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Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani

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Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

Libro dei fulmini, il romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Atlantide, 20 euro), prende spunto da questa antica tradizione. L’autore, studioso di storia delle religioni, magia ed esoterismo, ci accompagna in un itinerario appassionato che ripercorre i misteri della Roma nascosta e sotterranea, nella certezza che «a Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra».

Assai spesso nel libro le dimensioni spaziali e temporali si sovrappongono, dando luogo a realtà duplici nelle quali è facilissimo perdere l’orientamento; si crea, per dirla con le parole del narratore, un «passaggio da una condizione in cui la realtà è semplicemente quella che appare a una in cui la realtà è doppia, e i cui significati sono come ancore che aiutano chi vuole perdersi a perdersi del tutto». Nel romanzo gli esempi di realtà sdoppiata sono numerosi: il mondo dei vivi e quello dei morti, che vengono messi in contatto dalla caduta dei fulmini; gli abissi temporali dai quali risalgono eventi dell’antichità per accadere nuovamente di fronte agli occhi dell’attonito protagonista; e ancora, il livello di percezione aumentata durante l’esperienza sessuale, che dà adito alla visione di una dimensione altra, altamente simbolica ed enigmatica.

Il sacerdote che presiedeva a questo tipo di fenomeni nella Roma antica era il pontifex, ovvero «colui che getta i ponti tra i mondi». Il protagonista del libro – che con l’autore condivide il nome, Matteo Trevisani, – svolge esattamente il ruolo di pontefice. La sua è una ricerca che si snoda lungo le vie e i monumenti di una Roma magica, stratificata, che sembra custodire una fonte inesauribile di misteri; una ricerca che serve a ricucire, a riconciliare i mondi che divergono. Spesso, per raccapezzarsi tra le diverse dimensioni, il protagonista si avvale dell’aiuto delle mappe. Le mappe sono un modello per rappresentare la realtà. Unendo in una mappa i punti associati a particolari congiunzioni spazio-temporali si scoprono prospettive nuove, che gettano una luce originale sui mondi raffigurati. Lo spazio e il tempo si incrociano in combinazioni che rivelano un disegno sottostante, una trama difficile da notare se non si hanno occhi allenati a cogliere relazioni tra le cose.

Oltre ai passi in cui Trevisani si sofferma nel racconto di fatti storici legati principalmente al mondo della magia, sono particolarmente efficaci le pagine in cui descrive il modo in cui, tramite l’esperienza sessuale, i protagonisti accedono a un diverso livello percettivo. Al museo delle terme di Diocleziano, Matteo conosce Silvia e inizia con lei una relazione. Quando i due fanno l’amore, la loro mente sembra svincolarsi dal corpo per vivere un’esperienza sovrasensibile. Matteo viene proiettato in una dimensione parallela in cui inizia l’esplorazione di una foresta, condotto da un bambino che svolge la funzione di spirito guida. La foresta è il posto dell’ignoto, ma anche il luogo dei segni, dove ogni cosa è allo stesso tempo sconosciuta e simbolo di qualcos’altro: «Di tanto in tanto aprivo gli occhi, ma mi sentivo inerte, completamente sottomesso, eppure con un controllo delle mie facoltà mentali che non avevo mai percepito tanto forte. Di colpo mi accorsi di non averne paura, chiusi ancora gli occhi e mi abbandonai alla corrente che sembrava cullarci. I colori si acquietarono e il buio si trasformò presto in visioni stupefacenti. Allo stesso tempo vedevo le cose e le storie delle cose».

Le sensazioni provate nel mondo reale durante il rapporto sessuale influenzano quello che accade nel sogno e viceversa. Il sesso è il propellente delle immagini oniriche, e allo stesso tempo proprio quelle immagini danno vigore e significato all’amplesso: «Dall’altra parte, nella foresta, il ragazzo aveva trovato la via che cercava, oltre un grosso lago che attraversò su un tronco, e poi dentro una caverna, una frondosa cavità sotterranea da cui però si vedeva il cielo stellato. Cominciò a correre velocemente, e contemporaneamente Silvia accelerò ancora di più i movimenti e il respiro. Capii che stava per venire. Allora mi immobilizzai, cerando di tenere contratti i muscoli delle gambe. Volevo che venisse prima di me, non avrei permesso a me stesso di precederla, ma allo stesso tempo cominciai a sentire dentro un calore luminoso, una decina di centimetri sotto l’ombelico. Stavo per avere un orgasmo».

Matteo Trevisani fa il suo debutto nel romanzo con uno stile autorevole e maturo. La storia del libro si colloca nel filone magico-esoterico, ma senza scadere nella letteratura di genere, anzi mantenendo un elevato valore di letterarietà, tramite un linguaggio avveduto e sorvegliato. Il campo della metafora rimane per lo più pertinenza dei racconti magici, mentre l’ambito della realtà, da un punto di vista linguistico, resta confinato in una sfera più referenziale. Matteo, il protagonista del libro, vive nel mondo reale e contemporaneo come ciascuno di noi: si sposta nella città, parcheggia il motorino, prende la metropolitana, invia email, usa il cellulare; e in questo ambito il linguaggio usato dall’autore si mantiene su uno stile puramente denotativo. Ma, allo stesso tempo, l’uomo accede a dimensioni distanti dalla nostra, sia nel tempo che nello spazio: partecipa a riti esoterici, vive esperienze extracorporee, vede persone defunte: e il linguaggio che descrive queste vicende si avventura più frequentemente nei territori audaci della metafora. A volte denotazione e connotazione rimangono cautamente distinte nel testo del romanzo; altre volte abitano la stessa frase con naturalezza: «mentre faticavo a mantenere il motorino in equilibrio sulle rotaie del tram di piazza Vittorio, immaginai la giovinezza di Roma, quando le decisioni facevano parte della natura e tutto sgorgava dalla città, un sistema emergente che non poteva fare altro che fluire, eccedere da se stesso. Ecco cos’era stata la giovinezza di Roma, l’acqua che trabocca ai lati di un’anfora troppo piena».

Ecco, Libro dei fulmini di Matteo Trevisani è un po’ come quest’anfora che trabocca: un romanzo eccessivo, esuberante, che evoca Roma con l’entusiasmo e la passione di un innamorato, e che trae dalle sue tradizioni più antiche la linfa per la costruzione di un’opera unica nel panorama letterario italiano contemporaneo. E che, se da un lato rischia di eccedere in erudizione, d’altro canto costruisce – con una prosa quasi sempre impeccabile – una storia capace di appassionare fino all’ultima pagina.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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