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Persone care: l’incanto nei racconti di Vera Giaconi

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Ho finito di leggere Persone care di Vera Giaconi (Sur 2019, traduzione di  Giulia Zavagna) da un paio di settimane e da quando ho chiuso il libro non ho mai smesso di pensarci. Il motivo per cui non ne ho scritto il giorno stesso o quello immediatamente dopo credo vada ricondotto a due sensazioni che mi avevano accompagnato durante la lettura e che non mi abbandonavano, lo stupore e l’ansia.

Avevo bisogno di ritrovare un minimo di razionalità per raccontare i dieci racconti della scrittrice uruguaiana – tradotta in italiano per la prima volta, nel solco del gran lavoro che stanno facendo i tipi di edizioni Sur sulla nuova letteratura sudamericana – anche se mi rendo conto che se avessi twittato “Stupore e ansia, tra le cose che restano dei racconti di Vera Giaconi” qualcuno avrebbe ritwittato, magari un paio sarebbero andati poi a procurarsi il libro, me la sarei cavata con poco. Questo libro però meritava un pezzo all’altezza e, siccome dopo quindici giorni, rimangono sempre stupore e ansia partirò da qui per provare a costruire un ragionamento intorno alla scrittura di Giaconi.

Le massime aspirazioni nella vita di entrambi erano raggiungibili e questo li rendeva persone propense a essere felici.

L’ansia che nasce da questa lettura è un’ansia buona o sarebbe difficile da reggere. È un’ansia che non viene dalla paura né dalla preoccupazione, arriva dalla sospensione; da un meccanismo perfetto – che si regge tra attesa e incredulità – e muove di ingranaggio in ingranaggio, da perno a bullone, da vite a cilindro. La sospensione che sta tra la carezza e lo schiaffo, tra il buongiorno e l’addio, tra la luce e il buio, tra la partenza e il chissà.

Una sospensione che si genera dalle prime frasi di ogni racconto e prosegue, retta da una prosa bella e incalzante (e qui tanti complimenti a Giulia Zavagna che  ha reso la musica di Vera Giaconi udibile, anche a chi conosce tre parole di spagnolo in croce), fino a ogni finale, che in ciascuno dei dieci racconti è soltanto un nuovo inizio, il preludio ad altra fine soltanto rimandata, appena sfiorata.

Vera Giaconi sa che delle storie migliori non si conoscono le origini né dove vanno a morire. Sì può soltanto, essendo molto bravi come la scrittrice uruguaiana è, provare a inventare uno sviluppo, un azzardo di percorso e fare in modo che tenga. Lo stupore è più complicato ma pure più bello da spiegare.

Vederla salire le scale era come vedere una scia di cenere sospinta dal vento.

Lo stupore è il vestito che Giaconi ha cucito addosso a ognuna delle Persone care; arriva al lettore senza far clamore, perché ogni cosa che un personaggio dice o fa, ogni parola suona in maniera naturale, eppure quel suono ci predispone allo scarto, a quello che all’autrice interessa, mostrarci come dentro a ogni più ordinario istante possa accadere lo straordinario; come in ogni sorriso possa celarsi un tormento; come una fuga di notte ogni tanto possa sfociare in un’alba; come un piccolo accadimento domestico possa recare con sé un conflitto profondo; come la fortuna non venga ugualmente distribuita all’interno di una famiglia; come la fortuna e la sventura non esistano;  come tra sorelle vi sia l’affetto profondo e una forma duratura d’invidia; come si possa raccontare l’angoscia della dittatura facendo giocare due bambini piccoli e la loro baby sitter a una specie di nascondino; come la morte e l’amore circondino ogni cosa, come tra le due cose ne passino altre cento, tra vendetta e pentimento, tra tenerezza e solitudine, tra cose non dette e la comprensione;  come tre amici possano avere un legame profondissimo, non del tutto risolto, misterioso, e poi forse troppo risolto; come i bambini e i morti siano quanto di meglio si possa usare per scrivere un racconto.

Non c’era nessuno al mondo a cui volessi più bene che a mia sorella e non c’era altra persona che risvegliasse in me sentimenti infimi come il rancore e l’invidia. Non capivo perché mi succedeva, né me lo perdonavo, e facevo grossi sforzi per reprimerlo.

Persone care è un catalogo di anime domestiche di straordinaria efficacia. Troveremo – in Dumas – il nonno e la nipotina nel cuore degli anni settanta, tra Montevideo e Buenos Aires; attribuire, a quel  tempo, a una delle due meravigliose capitali, una qualche speranza era come affidarsi alle acque scure del Rio de la Plata nel cuore della notte. Un morso dato dai Piranha a un ragazzino sarà l’innesco per raccontare una famiglia di quattro persone tra cucina, divano e televisore; un conflitto domestico potente. Giaconi mostra come l’apparenza sia nulla, c’è sempre altro dietro a un abbraccio, a due ragazzini e un telecomando, tra una moglie e un marito che diremmo sereni. Un vedovo e la sua fatica nel comunicare con la figlia, in Carne. Al buio e Rincontro sono due racconti perfetti; quest’ultimo è il sigillo prezioso al registro delle inquietudini che Giaconi dispiega in poco più di centocinquantapagine. Da questo racconto non sono ancora uscito.

La madre gli aveva detto che, una volta dentro, non devono lasciare il nascondiglio finché non lo dica lei, o arrivino i nonni a prenderli, o se passa troppo tempo e nessuno li va a cercare, e che prima di affacciarsi devono essere sicuri che non ci sia più nessuno di pericoloso lì fuori.

Il quotidiano è sereno per pochi, c’è sempre un piccolo taglio che ci fa sanguinare, un sorriso sguainato a tradimento, un incubo che viene a chiamarci dal passato, un conflitto pronto a esplodere davanti a una bistecca. La minaccia che viene a cercarci è sempre stata lì, qualche volta la minaccia siamo noi stessi. Giaconi non ci dice la difesa, ci dice ciò che potrebbe accadere, ciò che quasi certamente accadrà.

Vera Giaconi con Persone Care, sua seconda raccolta di racconti, è stata finalista al Premio Internacional de Narratvia Breve Ribera del Duero, ha un modo di scrivere rigoroso e affascinante, non è mai banale né prevedibile. Si inserisce nel nuovo vasto panorama che la letteratura sudamericana sta offrendo. La metto vicina, per la bellezza delle storie e il modo nuovo di far balenare gli accadimenti, alla Guadalupe Nettel di Bestiario Sentimentale (La nuova Frontiera 2018, trad. F. Niola) e il Federico Falco di Silvi e la notte oscura (Sur 2018, trad. M. Nicola).

La letteratura sudamericana si arricchisce di anno in anno, grazie a chi, come Vera  Giaconi, tenta nuove strade, senza per questo dover rinunciare a quel fascino misterioso e magico che da sempre accompagna le pagine che ci arrivano da quelle terre.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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