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Perdersi con Charles D’Ambrosio

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di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

Il processo evolutivo e il reale rispondono, insomma, solo a un principio autoconservativo, e forse già qui affonda il primo pilastro del loitering del titolo originale del libro: ogni tentativo di ricostruzione, di confronto con le proprie radici – familiari, sociali, culturali – e di rappresentazione di una geografia esistenziale attraverso luoghi, situazioni, personaggi e oggetti, assecondano un bisogno di sopravvivenza non tanto identitaria quanto fisica e psicologica.

È per questo che un traguardo non c’è, che è tutto un perdersi, attardarsi, girare in tondo alle trame di se stessi: il naufragare è dolce proprio perché il mare che si affronta è una tempesta, perché siamo al tempo stesso l’onda che si abbatte e il legno che si schianta e cola a picco.

Ed è per questo che il perdersi del titolo non fa altro che consacrare la sua antitesi, il ritrovarsi (così come, proustianamente, il tempo è perduto e insieme ritrovato), perché in questi testi di D’Ambrosio ogni spunto di autobiografia – sia esso la corrispondenza come unica forma di comunicazione con il padre, la degenerazione di un litigio domestico sfociata in massiccio intervento della polizia o la visita a un ecovillaggio di Austin – che innesca una scrittura capace di portarti in giro per una psicogeografia tutta americana alla velocità delle galoppate autostradali di Neal Cassady attraverso il continente in una via crucis costellata anche di stazioni che pretendono un tributo amaro e silenzioso, è un modo per sentirsi sani e salvi alla fine del viaggio, toccarsi le diverse parti del corpo per rassicurarsi di essere tutti interi, ritrovarsi – appunto – a rifiatare una consapevolezza sempre nuova di se stessi.

Da una Seattle in cui l’autore stenta a riconoscersi agli anfibi che il fratello indossava quando si è suicidato (impossibile dimenticare l’immagine che ne offre D’ambrosio: questo paio d’anfibi, riempiti di sassi, a tenere strette le lettere del fratello, che campeggia sulla scrivania dell’autore); dalla cronistoria familiare del rapporto col denaro (nonno allibratore, padre broker e insegnante di finanza, e lui giovanissimo risparmiatore di dollari d’argento) ai destini dei giocatori d’azzardo nel piccolo bar gestito dallo zio nei sobborghi di Chicago le cui vite creano l’esatta sovrapposizione tra perdere e perdersi (losing e loitering sembrano così evidenziare una loro radice comune); dall’esperienza simil-beat di viaggiare sui treni merci e dalla trasversale opinione sulla caccia alle balene nel «profondo Ovest» alla Hell House di Dallas e al suo posticcio olocausto di orrore che invece di creare repulsione verso il degrado umano, ne legittima una fascinazione; dalla bellezza della prosa grezza di Brautigan ai temi del suicidio e del silenzio che percorrono sotterranei tutta l’opera di Salinger: tutto compone un mosaico che altro non è se non uno specchio in cui riflettersi per constatare di essere vivo e vitale.

E le tessere di questo mosaico sono le ferite fisiche e le cicatrici della memoria, la galleria di personaggi e di odori della «novità americana», le mappe metropolitane e gli scorci di nature incontaminate, per una lunga elegia sulla solitudine, intima dell’autore, dei personaggi che cattura anche con mezza riga di descrizione perfetta («aveva la bellezza rozza e sinistra di un porno divo», «era quasi nano e sembrava una scultura abbandonata, un proposito dimenticato»), delle città dell’Ovest e dell’America intera,  nel collaudato «processo brutale» che è «la costruzione degli americani».

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