono rotta il cazzo di ‘sta vita da esseri umani di serie B e C; chi non paga deve fallire! Altro che non ci sono i soldi! I soldi ci sono eccome, ma sempre e solo per i soliti noti. Fanculo!

  19. simone scrive:

    io credo tutto sommato che il discorso su #ioleggoperché abbia un senso: di tutto si è parlato fuorché del lavoro editoriale, del lavoro che sta dietro la creazione di un libro. insomma, il fatto di propagandare l’idea che il libro sia un oggetto diverso, un oggetto altro rispetto agli altri, a metà strada tra un qualcosa di artigianale e un’idea platonica, ha come logica conseguenza quella di considerare anche il lavoro editoriale come lavoro altro, lavoro diverso, a metà strada tra qualcosa di artigianale e un’idea platonica. e che quindi richiede un altro tipo di compenso. con tutti i danni che vengono elencati e spiegati nell’articolo. insomma, il problema mi sembra ben centrato.
    e poi mi è piaciuto molto il fatto che i pesi e le misure si siano mandati reciprocamente affanculo. non so. ben trovata. un po’ frivola come constatazione, ma mi sentivo di dirlo.

  20. simone scrive:

    quando dico un altro tipo di compenso, intendo dire che si tratta di un compenso diverso da quello che si offrirebbe per un qualsiasi altro lavoro artigianale, tipo il falegname che ci costruisce l’armadio. e insomma. certo fare i libri non è come fare un armadio, ma di sicuro per fare un libro non è sufficiente stare chiusi in una stanza e concentrarsi molto su bighe alate.
    insomma, mi rendo conto di non stare raggiungendo vette di chiarezza ed eleganza di pensiero, però credo che ci sia un filo logico tra gli eventi alla #ioleggoperché e una certa forma di sfruttamento del lavoro in campo editoriale, ed è senz’altro un aspetto che andrebbe indagato. ragionato. senza veramente nulla togliere anche alle buone intenzioni di #ioleggoperché. però, insomma, la strada lastricata di buone intenzioni sappiamo bene dove porta.

  21. Dedalus scrive:

    Gloria tutta la vita. 100%. Senza se e senza ma.

  22. Federica Aceto scrive:

    @Simone, questo discorso riguarda l’editoria e i mestieri della sfera culturale e dello spettacolo. Ma non solo. Pensiamo per esempio agli insegnanti che accettano di lavorare gratis o quasi per alcune scuole parificate senza scrupoli solo per accumulare punteggio. Non lo fanno per amore della cultura o per curriculum e visibilità, ma come investimento per un domani che arriva, se arriva, con troppi anni di ritardo. E intanto vivono un oggi di sacrifici, frustrazione, dipendenza economica e psicologica prolungata. Questa pubblicata qui era una mia riflessione personale sul mio blog, non era pensata per minima&moralia o per un vasto pubblico e non voleva avere (e infatti non lo ha) un respiro ampio da inchiesta giornalistica. Mi piacerebbe tanto che qualche giornalista serio e preparato affrontasse questi temi approfonditamente. E che se ne occupasse anche la narrativa. E’ importante che se ne parli. Ne ha parlato la Murgia nel libro Il mondo deve sapere (e Virzì nel film ispirato al libro), ne ha parlato Carlo Mazza Galanti nel bel pezzo pubblicato proprio qui. Non è solo il mondo dell’editoria (o del cinema, o della musica, o della grafica) a essere malato, ma il mondo del lavoro in genere. E io non ho le competenze per fare discorsi approfonditi, posso solo offrire una riflessione molto limitata su quello che conosco più da vicino.
    Per quanto riguarda poi il discorso su #ioleggoperché, certo, era un’iniziativa piena di buone intenzioni e io personalmente non la boccerei in toto. Ho solo sottolineato due aspetti – per me – poco felici.

  23. simona scrive:

    sarò forse troppo cinica (lo sono diventata dopo un’esperienza di 3 anni come redattore editoriale), ma il problema è costituito davvero dall’esiguo numero di lettori! concordo praticamente con tutto ciò che è stato detto, ognuno ha il diritto di scegliere cosa leggere, e soprattutto di scegliere SE leggere, ma ciò che conta davvero, arrivando all’osso, è: chi legge compra (si presume), chi compra paga, ergo si produce business. Questa è l’unica grande regola del mondo del lavoro in generale: produrre business. L’editoria non produce business perché sono coinvolte troppe professionalità, perché si produce troppo e si legge poco, quindi sì, il vero problema è proprio lo scarso numero di lettori. Ma non c’è retorica in questo, non c’entra nulla il buono e giusto, i broccoli, lo stato o il prestigio. Vogliamo dire che lavorare nell’editoria fa figo? (Se ci sei passato ti viene solo da pensare “poraccio”!) Ogni lavoro ha la sua dignità, la sua professionalità e il suo prestigio. Il problema non è editoria VS tutti gli altri lavori. L’editoria è un lavoro come un altro, e risponde alle logiche del mercato come tutti gli altri, solo che chi ci lavora dentro non l’ha ancora capito, e ha la presunzione di credere che il libro possegga un diritto divino che lo pone al di sopra di qualsiasi altro prodotto di mercato. Mentalità a dir poco arcaica.
    Per cui alla fine dei conti, che ci piaccia o no e proprio come per ogni altro settore, ognuno fa quello che gli pare: continuare a fare il lavoro dei sogni a prescindere dalla paga, oppure pensare prima allo stipendio sacrificando la passione.
    Oppure, inventarsi un modo per far soldi facendo quello ci piace.
    Che poi, vai vedere, quello che piace davvero è far soldi…

  24. Francesca scrive:

    Ciao Federica, non è che tu non ti sia spiegata bene. Ma avendo avuto esperienza diretta di quello di cui hai parlato nella prima parte, ho commentato solo quella. Scusami. Non lavorando nell’editoria, non posso che essere d’accordo con chi fa un certo tipo di denuncia. E chiedere: c’è un modo, per noi lettori, di non avallare certi meccanismi (magari attraverso acquisti consapevoli)?

  25. laura scrive:

    Gentile Federica,
    la mia esperienza, seppur breve, come editore indipendente che ha sempre pagato e continua a farlo collaboratori dell’editoria che in gran parte sono di uno snobismo francamente irritante, che in molti casi non hanno partita Iva e non intendono aprirne, che in alcuni casi si improvvisano impaginatori, grafici, redattori senza aver alcuna competenza, che se sei un editore sconosciuto non sentono minimamente il senso di appartenenza al progetto generale, perché il motivo per cui lavorano in questo settore è quello di sentirsi gratificati dall’aura di intellettualità che dovrebbe irradiare dall’industria culturale. Per quanto riguarda i traduttori, il problema è antico e concordo con te sul fatto che è scandaloso che chi ha una responsabilità come quella della traduzione di un’opera sia pagato così male per un lavoro che richiede un know out così vasto

  26. Gloria scrive:

    Ma si può sape’ di che cazzo state a parla’? Ma ce l’avete una vaga idea dell’oceano di merda in cui state impantandando la vostra vita?! Alla vostra età (vi parlo di alcuni decenni fa) anch’io pensavo che con i libri e il lavoro editoriale avrei combinato chissà che cosa; e invece l’unica cosa che ho combinato è stata la fame! e adesso ne pago tutte le salatissime conseguenze. Svegliatevi finché siete in tempo, perché la vita è un gioco delle tre carte truccato. Oggi in Italia si legge pochissimo e domani non si leggerà più per niente. La strada dei libri e del “lavoro culturale” è una strada per morti di fame. Un tempo da giovani si potevano anche avere passioni e idealismi e pensare di sacrificare la “questione guadagni” per fare il lavoro dei propri sogni (e comunque già allora questa scelta, con gli anni, si rivelava una fregatura); oggi è cambiato tutto, e crogiolarsi nelle illusioni e nei contentini significa consegnarsi ad un’esistenza da schiavi o peggio.
    Quand’è stata l’ultima volta che avete fatto trenta giorni di vacanza (o anche meno) senza pensare di dover spaccare un centesimo in quattro? Quand’è stata l’ultima volta che avete visto in una vetrina una borsa o un paio di scarpe e siete entrate nel negozio a comprarle senza darvi peso del denaro che avreste speso? Quand’è stata l’ultima volta che siete state in un centro benessere o avete acquistato un’automobile? Quanti indumenti comprate in un anno (se li comprate)? Pensate veramente di metter su famiglia su queste basi? Pensate veramente di fare tanti sacrifici per far fare ai vostri figli una vita di merda peggiore di quella che avete voi? Siete sicure che i vostri figli si accontenterebbero così poco e sarebbero felici di nascere in una famiglia povera perchè tanto “basta che c’è l’amore” (che poi comunque va a farsi friggere pure lui, prima o dopo)? E avete pensato a come vi sentireste nel vedere un vostro figlio pieno di intelligenza, buona volontà e capacità trascinare una vita da miserabile mentre, ammettendo pure parità di merito e capacità, i figli delle famiglie ricche, potenti e con un ottima sistema di relazioni trovano tutte le porte spalancate e realizzano una vita piena e soddisfacente, svolgono la professione per la quale hanno studiato e viaggiano per il mondo?
    Ma di che cazzo state a parla’?
    Recentemente la cantante Rihanna (25 anni appena!) per una vacanza di due settimane ha speso 600.000 dollari (soltanto per l’affitto del megayacht ne ha sborsati 400.000).
    Ma di che cazzo state a parla’?
    Per svegliarvi bisogna prendervi a secchiate d’acqua gelata in faccia?
    Mi dispiace tirarvi fuori dal sogno, ma i libri non contano più un cazzo, e tra qualche anno conteranno anche di meno. Commettere l’errore di poter vivere di editoria e cultura equivale ad avvitarsi in una situazione di cui, inevitabilmente, prima o poi toccherete il fondo: da ciò che scrivete lo potete già veder profilarsi all’orizzonte.
    Per non parlare di quelli che pensano che “bisogna combattere per avere un miglioramento” (cioè qualche spicciolo in più): e questi li colloco direttamente nel reparto “malati psichiatrici”.
    Ma che volete migliora’? che cazzo volete migliora’?! Ma non l’avete capito come gira il mondo?
    Fuggite finché potete e inventatevi un modo per fare i soldi, ma per farne veramente tanti: non ve ne pentirete. Io, purtroppo, coi libri, la cultura e l’editoria l’inculata l’ho già presa. Pure io credevo a tante belle favole di meritocrazia e di benessere economico ottenuto col sudore della fronte: tutte cazzate! Squagliatevela finché siete in tempo: se credete di ottenere qualcosa lavorando con i libri siete destinati ad un amarissimo risveglio.

  27. Federica Aceto scrive:

    Gloria, mi sembra di essere capitata in una di quelle vecchie scenette di Aldo, Giovanni e Giacomo, dove i tre vecchietti litigavano e si accapigliavano sostenendo tutti e tre la stessa idea.

  28. Federica Aceto scrive:

    @Francesca, non so se me la sentirei di avallare il boicottaggio come forma di protesta da parte dei lettori perché, se funzionasse davvero alla fine il risultato sarebbe che girerebbero meno soldi e questo danneggerebbe ancora di più i creditori. Ma far sapere a chi di dovere, anche solo via twitter o FB, che i lettori sono a conoscenza di un certo andazzo si può fare ed è già è molto, secondo me.

  29. Gloria scrive:

    Federica, non volevo né voglio aprire polemiche con nessuno, ma solo permettermi di dare una “dritta” ai più giovani e sprovveduti affinché aprano gli occhi al più presto sulla realtà del mondo e non perdano tempo ed energie in un percorso che non porta da nessuna parte. Parlo per esperienza perché ci sono passata e so benissimo che insistere su sentieri del genere porta soltanto frustrazione, insoddisfazione e povertà (oggi sono disoccupata e non sono più una ragazza: tornassi indietro, col cazzo che rifarei le stesse scelte!). Ti auguro di svegliarti del tutto (allo stato attuale mi sembri ancora mezza addormentata) e di cambiare mestiere, investendo i tuoi giorni e il tuo ingegno in qualcosa che possa farti veramente “svoltare”.
    Pensa che intanto c’è gente che si gode la vita, e non hanno problemi a spendere 18.000 euro per una borsetta, e fanno bene, benissimo! Mi sono rotta il cazzo con tutta la retorica sulla povertà: di quant’è bella, di quant’è santa e di quant’è giusta. Sono stufa di tutti i piagnistei sugli africani che muoiono affogati nel Mediterraneo: beati loro! così hanno smesso di soffrire: io sono povera da una vita e chissà ancora quanta merda mi tocca mangiare!
    Non è servito a nulla studiare, lavorare, farmi un culo così: spero che il mio sfogo induca qualcuno a riflettere e a non fargli perdere tempo e vita con il “lavoro culturale”.
    Intanto c’è gente che se la gode, che gira il mondo e si diverte, che guadagna soldi a palate e fa una vita meravigliosa. Io i bei cazzi che si sono scopati Madonna e Scarlett Johansson non li vedo manco col binocolo!
    Né mai sono stata a St. Tropez, ai Caraibi o a Maui.
    Ma di che cazzo stiamo a parla’?! E’ la vita, Fede, porcoddio!, è la vita. Ma vattenaffanculo pure tu!

  30. Federica Aceto scrive:

    Gloria, grazie per i consigli, ma io faccio anche un altro lavoro a tempo indeterminato appunto perché so che di traduzione soltanto non potrei vivere e sono arrivata al punto di potermi permettere di accettare solo le traduzioni che voglio fare. Ti do l’impressione di dormire, ok, e forse dormo, ma tu a me dai un po’ l’impressione di esserti fatta un film su di me (che non sono giovane) e in generale su dei fantomatici interlocutori dormienti. Lo dico senza nessun tipo di risentimento, eh. Mi pare solo che per certi tratti del tuo discorso sei partita per la tangente e che più che con me o con altri che sono intervenuti qui parlassi con la te stessa di anni fa. Ma forse mi sbaglio, forse dormo.

  31. Lalo Cura scrive:

    “cazzi non fuor per scriver come bruti
    ma per seguir la figa cui si piacque” (Alì Ghieri)

    se m’avessero detto detto che questo thread sarebbe diventato il più pornografico della storia di m&m, sinceramente non me lo avrei mai creso: non c’era niente nell’articolo che facesse lontanamente presagire un tale esito

    pur possedendone uno, e usandolo nei luoghi e nei momenti adatti alle sue funzioni e peculiarità naturali, penso tuttavia che quando in una discussione profluviano cazzi con questa intensità, ciò che latita è il pensiero: l’incapacità di esprimerne uno qualsiasi con le parole, è una diretta conseguenza di tale assenza

    lc

  32. barbara ferraro scrive:

    Ho lavorato per anni e anni nell’editoria. Era la mia ambizione, era la mia passione. Per sei anni ho lavorato persino a tempo indeterminato. Non ho avuto il mio tfr, non ho avuto i soldi della mia maternità. Ho scritto credo una quarantina di mail. Silenzio. Non mi sono rivolta a un avvicato perché non avevo i soldi per ingaggiarlo. Poi ho aperto un mio blog (atlantidekids.wordpress.com) in cui mi diverto da morire a considerare la letteratura per l’infanzia e mi sono trovata un lavoro da copy in un’azienza che produce elettromedicali in cui mi pagano puntualmente e mi gratificano. Io pago le bollette e sono felice. E cerco di fare in modo che i bambini e i ragazzi leggano libri di qualità perché vorrei che si divertissero quanto me.

  33. Federica Aceto scrive:

    @Lalo Cura, il post ha preso una piega coprolalica, più che pornografica, ma in maniera non preponderante, direi. O per lo meno, univoca.

    @Barbara: non ti conosco, ma sento di volerti bene :-)

  34. Dubbio malefico scrive:

    Ma siete sicuri sicuri che certe dinamiche si verifichino solo nel mondo dell’editoria? Le dinamiche del business mi sembrano le stesse in ogni settore. C’è che chi trucca le carte, chi paga la sua etica ferrea con la fame, chi sgomita per pochi soldi sperando in un miglior futuro, chi se ne approfitta, ecc.
    Domanda semplice semplice: visto che, a quanto pare, la serialità televisiva, in particolare quella americana, sta sostituendo nei fatti la funzione che la narrativa ha sempre avuto, sapete come se la passano in quegli ambienti? Penso al sottobosco di professionalità come sceneggiatori, doppiatori, ecc. Sarebbe interessante un raffronto.

  35. laura scrive:

    non si dovrebbe lanciare il sasso e tirare indietro la mano…

  36. laura scrive:

    Se si scrive per lamentarsi che non si viene pagati per il proprio lavoro, cosa grave in ogni settore professionale, o si va fino in fondo e si dice apertamente quali sono le case editrici che lo fanno, oppure si rischia di scatenare reazioni di persone profondamente ferite dalla vita, a cui poi si è costretti a rispondere “io faccio un altro lavoro”…

  37. Federica Aceto scrive:

    @Dubbio malefico, sono d’accordo con te e l’ho detto in un commento più su che non è un problema che riguarda solo il mondo dell’editoria o solo il mondo dei lavori percepiti come fichi. Anzi.

    @Laura: io faccio due lavori, che mi piacciono (traduco e insegno) e sono contenta così. Ho tranquillamente constatato che di sola traduzione editoriale non potevo vivere (ma c’è chi lo fa; sono in pochi ma ci sono e buon per loro).
    Siamo tutti feriti dalla vita, ma abbiamo tutti comunque il dovere di esprimerci con un minimo di educazione e di rispetto per l’interlocutore soprattutto se non lo conosciamo. Io credo di averlo fatto nonostante mi sia beccata parolacce e bestemmie.

    Poi, per quanto riguarda fare i nomi i nomi sono in giro ci sono un’infinità di casi venuti fuori. Te ne linko alcuni qui sotto di cui si è parlato tanto e che chi ha un minimo di interesse per l’argomento già conoscerà.
    http://www.bibliocartina.it/voland-e-i-collaboratori-non-pagati-di-sora-la-mia-e-una-lotta-per-non-chiudere/
    http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/trento/cronaca/2015/01/30/news/zandonai-troppi-errori-la-crisi-non-e-un-alibi-1.10770179
    http://www.dinamopress.it/news/il-lavoro-si-paga-in-mobilitazione-i-collaboratori-della-castelvecchi

    E sono solo alcuni.

    Non si tratta di stilare una lista di cattivi da mettere anche perché non tutti gli insolventi lo sono per scelta programmatica. Ogni editore insolvente è una storia a sé e non scherzavo quando dicevo che mi piacerebbe sentire le loro ragioni con un briciolo di onestà intellettuale. Daniela Di Sora, per esempio, non si è tirata indietro nel dibattito e questo merito le va assolutamente riconosciuto.

    Poi evidentemente il mio posto (che ripeto non è un’inchiesta, è nato come un post sul mio blog e non è stato scritto per essere esaustivo né come articolo per minima&moralia che l’ha generosamente ripreso) evidentemente è troppo lungo o ha dei paragrafi poco chiari o scritti con l’inchiostro simpatico. Non vuole essere una lamentela contro gli editori che non pagano. O almeno non solo. E’ anche e soprattutto una riflessione sugli errori di chi si fa sfruttare. Sugli errori dei miei colleghi. Sugli errori miei.

  38. Federica Aceto scrive:

    Errori dovuti alla stanchezza: mettere = mettere alla gogna; posto = post.

    Vi ringrazio tutti, mi ha fatto piacere discutere con voi, anche se oltre che in una scenetta di Aldo, Giovanni e Giacomo a tratti mi sono sentita in quella di Totò “E che so’ Pasquale io?”

  39. Carlo Gallavotti scrive:

    Ho l’impressione che le persone che abbiano scritto qui siano tutte più o meno incamminate, a vario titolo, sul Viale delle Toppe al Culo. Facile ironizzare sullo sfogo di Gloria, che pone una sacrosantissima questione di qualità della vita. Se tutti i vostri orizzonti di vita si riducono ad ottenere “dieci euro a cartella” allora è giusto che sappiate che oggi state messi male e domani starete messi anche peggio. L’editoria è un settore che va a morire; è un treno lanciato su un binario morto. Con la progressiva diffusione del digitale non ce ne sarà più per nessuno e il livello qualitativo/professionale si abbasserà a tal punto da scomparire completamente. Investire tempo e fatica per segnalare gli editori che non pagano mi sembra il modo migliore per non trovare mai un modo per imprimere alla propria vita una svolta radicale e smettere di contare le monetine.
    Dall’aprile del 2014 all’aprile 2015 l’attrice Romola Garai (32 anni) ha guadagnato 46 milioni di dollari (il suo patrimonio complessivo ammonta a 158 milioni di dollari; alla bella età di 32 anni!).
    E intanto c’è gente che si gode la vita……
    E noi, cosa stiamo qui a fare? Per cosa siamo nati? Per contare le monetine?

  40. Federica Aceto scrive:

    Carlo, io dicevo che dieci euro a cartella sono da rifiutare si se vuole vivere una vita dignitosa e non fare la fame. A questo punto alzo bandiera bianca.

  41. Federica Aceto scrive:

    E comunque ora siamo ai livelli dei fratelli Marx. Aspetto che si tocchino le vette dei Monty Python e poi potrò abbandonare quest’arena soddisfatta.

  42. Carlo Gallavotti scrive:

    Parlavo in generale, non mi riferivo a te. Per quanto mi riguarda, per meno di cinquanta euro a cartella non si dovrebbe accettare un fico secco, altrimenti è spreco di vita e allora è meglio allargare i propri orizzonti e concentrare le proprie forze in cose più redditizie.

  43. Carlo Gallavotti scrive:

    …..e comunque rimane il fatto che da qui a qualche anno il settore dell’editoria farà la fine dei dinosauri. Quindi a maggior ragione rivolgersi altrove o inventarsi qualcosa che possa risolvere la “questione soldi” in maniera più soddisfacente.

  44. RobySan scrive:

    Se chi pensa in termini di “bellezza del proprio lavoro” e “realizzazione delle proprie aspirazioni intellettuali” si illude, allora chi pensa in termini di “guadagno di milioni di dollari (o euro) l’anno”…. si [CENSURA] e in più [CENSURA] nonché [CENSURA].

  45. RobySan scrive:

    Per la miseria: non credevo che m&m disponesse di un filtro censorio così efficace!

  46. Carlo Gallavotti scrive:

    E questi sono, né più né meno, che i limiti che tu poni a te stesso, caro RobySan. Cosa ti impedisce di guadagnare 46 milioni di dollari in un anno? Chi realizza tali profitti è un essere umano come noi e non ha nulla di speciale o straordinario rispetto a noi. La verità è che la maggior parte degli umani sono una massadi pecore irregimentate in un sistema che le sfrutta fino alla morte, e tale sistema fa di tutto per farci credere che non possiamo aspirare a nulla di più. Magari ne parlerai tra qualche anno con i tuoi figli (se ne hai, se ne avrai): potresti avere la “meravigliosa” sorpresa che vedono il mondo in maniera molto diversa da come lo vedi tu. Tanti auguri.

  47. Carlo Gallavotti scrive:

    ….se per realizzare “la bellezza del mio lavoro” e le mie “aspirazioni intellettuali” devo sgobbare tanto per finire a fare la fame e per farla fare ai miei figli allora ne faccio volentieri a meno.

  48. Carolina Cutolo scrive:

    Cara Federica, concordo praticamente su tutto di questa tua riflessione, che condivido perché è veramente importante discuterne da tutti i punti di vista che sei stata bravissima a mettere insieme, solo su una cosa non mi trovo completamente d’accordo: tu parli delle varie motivazioni che spingono le persone ad accettare paghe al di sotto della dignità, parli di paura di risultare sgraditi agli editori e di necessità di pagare le bollette (alibi e motivazioni che lucidamente e condivisibilmente smonti pezzo per pezzo), ma dimentichi secondo me un elemento troppo importante per lasciarlo fuori, e cioè che a volte accettiamo compensi vergognosi NON perché l’alternativa è non riuscire a pagare le bollete, ma perché l’alternativa è fare lavori molto peggiori, a volte umilianti, a volte usuranti e altrettanto sottopagati. Verissimo che accettare una paga bassa contribuisce ad alimentare e consolidare un “cartello” che diventa poi danno collettivo, ma quando la scelta del singolo è tra scrivere un articolo e passare due o tre sere a spaccarsi la schiena in un ristorante come cameriera per la stessa cifra miserrima, io non me la sento di giudicare vigliacco chi sceglie di scrivere l’articolo. A me è capitato di scegliere di servire ai tavoli se avevo bisogno urgente di soldi, ma mi è anche capitato di scegliere di scrivere (ma sempre e solo se avevo qualche soldo minimo da parte, ed è una bella differenza), pur con l’amarezza di sapere di alimentare un meccanismo sbagliato, e questo perché magari nel ristorante in cui lavoravo stavo vivendo una situazione pesante e menomale che avevo la scrittura come alternativa. Quando sono passata da fare la cameriera a fare la barman è stato già più facile dire no a lavori intellettuali sottopagati, ma finché la scelta a parità di paga misera era tra scrivere e servire ai tavoli, subire le umiliazioni da parte di clienti arroganti giustificati dal datore di lavoro, tornare a casa fisicamente distrutta, con le vesciche ai piedi, o anche in lacrime, perché mi è successo pure questo, non mi sento una merda perché ho preferito scrivere, ma una persona che in quel momento della sua vita non aveva né l’equilibrio né la forza di fare una scelta giusta e coraggiosa. Poi mi è anche capitato di fare la cameriera in situazioni diciamo fortunate, ma per la mia esperienza è abbastanza una rarità.
    E questa è solo la mia storia, chissà quante altre ce ne sono di singole persone che hanno accettato un lavoro intellettuale sottopagato per non farne uno peggiore (o magari solo per poter lavorare da casa e stare coi propri bambini) e tutto questo anche se l’umiliazione (di essere pagati con ritardi vergognosi o di non essere pagati affatto) era solo rimandata. Ma ci speravamo, preferivamo sperarci piuttosto che tornare a fare quel lavoro di merda un giorno di più. Quindi quello che vorrei aggiungere a questa importante discussione è una riflessione sul fatto che prendercela tra di noi, puntare il dito col “vile” che accetta di scrivere o tradurre per due lire, non solo rischia di essere astratto e cieco rispetto alla realtà concreta di persone in difficoltà, ma anche di spostare il conflitto tra di noi, tra chi è sfruttato, creando spaccature invece di un fronte compatto contro chi sfrutta non solo il nostro lavoro, ma anche queste nostre debolezze e difficoltà.
    Un abbraccio e grazie per tutto l’impegno che metti in questa battaglia fondamentale.
    Carolina

  49. Federica Aceto scrive:

    Cara Carolina, grazie per il commento. Io non ho usato e non ho nemmeno pensato parole giudicanti come “vigliacco” o “vile” per chi lavora per tariffe basse. Ti prego dimmi dove ho usato queste parole o eventuali sinonimi perché io non me ne rendo conto. Dicevo solo che in molti casi il gioco non vale la candela. Non parlo di scrivere articoli perché non sono una giornalista e quindi non so se sia più o meno usurante e umiliante di altri lavori. Ma tradurre un libro è un lavoro pesante, molto pesante, se fatto bene, ti porta via mesi interi, e quindi non riesco proprio a vederci un senso, se lo fai per pochi soldi.

  50. Alessandro scrive:

    Federica, sottoscrivo ogni parola del tuo articolo. Ho lavorato quasi 3 anni nell’editoria, con contratti, rispetto a quello che vedevo intorno a me, da privilegiato (a progetto annuali, un lusso :) ). Ho cominciato facendo un master, poi – quasi subito – ho trovato lavoro. In quel ‘quasi subito’, ho potuto farmi un’idea di tutte le forme di sfruttamento che ci sono dietro all’industria libraria, più o meno per esperienza personale. Memorabile è stata la proposta di una casa editrice piuttosto nota – vicina di quell’ISBN che in questi giorni è sotto i riflettori – di fare uno stage gratis, appena dopo averne finito un altro per il mio master.
    A parte queste piccole storie, che molti dei lavoratori dell’editoria potranno raccontare, io ho lasciato il mio lavoro nel 2012, per andare all’estero. Nessuna storia di “cervelli in fuga” o stronzate del genere: la mia ragazza era (è) olandese ed è stata una sorta di scusa per provare a fare qualcos’altro. Non che non mi piacesse il mio lavoro, anzi, lo trovavo interessante e mi appassionava. Però, come scrivi tu, attorno a me sentivo la paura di non avere rinnovato il contratto (da parte dei collaboratori), e un generale disinteresse a innovare (da parte degli editori, ma su questo la mia esperienza è limitata). Sinceramente, dopo tre anni nel mondo dell’editoria, della scusa del “lavoro per passione” e di altro ancora ne avevo abbastanza. Non voglio puntare il dito su nessuno per farlo e accettare contratti penosi, ma ho visto troppa gente piangersi addosso senza far nulla per cambiare la propria condizione.
    Cosa voglio dire con questo messaggio? Non molto, in realtà. È solo per portare una testimonianza (per la cronaca, adesso ho cambiato campo del tutto, ma chissà se un giorno non ritorni a fare libri) e dire che ho apprezzato il tuo post. Ciao!

  51. Gloria scrive:

    Alessandro, hai fatto benissimo. Io non ho avuto la tua stessa lungimiranza e sono rimasta fregata per la vita. Lascia perdere l’editoria (settore produttivo che sta andando definitivamente a morire) e cerca di non tornare in Italia. Questi editori di merda dovrebbero fallire tutti e nessuno dovrebbe più accettare lavori per meno di 50 euro netti a cartella: o così, o fallissero tutti! Miley Cyrus, a 22 anni, ha un patrimonio personale di 160 milioni di dollari: e noi che cazzo stiamo a fare, a devstarci la vita per editori che non pagano e un popolino di lettori che diminuisce ogni giorno di più?! Mavaffanculova’! Tornassi indietro non mi sarei presa nemmeno la laurea: con tutte queste puttanate di libri e di cultura ho buttato al cesso la mia vita.

  52. Alessandro scrive:

    @Gloria, io non cambierei la mia vita per quella di Miley Cyrus, con tutti i suoi milioni. Però hai colto il punto: perché dedicare tempo ed energie a editori che non rispettano il lavoro altrui?

  53. Alessandro scrive:

    @Gloria su una cosa non sono d’accordo: io sono contento di avere studiato, e seppur la mia prima laurea (in lettere classiche, un anno fa ne ho preso un’altra in informatica – o qualcosa del genere) non mi abbia dato molto nella pratica, anche adesso, che sono in un campo del tutto diverso, sento che mi ha dato un’abilità di dare una profondità alle cose che i miei attuali colleghi raramente hanno.

  54. Gloria scrive:

    Alessandro, ti posso assicurare che per molto tempo l’ho pensata anch’io così. Ho sicuramente molti più anni di te e oggi, a un’età piuttosto avanzata, mi sono dovuta amaramente ricredere. Il bello del guadagnare molti soldi in poco tempo consiste, secondo me, nel fatto che se, a un certo punto, non ti piace più la vita che stai facendo, porti a termine i contratti che hai in corso e poi, con il tuo bel patrimonio, ti vai a costruire la nuova vita che vuoi: cosa che non puoi fare se sei, per così dire, un “cane legato alla catena” che non può rinunciare al suo posto di reddito per meri motivi di sopravvivenza; e purtroppo, in piena crisi come siamo, i margini di operatività si sono notevolmente ristretti, quindi, non disponendo di capitale, difficilmente si può mollare tutto e andare a fare altro.
    Per quella che è stata ed è la mia esperienza, preferirei fare per un anno la vita di Rihanna (53 milioni di dollari guadagnati soltanto negli ultimi dodici mesi) e poi salutare tutti e rifarmi una vita, piuttosto che lavorare sodo per trent’anni e ritrovarmi disoccupata e con un saldo sul conto corrente che ho vergogna solo a pensare dopo una vita di lavoro e studio.

  55. Loredana Viganò scrive:

    Le chiacchiere stanno a zero: o si è professionisti o si è aspiranti morti di fame. Sono d’accordo con Gloria: il professionista non lavora per meno di cinquanta euro netti a cartella: per meno, non è più possibile dirsi professionisti ma solo poveri allocchi che si fanno sfruttare e vanno verso un destino di miseria.
    Perciò il problema non si pone: o sono i professionisti dell’editoria a stabilire, volta per volta, i compensi che ritengono opportuni per i lavori che gli vengono proposti, oppure tanti saluti al settore editoriale e che andasse pure in fallimento.
    Non ha senso martirizzarsi sull’altare della cultura, anche perché tanto, prima o poi, si pongono problemi di qualità della vita a cui nessun individuo può sottrarsi.
    Continuare a darsi le arie da “professionisti” quando si lavora per pochi spiccioli, o addirittura gratis, è ridicolo, oltre che patetico.
    Perciò delle due l’una: o gli editori sono in grado di garantire ai lavoratori del settore dei compensi adeguati alle loro preparazione e aspettative di vita, o andassero in malora loro e i loro bei libri che nessuno legge.

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  1. […] seppur minimo a molti di coloro che vi gravitano intorno (tema sottolineato di recente da un bell’articolo di Federica Aceto riproposto da minima&moralia). Sono trascorsi un po’ di giorni prima che […]

  2. […] Minima et moralia PERCHÉ LAVORO NELL’EDITORIA AUTOSFRUTTANDOMI? “[…] non è automaticamente vero che se sei un editore e la tua casa editrice fallisce è solo colpa della crisi, non è automaticamente vero che se sei un redattore o un traduttore e ti pagano poco o non ti pagano affatto è perché gli editori sono cattivi e tu non hai altra scelta. […] se davvero vogliamo muoverci dal pantano in cui l’#editoria è sprofondata da un po’ – il pantano delle scarse vendite, il pantano degli editori che non pagano i dipendenti, il pantano della troppa gente che continua a farsi sfruttare anche dopo l’ennesima fregatura – non c’è altra via d’uscita se non l’onestà, un’onestà a tutto tondo che non deve riguardare solo il lato economico del nostro lavoro, ma anche il modo in cui raccontiamo questo lavoro (e le ragioni delle ansie, delle fregature e dei fallimenti) a noi stessi e agli altri”: una bella riflessione di Federica Aceto (traduttrice) su alcune storture del mondo editoriale. http://www.minimaetmoralia.it/wp/perche-lavoro-nelleditoria-autosfruttandomi-per-paura/ […]



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