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Perché pontificare, quando sarebbe meglio non avere opinioni?

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Prima di riflettere sull’articolo a firma Beppe Severgnini dal titolo: «La piaga della cocaina: perché non rendere pubblica l’identità dei consumatori abituali?», che mi è apparso sulla bacheca Facebook dopo esser stato condiviso dalla pagina del Corriere della Sera, leggo una serie di frasi dalla quarta di copertina di Neoitaliani, l’ultimo libro del giornalista «che ha dedicato la carriera alla meticolosa osservazione dei connazionali», si precisa, e il pensiero va immediatamente al celebre blog Italians, da lui condotto dal lontano 1998.

Scrive Severgnini a proposito della pandemia: «Dalla bufera siamo usciti diversi. Peggiori o migliori? Direi: non siamo andati indietro. A modo nostro, siamo andati avanti. Siamo stati costretti a trovare dentro di noi – nelle nostre città, nelle nostre famiglie, nelle nostre teste, nel nostro cuore – risorse che non sapevamo di possedere».

E ancora: «Il virus ci ha messo con le spalle al muro. La posizione in cui noi italiani diamo tradizionalmente il meglio». «Abbiamo dimostrato di saper essere disciplinati, ma ci scoccia ammetterlo. Temiamo di rovinarci la reputazione».

Insomma, Italians, in fin dei conti, brava gente. Non mi sorprende dunque l’accoglienza che può aver avuto l’articolo di Severgnini pubblicato il 4 settembre sul Corriere della Sera. «Dobbiamo rompere il silenzio sulla piaga della cocaina». Non c’è bisogno certo di essere benpensanti per condividere il pensiero.

I recenti fatti di Bologna, in cui una minorenne è stata sfruttata sessualmente perché schiava della droga sono lì a ricordarcelo, insieme a Severgnini; chi segue la cronaca nera non avrà scordato il brutale omicidio Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo, al termine di un festino di cocaina durato giorni.

Più in generale, cito l’articolo, «i pestaggi, le risse, le aggressioni» fino agli «scatti d’ira, magari nel traffico». Spesso (dal tono dell’articolo saremmo indotti a pensare sempre) dietro c’è la “bamba”. E quindi, si chiede Severgnini: «Perché accettiamo che la cocaina sia diventata protagonista della vita nazionale?». E giù una serie di considerazioni incontestabili sul traffico di stupefacenti, su come stia cambiando lo spaccio, sui consumatori.

Ecco, i consumatori: l’idea di Severgnini è di scoraggiare l’utilizzatore finale per combattere la capillare diffusione della droga. Non c’è dubbio: la pandemia tra le cose che ci ha insegnato è che la salute pubblica è un bene collettivo e per questo è così importante la prevenzione, dato che il comportamento del singolo si ripercuote sulla comunità e serve a poco intervenire quando ormai il virus si è diffuso.

Allo stesso modo, sono un fatto collettivo le malattie sociali, l’abuso di alcol e il consumo di droga, giacché anche qui una scelta sbagliata del singolo ha effetti negativi su chi gli sta intorno. E anche qui per tutelare il benessere della popolazione, come con un virus, è fondamentale la prevenzione: quando il consumo diventa dipendenza è molto più complicato agire.

Pensa a questo Severgnini quando in Neoitaliani lascia intendere che il Covid ci ha resi più consapevoli? Forse ho lasciato correre troppo i pensieri perché poche frasi più avanti leggo che «protestare non basta», va bene, «le sanzioni penali non servirebbero», può essere vero, ma «una sanzione sociale potrebbe essere efficace»: «perché non rendere pubblica l’identità del consumatore abituale di cocaina? Non è crudeltà, è autodifesa».

A questo punto, qualcosa si spezza. Leggo una cosa che non riesco proprio a digerire: una lista pubblica, un registro, in cui sono segnalati i consumatori abituali di cocaina, i drogati, chiamiamoli col loro nome. Speravo finisse diversamente: di nuovo Italians buonisti da una parte, Italians benpensanti dall’altra. E stavolta è davvero complicato difendere i buonisti.

Per prima cosa, basta col tono scherzoso che sta prendendo il discorso. Non è davvero il caso. Gli effetti della cocaina, citati giustamente nell’articolo, sono: «Euforia eccessiva, mancanza di controllo, aggressività, insonnia; poi apatia, difficoltà di attenzione, paranoia, depressione». Chi tenta di uscire dalla dipendenza da crack e cocaina vive un inferno che spesso dura anni e quasi mai ce la fa da solo. Un inferno in cui, perlopiù incolpevoli, sono condannati a vivere anche i familiari.

Se proprio non posso accettare l’idea di una lista di proscrizione (perché questo è: una lista di proscrizione dalla società) è perché la questione è talmente seria che al principale quotidiano italiano e a un influente giornalista, nel rispetto dell’opinione di ognuno, sarebbe richiesta una riflessione maggiore.

Non ha senso la proposta di Severgnini, nel merito per quanto riguarda l’efficacia, e più in generale per l’idea di Stato e di società che sottende, e qui è ancora più pericolosa (potrei citare «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari…», dal sermone del pastore luterano Martin Niemöller contro l’intolleranza).

La “lista di proscrizione dalla società” vuole essere una proposta concreta, pragmatica: «Dopo la terza segnalazione al Prefetto, con l’attivazione del procedimento previsto dall’art. 75 del DPR 309/90, rendere pubblica l’identità del consumatore abituale di cocaina». Stiamo parlando di uso personale, ovvero dei casi in cui le forze di polizia trovano il soggetto con al massimo poco più di un grammo di cocaina, al di sopra si va nel penale e si rischia l’accusa di spaccio.

Complicato difendere le ragioni degli Italians buonisti: «Pensate a un medico, un commercialista, un dirigente, un amministratore pubblico, un politico. O semplicemente, a chi guida l’automobile che ci segue in autostrada. Il consumo di cocaina non è soltanto affare loro, come sostiene qualcuno; è anche affare nostro. Alcune decisioni che ci riguardano – un intervento, una decisione, una manovra nel traffico – potrebbero essere frutto della polvere bianca, non della materia grigia».

Sorprende, però, che Severgnini parli di manovre azzardate nel traffico, perché, al di là dell’ovvia captatio benevolentiae che cerca e ottiene, il DPR da lui citato, tra le sanzioni amministrative, prevede proprio la sospensione della patente di guida (naturalmente per riaverla sono previsti esami periodici per dimostrare di non fare utilizzo di sostanze stupefacenti). Ritiro della patente che è immediato se il consumatore è trovato in possesso di droga al volante o abbia immediata disponibilità del veicolo (ha appena acquistato la droga e si sta dirigendo verso la propria auto, finge di essere fermo in un parcheggio).

In genere funziona così: prima segnalazione (almeno in caso di droghe leggere) te la cavi con una tirata d’orecchi del Prefetto, dalla seconda partono le sanzioni amministrative, ma a suo apprezzamento il funzionario pubblico, e accade spesso nei casi di cocaina ed eroina, può applicare le sanzioni fin dalla prima segnalazione. Ritiro del passaporto e divieto d’espatrio per un certo periodo la prima volta, sospensione della patente la volta successiva.

La legge tutela la comunità da chi si mette al volante e fa uso di stupefacenti. Se un tossicodipendente ha la patente di guida è perché non è mai stato segnalato e si assume un rischio al pari di chi esce ubriaco da un ristorante e monta in auto: l’unica cosa che lo Stato può fare è prevedere più controlli sulle strade.

La successiva captatio benevolentiae mi pare ugualmente troppo affrettata. Niente di più odioso di un professionista e di un politico, figuriamoci se fa uso di cocaina: sono persone realizzate (almeno sul piano lavorativo) e con delle responsabilità, quindi devono essere punite per i loro comportamenti antisociali.

Discutere nel merito e prevedere controlli tossicologici ai medici in ospedale è giusto (come si fa peraltro nel caso di altre professioni, ad esempio autisti, gruisti e sempre più spesso per i dipendenti di molte aziende private), pensare a una lista di proscrizione molto meno.

E non tanto perché voglia difendere una nazione dove tutti i medici eroi del Covid sono cocainomani e i professori insegnano a cucinare crack nelle università, semplicemente perché è una proposta inefficace e non solo non colpisce chi più lo meriterebbe, ma si accanisce con chi invece avrebbe maggior bisogno di aiuto. Ecco il grillo parlante buonista simpaticone che torna a sussurrare.

È davvero sicuro Severgnini che il registro del cocainomane funzioni? Il sospetto è che la “classe dirigente” che utilizza cocaina continuerà a comportarsi come ha sempre fatto: a non sporcarsi le mani e attendere comodamente il pusher nella propria abitazione, senza rischiare di andare di persona a comprare la droga in strada, spesso acquistando quantità maggiori per evitare troppi movimenti loschi.

Certo, correrà ugualmente dei rischi, in caso di pedinamento dello spacciatore e irruzione in casa delle forze di polizia, ma accadrà nella minoranza dei casi e il timore della sanzione sociale non sarà maggiore di quello che può avere oggi un politico se viene scoperto da un giornale scandalistico o un professionista se iniziano a circolare voci sul suo conto (cosa che peraltro avviene frequentemente negli ambienti lavorativi e non pare preoccuparli più di tanto).

Chi sarà penalizzato dal registro del drogato? «La cocaina un tempo era la droga dei ricchi viziosi; oggi è alla portata di tutti e rischia di fare grossi danni, soprattutto nelle nuove generazioni» fa notare Severgnini.

Vero, la cocaina è diffusa tra operai, tassisti, baristi, camerieri, studenti. Sono loro i consumatori che acquistano un grammo alla volta; se vivono in una grande città come Roma o Napoli magari in una piazza di spaccio dove possono pagarla meno, oppure nei bar, nei locali, nei parchi, nei parcheggi cittadini. Luoghi abitualmente controllati dalle forze dell’ordine e dunque con maggiori possibilità di essere scoperti, soprattutto nel caso dei giovani, che consumano sostanze all’aperto piuttosto che in casa.

Saranno proprio loro i primi ad entrare nella lista del drogato e i primi a pagarne le conseguenze più dure. Non è difficile immaginare cosa sarebbe accaduto alla minorenne di Bologna se non fosse uscita in tempo dal giro. A vent’anni, terza segnalazione e iscrizione nel registro del cocainomane.

E come lei tanti altri giovani: la maggior parte delle persone che ha fatto un certo tipo di vita tra i 16 e i 25 anni con il tempo è cambiata. Sarebbe accaduto lo stesso con il registro del tossico? È sicuro Severgnini che la ragazza che vuole aiutare con la sua proposta avrebbe una vita migliore?

Difficile crederlo: non sarebbe certo facile per lei trovare un lavoro se il datore sapesse di avere a che fare con una cocainomane. E perché non controllare quando si tratta di affittarle un appartamento? Nel caso decidesse di studiare, la tentazione di escluderla dalle selezioni di ingresso in una università potrebbe cogliere alcuni esaminatori (ad esempio un Severgnini, e lo dico solo in base a ciò che scrive).

Insomma, non penso la sanzione sociale la aiuterà a liberarsi dalla complicata situazione in cui si trova. E probabilmente, di fronte alle frustrazioni della vita, non abbandonerà mai la cocaina, ma anzi l’amerà sempre più perché è l’unica cosa che le rimarrà per aggrapparsi, per avere l’illusione di sentirsi meglio.

Severgnini sostiene che le forze dell’ordine non identificano i consumatori perché è una perdita di tempo per la legge italiana. Non è così e se a volte sono meno severi è perché ritengono che la repressione eccessiva di un fenomeno endemico in tutte le società avrebbe effetti negativi. Tutti gli esperti possono confermarlo, ma forse basterebbe un buon padre.

Si dirà: la pubblicazione dell’identità avviene alla terza segnalazione, hai tutte le occasioni che vuoi se desideri uscirne. Fa molto sorridere l’idea di dare più possibilità e contare sulla non reiterazione degli errori in un campo chiamato “dipendenza”.

La proposta dei registri del tossico, in realtà, non è nuova e proviene da una certa cultura liberista secondo cui la salute è una scelta individuale e non un bene collettivo. Ma è affiancata alla liberalizzazione: rendo legale la sostanza, ti metto nelle condizioni di scegliere dove indirizzare la tua vita accettandone delle limitazioni, ad esempio per quanto riguarda la patente di guida, in una sorta di nuovo contratto sociale con lo Stato.

L’idea, tuttavia, è sempre stata scartata perché l’unico risultato concreto sarebbe indurre ugualmente i consumatori a rivolgersi al mercato nero, perché la maggior parte di loro non vorrebbe essere iscritta nelle liste.

C’è una forte banalizzazione del fenomeno quando Severgnini riconosce sì quanto sia diffuso, ma alla fine batte sempre sullo stereotipo del ricco vizioso e del professionista di successo. Come se un medico, un commercialista o un giornalista non fossero persone da aiutare se consumatori abituali di cocaina.

Non mi sentirei di affermare con certezza che le loro vite non abbiano stonature, non facciano uso di droga per problemi legati a una dipendenza giovanile o a situazioni di stress emotivo. Anzi, probabilmente è così. Distruggere la vita professionale e sociale di un essere umano (ripeto: nessuno sta parlando di un medico in sala operatoria e ben vengano i controlli) è la soluzione?

«Non è crudeltà, è difesa sociale fare i loro nomi». Si sbaglia Severgnini, è crudeltà, come crudele e superficiale è il ritratto che fa dei cocainomani, «persone deboli che vogliono sentirsi forti». Nessuno difende una droga insopportabile come la cocaina, che ben presto induce alla violenza, a delinquere, che annichilisce la percezione di cosa sia morale e cosa no, che finanzia con fiumi di denaro la criminalità organizzata.

Ma nella maggioranza dei casi (il 2,2 per cento della popolazione italiana tra i 25 e i 34 anni e l’1,9 per cento nella fascia 35-44 ha fatto uso di cocaina almeno una volta nell’ultimo anno. Dati contenuti nell’European Drug Report 2019) sono persone deboli che vogliono sentirsi meglio, e sbagliano. Non tutte sono mosse dal desiderio di esercitare una rivalsa violenta sulla società, non più di chi fa lo stesso con l’alcol, e solo una parte è composta da criminali. Sono più realista del re (dei buonisti): non tutti i migranti sono delinquenti. Nemmeno tutti i tossici lo sono.

Non ci sono opinioni che tengano, perché la democrazia liberale difesa dallo stesso Severgnini e dal Corriere della Sera dalle sirene del populismo si fonda su alcuni valori che non possono essere messi in discussione. La democrazia non è una scatola di cioccolatini, prendo quello al rum e lascio quello bianco, o la accetti in toto o ci sono tante altre forme di governo dispotiche a cui ispirarsi.

Nello Stato in cui credo, marchiare le persone mai ha avuto senso e mai lo avrà. Il carcere ha una funzione riabilitativa: leggo su internet che Severgnini ha partecipato anni fa all’iniziativa Voltapagina del Salone del Libro di Torino, in cui ha presentato in carcere un libro da lui scritto, ma era solo il pretesto per discutere con i detenuti di futuro, dell’idea che sia sempre possibile uscire dalla vita migliori rispetto a come ci siamo entrati, quindi almeno su questo siamo d’accordo. Non capisco perché per i tossici, che non commettono nemmeno un illecito penale, il ragionamento dovrebbe essere diverso.

E infine, si domanda retoricamente il giornalista: «Abbiamo o no il diritto di sapere se chi vive e lavora con noi, per noi o intorno a noi è un cocainomane?». No, assolutamente no. L’obiezione del medico in sala operatoria è inattaccabile, anche se non vedo differenze con l’alcol o la marijuana, quindi vai con altri registri dei consumatori, ma la soluzione è semplice e si chiama test antidroga. Se il commercialista, l’avvocato, il manager lavorano male a causa del loro stile di vita (come potrebbero farlo ubriacandosi la sera) il cliente ha tutti i diritti a non rivolgersi più a loro, il direttore di un’azienda ha facoltà di licenziare un impiegato e nessuno può obbligarmi a votare un politico se scopro faccia uso di stupefacenti.

Ma sapere a priori quale sia la condotta di vita di una persona, se vogliamo appartenere a una società aperta, non è ammissibile. Severgnini, da giornalista, conosce bene la legge sulla privacy, i codici deontologici, il diritto all’oblio e quanto sia irrealizzabile la sua proposta anche a voler invocare l’interesse pubblico o a prevedere, ipotizzo, visto peraltro che rimane estremamente sul vago, limiti temporali per l’iscrizione se una persona termina con successo un percorso riabilitativo.

Il rispetto della privacy e della dignità della persona sono diritti inviolabili in un sistema democratico. La proposta di Severgnini lascerebbe quasi intendere, invece, che un tossicodipendente abbia una minore dignità umana e debba essere giudicato non per i suoi comportamenti e azioni ma per lo stile di vita.

Sicuramente Severgnini se scrive sul tema della cocaina lo fa perché vuole affrontare un dramma, fonte di sofferenza per migliaia di famiglie. Eppure, dice un proverbio citato anche da Karl Marx, «la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni».

Inviterei l’opinionista del Corriere della Sera a riflettere su alcune parole di Don Gallo, tratte da Il Cantico dei drogati: «Il tossicodipendente non viene considerato persona dall’epistemologia proibizionista, ma viene identificato con la sua problematica, ingabbiato in un ruolo, appiattito alla sua etichetta, e guardato come un problema da rimuovere […] Infine, credo che si debba riconoscere e concedere a chiunque il diritto alla non sofferenza. L’accanimento contro la libertà di drogarsi, oltre a non essere utilmente apprezzabile per i suoi risultati empirici, oltre a creare un’enorme confusione concettuale, è fonte di sofferenze indicibili”. Con il carattere che aveva, il Don si arrabbiava davvero parecchio se qualcuno faceva orecchi da mercante su questi temi.

Commenti
Un commento a “Perché pontificare, quando sarebbe meglio non avere opinioni?”
  1. Francesco Meini scrive:

    Mi sembra che meglio non si puo’ ragionare grazie Tiziano speriamo che ti sappiano leggere in tanti

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