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Persone normali di Sally Rooney, il grande romanzo (d’amore?) di una ventenne

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di Valentina Berengo

I grandi romanzi non sono mai romanzi di genere. Nessuno si sognerebbe di definire Cime tempestose o Anna Karenina romanzi d’amore, o non solo. Anche se, a volerne raccontare la trama, il sentimento che ne pervade le pagine, nelle sue più complesse declinazioni, è proprio quel moto irrazionale dell’animo che, forse, è la prima spinta propulsiva della vita. I grandi romanzi sono un universo racchiuso in una scatola senza fondo, e Persone normali (Einaudi 2019, traduzione di Maurizia Balmelli) di Sally Rooney, scrittrice irlandese classe 1991, trasmette al lettore esattamente questa sensazione: che sotto ci sia sempre qualcosa, che però sfugge, restituendo la complicazione delle relazioni umane.

Lo si capisce anche dalla serie che dal romanzo la BBC ha tratto e che verrà trasmessa in 12 puntate, di cui possiamo vedere il trailer, uscito da pochissimi giorni. La sfida, sulla pellicola come sulla carta, è quella di raccontare l’amore, ancora e di nuovo, trovando nuove cose da dire, nuovi modi per farlo e soprattutto aprendo la narrazione a tutto quello che d’altro c’è. E Rooney ci riesce.

La trama è presto detta: lei, di buona famiglia ma abbastanza complessata, e lui, il figlio della domestica di casa, entrambi liceali, sono in classe insieme e iniziano una relazione fatta soprattutto di corpi e di silenzi, o, se di parole, di parole che non combaciano mai: nemmeno il loro stare insieme osano, infatti, chiamarlo con questo nome, anzi, lo tengono nascosto e quasi se ne vergognano, perché nessuno dei due riesce a sentirsi adeguato nemmeno come individuo, figurarsi poi come coppia.

Per raccontare quello che a tutto ciò è sotteso, Rooney inventa un modo, figlio della famosa regola show, don’t tell tanto insegnata nelle scuole di scrittura anglosassoni, in cui alla narrazione (i personaggi fanno continuamente cose: mangiano crema al cioccolato, lei si trucca, lui infila le mani nelle tasche, parlano, messaggiano) si sovrappone il dialogo, quasi mimetizzato ma onnipresente, che è un veloce scivolare, come ci accade su whattsapp o nel parlare spiccio di cui spesso è fatta la “vita vera”.

A renderci conto di quanto siano strani, i due protagonisti di un romanzo che si intitola Persone normali, ci mettiamo due righe: “Connell suona il campanello e Marianne va ad aprire. Ha ancora addosso la divisa scolastica ma si è tolta il maglione, per cui è in gonna e camicetta, e senza scarpe, solo con i collant. Oh, ciao, dice lui. Entra”. Capiamo fin dall’incipit che il loro legame è sotterraneo, è inusuale, è chimico; capiamo che succederà qualcosa e che questo qualcosa non sarà mai finito; capiamo che tra potenza e atto ci sono degli ostacoli vecchi come Romeo e Giulietta; e intuiamo, anche, che stiamo leggendo un romanzo che parla, finalmente, del mondo nuovo, quello che si srotola davanti ma di cui non tracciamo i confini, e che ha paradigmi tutti da definire. E nel far questo Rooney scrive un libro con la forza del romanzo senza tempo.

In una sinusoide continua, i corpi e pensieri di Marianne e Connell, però, continuano a lambirsi e a rassicurare in qualche modo chi legge. Non di un happy ending – che ci sia o meno poco importa – ma che un futuro è possibile, sempre.

Rooney SallyPersone normali si rivela un romanzo sui punti di vista, che sono due ma caleidoscopici. Marianne e Connell del liceo non sono gli stessi dell’università e, cambiando, si modifica il loro sguardo su sé stessi e sul mondo, così come sentono alterarsi e piano piano virare il giudizio che gli altri hanno di loro. Nella seconda metà del romanzo lei si chiederà: “Non so cos’ho che non va. […] Non so perché non riesco a essere come le persone normali”; di contro lui, che cerca di sostituirla con altre meglio capaci di stare nel mondo, arriverà dirsi che “ha capito che il suo posto era accanto a lei [Helen, la nuova ragazza, cioè]. Quello che c’era tra loro era normale, una buona relazione”.

Sfidando l’uso di questa parola ormai negletta, normalità, Rooney ci spinge a chiederci se abbia senso sovvertire l’ordine, ci invita ad ascoltare il rumore di bicchieri rotti che producono i buchi della comunicazione, chiede ai suoi personaggi se sia possibile negare l’amore e li induce a non ascoltarsi nell’assurda ricerca di un senso normale, che in realtà non esiste.

In tutto ciò l’autrice scrive un romanzo universale e non s’imbarazza a metterne al centro il senso (di inadeguatezza) proprio di ciascuno. In Persone normali si indagano il destino, le sliding doors, cosa sia una relazione tra due individui e come questi agiscano, tanto da soli quanto in mezzo agli altri.

Rooney ci mostra quanto possa più della testa, forse, il corpo e in ultima analisi scrive, sì, un grande romanzo d’amore, fatto di parole nuove e senza retorica. Come queste: “[Connell] non è indeciso sul fatto di volerlo fare o no, è proprio che non può. […] Mai potrebbe, ne ha l’immediata certezza, fare qualcosa con Marianne mentre li guarda Peggy, o un’altra delle sue amiche, o chiunque altro. Prova un senso di vergogna e di confusione anche solo a pensarci. È una cosa di sé che non capisce. Perché se la sua privacy con Marianne venisse invasa da Peggy, o da un’altra persona, qualcosa dentro di lui andrebbe distrutto, una parte della sua individualità, che a quanto pare non ha un nome e che finora non ha mai cercato di identificare”.

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L’illustrazione è di Marco Petrella

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  1. […] PERSONE NORMALI DI SALLY ROONEY, IL GRANDE ROMANZO (D’AMORE?) DI UNA VENTENNE di minima&moralia pubblicato mercoledì, 29 gennaio 2020 […]



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