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Perth: italiani in Australia

di Claudia Petrucci

Incontro Matteo e Giada due settimane dopo il mio rientro dall’Italia. Domenica sera la città è un non-morto all’ultima impresa rituale del fine settimana: il venerdì competizioni di resistenza nei locali fully licensed; il sabato feste private in casa di amici; al terzo giorno manchiamo la resurrezione. La prima domanda che mi fa Matteo quando siamo seduti al pub è: “Avevi voglia di ritornare?”.

Matteo arriva a Perth nel novembre 2007. Sceglie il Western Australia perché è la meta che ha scelto la sua fidanzata storica; nelle ventidue ore di viaggio pensa al surf e all’inglese. “E poi?”. “Poi è andato tutto storto”.
Matteo entra nel Paese con un Working Holiday Visa: nell’anno di permanenza che il visto concede è possibile lavorare ovunque sul territorio australiano, ma mai per più di sei mesi nella stessa azienda; per ottenere un rinnovo, sono inevitabili gli ottantotto giorni in farm, le fattorie delle zone rurali. Se ci si trova in Australia con un Working Holiday, si è backpacker. Se sotto i trentacinque, si è backpacker. Se non asiatici o indiani, si è backpacker. Matteo inaugura il suo visto dove la sua fidanzata è stata assunta come chef. Conosco il ristorante, ci ho lavorato: Perth è un paese, solo più grande – mi succede spesso di incontrare le stesse persone sul treno, o in centro città: tutti membri del ghetto CBD. Io e Matteo siamo d’accordo sul fatto che il proprietario, italiano, sia un pazzo. Con Matteo finisce a botte nel 2008, io mi licenzio con un messaggio nel 2017; entrambi raccontiamo a Giada dei calici di vino schiantati contro il muro – folcloristico, cocainomane, Vincenzo è stato il battesimo del fuoco nostro e di tantissimi altri capitati lì per caso – “Muoviti, frocio!”; “Ma sai che hai proprio un bel culo?”.

Al primo anno in Australia, per Matteo, non c’è niente che non valga la pena dell’isolamento oceanico, soprattutto i soldi. Al secondo anno in Australia, la situazione è già cambiata: Matteo è stanco, con la fidanzata storica il rapporto s’incrina, ma intanto ha imparato a surfare, e qui si è sempre al sicuro, si può camminare di notte senza avere paura. Il passaggio da una possibilità a cui non si pensa granché a una a cui si pensa molto, così tanto da farla diventare l’unico scopo, è breve e insieme immenso: dalla decisione di Matteo di rimanere a questa sera passano dieci anni. L’Australia lo cresce a modo suo. Gli offre una professione specializzata e dei momenti difficili, come il giorno in cui lo chiamano da Canberra per dirgli che il suo visto è stato rifiutato e che ha quarantotto ore di tempo per lasciare il Paese – Matteo vola in Nuova Zelanda con ottocento dollari prestati da un amico, perché ha avuto problemi con il Casinò, ed è solo, non sa se riuscirà a tornare o cosa succederà. L’Australia gli allunga il benessere in una mano, ma si appropria della sua abilità di previsione sul futuro – you’ll be fine, mate, everything will be fine – e gli sottrae la fidanzata, che preferisce il loro coinquilino.
Per Matteo i ricordi si risolvono in inquadrature immobili e nette: le dodici ore in acqua di una surf session; il giorno in cui Giada, il nuovo vero amore, dopo averlo seguito qui, gli ha detto che forse non sarebbe restata. L’Australia gli ha insegnato la postura, la voce, i trucchi per una discreta mimetizzazione: in cambio ha chiesto ottantamila dollari – tra pratiche di visto e agenti di immigrazione – e il suo decennio migliore. Matteo tornerebbe in Italia, se gli offrissero “un lavoro serio”, e ha un sogno ricorrente: lui urla, le persone che ama non lo sentono.

A Matteo e Giada lo dico prima di andare: anche io ho un sogno ricorrente.
Quando ci salutiamo c’è un vento fortissimo, una temperatura troppo bassa per il novembre di questo emisfero: l’estate si è spostata in avanti di un mese, da quando mi sono trasferita, e tra una settimana gli studenti manifesteranno per chiedere al Governo un’azione concreta contro il cambiamento climatico. Io penso che ho freddo, e penso a Giada, a come per forza di cose sono emerse le nostre idee sull’esistenza: lei è trapiantata. “Io so che la mia vita durerà meno della vostra: non è un’eventualità, è una certezza”; i suoi due anni in Australia sono stati un disastro, dice che gli italiani che ha conosciuto hanno troppi problemi, che non siamo normali. Penso abbia ragione: in noi ci deve essere qualcosa di storto.

Il giorno dopo ho l’appuntamento per un caffè con Valerio: è stato il mio capo, manager nel ristorante in cui ho lavorato. Ci vediamo a Northbridge, il quartiere notturno – di giorno qui ci sono ristoranti Dim Sum, l’anatra più buona in città, edifici bassi che hanno le loro fondamenta nel boom dell’oro del 1890. Ho conosciuto Valerio in un pomeriggio caldo di marzo, il giorno della prova: è sgroppato dalla sua Polo, ha mangiato una pizza seduto in cortile, mi ha guardato con ostilità. Ho pensato di non stargli simpatica, poi mi hanno assunto e abbiamo passato otto mesi a inventarci le storie – le coppie ricche, gli amanti, le ragazze che ci piacevano e quelle che no, una narrativa maliziosa e infinita sui clienti: era il nostro modo di metabolizzare i turni da dodici ore.
Lo trovo dimagrito, mi dice che ha iniziato una fase di purificazione della carne e dello spirito, dopo alcuni mesi problematici – “da gennaio a luglio tornavo a casa da solo la sera e bevevo, il lunedì andavo da solo al Casinò e bevevo, in vacanza da solo in America ho passato ubriaco quattordici giorni su quindici”; adesso va in palestra, segue una dieta priva di zuccheri raffinati; da San Churro – la più grossa e popolare catena di cioccolaterie in città – ordina un tè alla menta.

A Valerio chiedo di raccontarmi ancora la storia della farm: vorrei ascoltarla come la prima volta che l’ho sentita, a sei mesi dal mio arrivo, ma non è lo stesso – incrocio il mio riflesso doppio nella superficie convessa di un cucchiaino e Valerio riprende il racconto dal punto in cui è iniziato nel 2013: siamo subito dove ha deciso di restare. Gli servono disperatamente gli ottantotto giorni per richiedere il secondo anno di Working Holiday: in questo modo potrà rimandare l’opzione dei settemila dollari da investire in uno Student Visa di sei mesi. Il tempo passato in farm deve essere certificato, le buste paga inviate al Governo per il nulla osta, perciò è importante trovare un posto, uno qualsiasi, che sia in territorio regionale. È la stagione della raccolta delle fragole, ma Valerio risponde a un annuncio atipico e finisce a Pinjarra, solo in una casa nel nulla, con un cane e un fucile. Per ottantotto giorni, il suo lavoro è spostarsi tra nove laghi artificiali con un quad e dare da mangiare alle trote. Il proprietario dell’allevamento, un milionario australiano, va a trovarlo ogni fine settimana.

Io proprio non riesco a immaginarlo, Valerio, solo con un cane e un fucile; ma l’Australia è questo: ciò che sei disposto a diventare per rimanere. Valerio è arrivato qui cercando su Google le città più ricche del mondo, dopo anni di lavoro stagionale tra l’Agro Pontino e Roma. Era stanco dei soldi tirati, dell’impossibilità di uno “sfizio”, della macchina e dell’affitto, forse di suo padre con cui non parla più e di sua madre che, prima di vederlo partire, gli ha detto: “Almeno una cosa portala a termine” – Valerio aveva venticinque anni.

Quando abbiamo finito il tè alla menta mi accompagna fino al centro. Incrociamo una homeless ossigenata che affonda un jab nell’aria – camminiamo larghi per non diventare il nemico cui urla contro, nell’indifferenza generale: a Perth molti vivono, urlano, collassano per strada, non è una sorpresa per nessuno.

Ho chiesto a Valerio a cosa pensa di aver rinunciato. Alla lingua madre, ha detto lui, fiacco. Ha detto che ottenere la residenza permanente è diventato un motivo per alzarsi, sentirsi vivo, che è disposto a qualsiasi compromesso legale per raggiungere l’obiettivo. “Non ce la farei mai a mettermi con un’australiana per un Partner Visa, tanti lo fanno, ma devi essere un animale. È questo che l’Australia crea: persone senza cuore, animali”. Secondo Valerio, gli australiani hanno sostituito la cultura con il possesso delle cose; non che noi non fossimo materialisti, prima di arrivare, ma il materialismo, in Italia, “è ammortizzato dalla cultura che tocchi e vedi”; quest’assenza di cultura, dice, “crea un abisso tra noi e loro”. Di nuovo, qual è la nostra rinuncia? “Siamo diventati persone che non vogliamo essere, ma ce lo facciamo stare bene, perché in Italia abbiamo sofferto troppo. Ognuno di noi se ne va da una sofferenza, e poi qui troviamo i soldi”, che sono dappertutto, come l’alcol.

“I soldi ti danno la libertà”, dice Valerio. Penso al febbraio 2017: rispondo a un annuncio online, il titolare mi chiama subito per fissare un colloquio; due ore dopo stiamo prendendo un caffè in città – lui è un trentenne gentile con l’evidente passione del bodybuilding, una moglie, due figli, un “capitale da investire”; il giorno successivo firmo il contratto; la settimana seguente ho la mia postazione in uno spazio coworking al trentesimo piano di un grattacielo in CBD – ogni tanto qualcuno si alza per giocare a golf nel corridoio; a un mese dall’assunzione, ho un biglietto da visita con scritto il mio nome e, subito sotto, “Marketing Manager”, ma continuo a tenere in piedi tre lavori contemporaneamente, perché ho ancora la paura cieca dei soldi. Per cinque mesi, il martedì e il giovedì lavoro in un negozio d’abbigliamento, a fine turno mi cambio nel bagno, indosso camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti; lunedì, mercoledì e venerdì in ufficio al trentesimo piano, a fine turno mi cambio nel bagno, camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti; sabato e domenica, camicia e pantaloni neri, vado a servire ai tavoli nei ristoranti. Esaurisco il fisico fino ad avere molto sonno ogni ora in cui sono sveglia; spendo i risparmi in Student Visa e parrucchiere. Facciamo tutti così.

In Australia ci passano dentro a un filtro, siamo scorporati: le alterazioni sono imprevedibili. Per esempio: Paolo, in Italia, era gioielliere. Passa a prendermi di domenica, piove e fa ancora freddo – ci dicono che Perth sta diventando la nuova Melbourne, ma i locali chiudono sempre alle dieci, è solo il tempo che fa pena. In quindici minuti siamo a Mount Lawley e il cielo si apre. Con Paolo non ci siamo mai visti prima di oggi, mi ha procurato il suo numero un’amica, ma non c’è nessun imbarazzo – le difficoltà relazionali tra expat sono uno spreco: la persona che si ha davanti potrebbe ripartire tra un mese, si potrebbe non vederla mai più, quindi ogni scambio è significativo e al tempo stesso irrilevante.

Paolo atterra in Australia nel settembre 2008: un mese dopo, il mondo scopre i subprime – suo padre lo chiama dall’Italia: “hai fatto bene ad andare via, resta lì”. In provincia di Alessandria possedeva un apprendistato da orafo pagato male e un’intensa attività parallela di acquisto-rivendita beni avviata da adolescente. Sceglie Sydney, vive in un appartamento diviso con altri nove ragazzi francesi; lavora in hospitality: la ristorazione insegna la lingua velocemente. Si trasferisce a Perth nel 2010 e diventa gelataio. Si appassiona al mestiere, torna a fare dei corsi in Italia, l’attività cresce, quella che gestisce diventa la migliore gelateria del Western Australia: i proprietari australiani sono molto contenti.

Paolo riceve la cittadinanza nel 2015, quando è tutto più semplice. Nel luglio 2017, a otto mesi dal mio trasferimento, il governo australiano annuncia una manovra sulle politiche migratorie: dalla lista di occupazioni attraverso le quali è possibile accedere a un visto lavorativo e, quindi, a residenza permanente e cittadinanza, vengono rimosse un centinaio di professioni – tra queste, la qualifica di Restaurant Manager, una delle più gettonate tra gli immigrati italiani. È collettiva la percezione di una chiusura delle frontiere. Siamo terrorizzati di essere costretti ad andarcene, poi, dopo il panico dei primi mesi, ci ripetiamo che “l’Australia ha bisogno di noi”, che “noi sì che sappiamo lavorare”, che “siamo disposti a fare quello che loro non vogliono”, e poi: “ci sappiamo fare molto di più, siamo europei”.

Al ritorno, in macchina, io e Paolo parliamo di lui che nel 2006 aveva creduto in Prodi e nell’Italia campione del mondo; del fatto che le differenze culturali tra upper class e middle class australiane sono profondissime, e che tra poco arriverà un altro cambiamento economico epocale; che la Cina ci ingoierà. Io e Paolo siamo d’accordo sull’esserci sentiti o sentirci una merce: il mercato dell’immigrazione è una fonte continua di entrate nelle casse dello Stato australiano, sembra che tutti vogliano vivere qui.
Sotto l’ombra lunga del Parlamento, Paolo si chiede perché non siamo stati in grado di fare lo stesso in Italia; io gli chiedo se, secondo lui, per i nati nel 1990, che nel 2008 frequentavano il quinto anno di scuola superiore, la crisi economica potrebbe essere considerata uno shock generazionale. Non mi sa rispondere.

Ricordo bene l’ottobre 2008. Le borse precipitavano, io uscivo dalla depressione per infilarmi nel timido tentativo di una spirale autodistruttiva. È iniziato tutto lì, io lo so, tutto insieme. La fine della scuola, la fine del benessere interno ed esterno. Un crollo progressivo in cui sono diluiti i ricordi delle settimane bianche, dei viaggi a Parigi, delle crociere, dei miei che aprivano e chiudevano attività; dentro al mio mondo mediamente benestante e inutile ne stava collassando un altro enorme.

Il venerdì sera successivo sono sulla Red Cat, il bus gratuito che serve il centro città e su cui la gente sale e da cui scende ringraziando a voce alta l’autista. Sono solo le diciotto e trenta ma qualcuno ha già vomitato sui sedili posteriori. Facciamo finta di niente, mostriamo comprensione, perché tutti potremmo essere quel qualcuno, un venerdì – è un sentimento che distinguo australiano, la tolleranza nei confronti degli stati di alterazione, anche molto molesti. Arrivo in orario all’appuntamento con Sara. Scegliamo un bar dello State Building, una struttura luxury poco lontana dallo Swan River. Prima di accomodarci, siamo passate davanti al bagno dove mi cambiavo per andare a lavorare nei ristoranti, poi davanti alla boutique dove ho lavorato come commessa.

Sara è un caso particolare, non abbiamo paura a dircelo ad alta voce, io a lei e lei a se stessa. Cinque anni fa, dopo la laurea in Mediazione Linguistica, ha visitato l’Australia per una vacanza programmata prima della specializzazione. Un viaggio on the road l’ha fatta innamorare del Paese e, nell’arco di due settimane, ha maturato la decisione di non ripartire: ha raccolto i documenti, presentato domanda di ammissione a un Master; solo dopo essere stata ammessa ha fatto un paio di telefonate: la prima al suo fidanzato, per dirgli che sarebbe rimasta a Perth per il successivo anno e mezzo; la seconda a sua madre.

Un corso universitario può costare dai quindici ai ventimila dollari all’anno, per uno studente overseas. In quell’anno e mezzo, Sara ha lavorato i sabati e le domeniche, stando attenta a non sfondare il tetto legale delle venti ore settimanali consentite a possessori di Student Visa – la contravvenzione a questa regola è una pratica diffusa, ma si rischia grosso: uno studente scoperto a lavorare regolarmente per più di venti ore alla settimana viene espulso dal Paese e, con un visto cancellato in questo modo, le speranze di tornare in Australia sono nulle: questa è la burocrazia con l’ossessione per il bad record. A Perth, Sara ha imparato a cucinare i muffin, ha insegnato italiano, poi ha ottenuto la certificazione di preparatore IELTS – il test di inglese vincolante per l’approvazione di qualsiasi visto lavorativo temporaneo o permanente, e per la gran parte dei visti Student. Mi racconta le coincidenze che si incastrano una nell’altra, mentre beviamo champagne; mi dice che adesso, finalmente, si sente a casa: sta aspettando la chiamata per il primo test di cittadinanza, il suo fidanzato l’ha raggiunta e hanno già avviato le pratiche per un Partner Visa. A Sara dico che qui non ho conosciuto molte donne che non si siano mosse per seguire un compagno, un marito o un fidanzato: lei quasi nessuna. Le chiedo se ha tante amiche e quanto care: ne ha poche, una ragazza della Mongolia con cui ha legato all’università, e che ora è tornata nel suo Paese d’origine; un’australiana, due italiane, poi le amiche storiche lasciate indietro, in Veneto.

Tocchiamo di sfuggita l’argomento Manus Island, perché all’improvviso mi viene in mente un volantino che ho visto attaccato a un lampione, due settimane fa, in un viaggio a Sydney. Nauru e Manus sono dove si finisce se si tenta di entrare in Australia illegalmente, come insegna il video del generale Campbell. I centri detentivi accolgono richiedenti asilo che non accederanno mai al Paese e che non lasceranno mai le isole: tra questi, moltissimi bambini. La rigidità australiana nel rispetto dello schema No Way è nota, come sono noti le violenze, gli abusi sessuali, le atroci testimonianze di autolesionismo e suicidio di detenuti di tutte le età. Con Sara non vogliamo davvero parlare di questo, ma ugualmente, mentre finisco lo champagne, penso che i soldi sono gli stessi: quelli che noi versiamo al Governo, implorando di adottarci, e che il Governo spende in Papua Nuova Guinea e Micronesia per la gestione dei centri da cui non si torna indietro. Penso anche che l’Australia, fino al ’73, era bianca.

Prima di andare Sara mi racconta di suo padre, che ha iniziato a lavorare da adolescente, ha aperto l’azienda familiare, “ha fatto tutto giusto”, poi, sei anni fa, si è ammalato: se ne è andato in tre mesi. Allora, dice Sara, lei ha capito – nella morte un potere educativo, la lezione che cerchiamo di imparare per tutta la vita mostrando difficoltà d’apprendimento insolvibili: che il tempo a nostra disposizione in questa dimensione è limitato, e che non possiamo sprecarlo in un posto che non ci offre possibilità; non possiamo sprecarlo in nessun posto; non possiamo sprecarlo.
Dopo esserci salutate, prendiamo due Uber per direzioni diverse. Io raggiungo degli amici australiani per una pizza, li ascolto parlare dei terreni che hanno acquisito, delle case che comprano e vendono, che costruiscono, dei viaggi in Asia, America, in Europa, delle trasferte, del progetto concreto di smettere di lavorare per insegnare a dipingere; li ascolto parlare, figli del boom minerario e di un universo che non ha mai conosciuto una vera crisi, impreparati a quello che ho assimilato come dovere alla sopravvivenza. Sono la più giovane. Non credo che la mia generazione sia stata pensata per essere così ricca; forse la fortuna di questo universo, così lontano, è che è indietro di vent’anni sulla catastrofe. Magari la catastrofe prima o poi arriverà: ma loro dicono di no, stanno aspettando un secondo boom, succederà presto.

Torno a casa la mattina del sabato, alle sei. C’è il sole forte delle nove italiane e una quiete iperbarica; la natura è aliena, preme dai confini deserti della città, ma ne arriva soltanto l’odore. Questo odore non è occidentale, non è civile, è la connessione tra le parti di noi e del pianeta che stiamo distruggendo.
Il mio Uber è una macchina sfinita come il suo autista, i sedili sono protetti da lenzuola bianche; c’è bianco dappertutto. Continuo ad avere, dal 2008, incontri traumatici con la bellezza delle cose, delle persone dentro alle cose, di me dentro a cose che non capisco. Nel bianco della macchina, mi paralizzo.
Il mio trasferimento è iniziato dieci anni fa. Ho l’impressione di aver realizzato, in questa parentesi precaria, la condizione che mi insegue: il voler essere sempre in un altro luogo. A settembre ho riabbracciato mia sorella, i miei cari, i miei amici – non li vedevo da due anni, mi sono sembrati più giovani, più freschi, più vivi di come li avevo lasciati. A ottobre non volevo rimanere ma neppure tornare. Forse, quando sei andato, non c’è un altro posto per te nel mondo.
Spesso mi vergogno di quello che sono e che siamo qui, quando giochiamo a lavorare nelle fattorie, quando ci lamentiamo del lavoro duro, delle avventure tragiche che attraversiamo. Penso che abbiamo un posto a cui potremmo ritornare. C’è a chi invece il posto è stato tolto, per altri il posto non esiste più; chi non era come noi, non se ne voleva andare.
C’è la bellezza di un lenzuolo bianco in una mattina molto presto – il terrore che abbiamo dell’insostituibile; il 2008; io che sono stata la mia lingua, le parole che conoscevo, e adesso, in un’altra lingua, non sono quasi più niente. Poi l’Australia mi allunga il benessere in una mano, dall’altra mi sfila l’illusione di un’abilità di previsione sul futuro, e io sono solo una persona in una cosa bella, in un lenzuolo bianco. La mia vita sono i prossimi cinque minuti.

 

Commenti
3 Commenti a “Perth: italiani in Australia”
  1. Alessandro scrive:

    Non so se mi potete aiutare ma sto cercando nella vostra città di Perth una mia amica on line di nome JOLANDA FANTO, è molto tempo che non ci sentiamo on line. Io sono di Roma Italia mi farebbe molto piacere ricontattarla, suo marito fa il sarto.
    Spero nel vostro aiuto carissimi connazionali, Cordialmente Alessandro.

  2. Sara scrive:

    Torneresti?
    Avessi di nuovo 25 anni, un’offerta di lavoro in Australia come insegnante e un master da cominciare nelle vie di Roma, cosa faresti?
    La mia mente giovane non sa uscire da questo groviglio di sensazioni

    Sara

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  1. […] Un articolo di Minima et Moralia racconta qualche caso di emigranti italiani in Australia, a Perth. […]



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