Personaggi da romanzo

Fabio Stassi continua il suo lavoro di riscrittura e archiviazione dei personaggi di romanzo dal dopoguerra a oggi.

Theo Gantenbein (1964)
(Max Frisch, Il mio nome sia Gantenbein)

Se qualcuno mi vedesse ora prendere posto su una panchina in questo parco pubblico di Zurigo, non saprebbe dire se è Patsch, il mio cane, che mi porta al guinzaglio o se invece sono io che lo guido. Ho gli occhiali neri, il bracciale giallo, una pipa spenta in bocca e il bastoncino tra le gambe. Sono diventato cieco in seguito a un incidente stradale, e quando hanno tolto le medicazioni mi ero insediato così bene in questo ruolo che non sono più voluto uscirne. Il mondo, dietro questi occhiali, ha il colore del granito o della cenere, del bronzo o dell’inchiostro. Solo il nero rimane nero, tutto il resto si fa opaco e intimo. Ma i vantaggi sono molti: si può chiacchierare o tacere alla cieca, non trovare necessariamente una soluzione a quello che capita, essere vuoti come uno spaventapasseri, senza l’obbligo di avere opinioni su alcunché. Alcune donne, sono convinto, riconoscono i miei sguardi sotto le lenti, e il desiderio che provo, ma ho imparato a toccarle con mani da cieco, e questa è una fortuna. A scacchi posso far finta di saperci giocare mentalmente e la mia stessa solitudine, oppure ogni fiore che mi riesce di osservare in segreto, sono per me una trasgressione e un’infedeltà strepitose. Che il mio nome sia Gantenbein, ho dichiarato a tutti. In fondo, da cieco sono più libero di prima: non devo reagire al mondo per quello che è e a nessuno peserà mai il mio controllo o la mia condanna. Per questo, sono tanto apprezzato. Basta non dire quello che vedo. I tradimenti di Lilla mentre si incipria nel suo camerino. O la sua felicità. Soltanto così, con questo stratagemma, il quotidiano mi è in qualche modo sopportabile. Io posso leggere le parti che gli altri recitano di fronte a me; loro non si accorgono della mia. A meno che ogni storia non sia davvero un’invenzione e io viva appena nelle chiacchiere che si posano come carte da gioco sul bancone di un barman. Come se niente accada mai fino in fondo e con il mio nome si chiami solo il sogno o l’ultimo abito di un uomo abbandonato da una donna, seduto nell’odore di canfora di una casa vuota, tra poltrone ricoperte da lenzuoli bianchi.

L’immagine è di Eleonora Stassi

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
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