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Il pezzo che avrei voluto scrivere sulla casa di Caravaggio

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E pensare che non avevo mai amato le soglie, con la loro insopportabile diacronia, di qua/di là, dentro/fuori, prima/dopo, e ora invece mi sembra di non fare altro, di non voler vedere altro, come se custodissero un arcano segreto o fossero il simbolo di un’esperienza assoluta, qualcosa di organicamente isolato ed estrinseco al corso normale di una vita e che tuttavia ne costituisce il nucleo più intimo. Fu Gerard Genette a rivelarmi che le soglie del testo erano il cuore delle mie ossessioni letterarie, fin da quando alle medie andai in gita scolastica a Recanati per la casa di Leopardi, o più tardi, al liceo, quando visitai il pomposo Vittoriale di D’Annunzio a Gardone.

Soglie nel senso di paratesti, come le intendeva il critico francese, al pari di una prefazione, di un esergo, di una quarta di copertina. Anzi, forse tra tutti i paratesti possibili quella era proprio la soglia principale, appunto la soglia di casa, il punto ideale tramite il quale accedere a un’opera, perché fra quelle mura domestiche fu concepita, nacque, prese forma. Non a caso scrissi La fenomenologia dei ringraziamenti letterari, che analizzava la soglia di uscita di un’opera, il suo commiato definitivo, come se la spigolatura fosse il mio destino, più che il corpo a corpo col testo.

Questo ovviamente vale anche per i testi figurativi, le opere artistiche, cioè i dipinti, e nel caso di Caravaggio la soglia di casa sua si è trasformata per me in un ostacolo insuperabile, la sua arcigna diacronia mi ha impedito di accedervi. Ma per la verità mi è mancato anche l’appoggio del giornale per cui scrivo, senza il cui lasciapassare ogni tentativo si era dimostrato vano. E’ che volevo scrivere un pezzo sul modello degli articoli già pubblicati a proposito delle case di Giorgio Manganelli e Lucio Battisti, ma con maggior respiro, diciamo la lunghezza del pezzo su Borges, progetto che ha incontrato la perplessità del mio capo per il fatto che “Caravaggio è straraccontato“; obiezione innegabile, dato che ormai si fanno più mostre su di lui che su qualunque altro artista, ma che non ho condiviso perché nella mia proposta c’erano elementi di novità indiscutibili sia nel merito che nella forma.

Nella forma perché io amo soffermarmi anche ad ascoltare la storia di chi vive adesso in quelle stanze, un po’ sulla scia di Walter Benjamin, che si chiedeva se “non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute?“. E nel merito perché non esiste una targa sul posto, nel senso che non è segnalata come la casa di Caravaggio. Sul web si contano parecchi siti che riportano la notizia, ma chi passa per quella strada – il vicolo del Divino amore, che Cristina Campo chissà perché considerava “la strada più bella di Roma”, come disse in una lettera a un’amica, e Cristina non sapeva che lì c’era la casa di Caravaggio, non era ancora stato scoperto il documento che lo attestava – beh, chi passa di lì può ignorarlo bellamente. Ovviamente è una bestemmia, considerata la fama del pittore e la vocazione turistica della capitale, che in molti altri angoli abbonda di segnalazioni sul breve soggiorno di innumerevoli Tizio Caio Sempronio.

Oltretutto questa è l’unica abitazione certa di Caravaggio di cui si abbia contezza, perché si sa che visse anche in altri posti precisi, come palazzo Madama, oggi sede del Senato e allora residenza del Cardinale Francesco Maria Del Monte, che lo ospitò e protesse a lungo, ma vai a sapere in quali stanze. La casa di vicolo del Divino amore invece è singola, una casa cielo–terra su due piani rimasta miracolosamente intatta in questi ultimi quattro secoli, e questo lo sappiamo dal contratto di affitto, che la descrive minuziosamente e che è uno dei due documenti rinvenuti nell’Archivio di Stato che attestano la sua presenza in quell’edificio. Allora la strada si chiamava in un altro modo, vicolo dei Santi Cecilia e Biagio, ed era piena di materassai. Qui Caravaggio visse per 14 mesi al civico 19, precisamente dall’8 maggio 1604 al 29 luglio 1605.

La struttura della casa è identica ad allora, sia nella divisione degli spazi interni (uno stanzone e due camere per piano più una cantina sotto), che all’esterno: il giardino in cui il pittore teneva l’orto, il cortile con la vera del pozzo e il portichetto sotto il quale firmò il contratto di affitto con la proprietaria, tale Prudenzia Bruni (anche se il vero proprietario dell’immobile era Laerte Cherubini, l’avvocato committente della Morte della Vergine, e la Bruni solo un’intermediaria). Questa era casa e bottega, infatti qui Caravaggio visse in compagnia di Francesco Boneri detto Cecco, il modello di tanti suoi dipinti (come Amor omnia vincit), nonché garzone e compagno di avventure, e fra quelle stanze scorrazzava Cornacchia, il suo bastardino nero con delle macchie bianche cui aveva insegnato a camminare sulle zampe posteriori e che gli fece da modello per il Cerbero del dipinto murale del Casino Boncompagni Ludovisi.

Essendo casa (al piano inferiore) e bottega, conosciamo anche i quadri che dipinse qui in quel periodo, come la Madonna dei Pellegrini, oggi esposta nella vicina chiesa di Sant’Agostino, per la quale posarono come modelli la cortigiana Maddalena Antognetti e suo figlio Paolo, a mio avviso uno dei più bei Gesù bambini della storia dell’arte, sebbene un po’ cresciutello rispetto allo standard. Riguarda sia il merito che la forma il fatto che si conosce addirittura il contenuto della casa, cioè gli arredi, i vestiti, e pure il numero di libri che Caravaggio possedeva (dodici), dato che, quando il pittore scappò precipitosamente a Genova per aver ferito il notaio Mariano Pasqualone ed essere stato da lui denunciato, la sua padrona di casa chiese e ottenne il sequestro di tutti i suoi beni per morosità (sei mesi di affitto arretrato), e questo avvenne dopo che l’ufficiale giudiziario stese l’inventario dei beni presenti nella casa del pittore.

Nelle mie passeggiate domenicali in centro passo spesso lì davanti, e un giorno ho citofonato al proprietario attuale di quella casa dicendo che ero un giornalista e chiedendogli di poter dare un’occhiata, ma lui non fidandosi ha preteso una richiesta ufficiale da parte del giornale per cui avrei scritto il pezzo, quindi se non convinco il caporedattore di una testata seria lì non ci metterò piede. Un altro degli elementi di novità indiscutibili è proprio che là dentro non c’è mai entrato nessuno, sono spazi vergini, e sarebbe bello fotografarli e renderli pubblici, sebbene con arredi contemporanei e tracce di vite attuali. Immaginarsi la casa al tempo di Caravaggio sarebbe più facile che immaginarsi com’era trent’anni fa la casa di Manganelli in via Chinotto, perché degli arredi di Caravaggio sappiamo tutto, e quell’elenco di cose parla, dato che molti oggetti sono presenti nei suoi dipinti, come lo scudo a specchio citato nell’inventario che ritroviamo in Marta e Maddalena di Detroit e prima ancora nella testa della Medusa a Firenze, o come la “quitara” che non dipinse mai ma che usò di certo, perché Caravaggio sapeva suonare, come la stessa Prudenzia Bruni racconta quando denunciò che il pittore gli aveva tirato dei sassi alla finestra canzonandola con un motivetto alla chitarra accompagnato da dei versi osceni.

Ad ogni modo quello che risulta dall’inventario è che Caravaggio, anche in un periodo di fama e buone commissioni come quello, viveva modestamente, circondandosi di poche cose. L’inventario fu steso stanza per stanza, elencando ciò che il funzionario incontrava via via che l’attraversava, e questo fa presumere che Caravaggio e il suo garzone dormissero vicini, nella stessa camera o in camere attigue, perché il “matarazo” e le coperte vengono citate tutte assieme. Altra ipotesi plausibile è che i due non mangiassero a casa, o perlomeno non cucinassero lì se non di rado, per l’assenza di utensili da cucina. L’unico oggetto caro della casa è il grande specchio, che a quel tempo solo i ricchi potevano permettersi, ma probabilmente per Caravaggio quello era uno strumento di lavoro indispensabile per studiare gli effetti di rifrazione della luce nei suoi quadri. Luce che di sera era molto fioca in questi ambienti, come dimostrano i due soli portacandele in ottone poggiati sopra il “forzieretto” che custodiva i vestiti lussuosi ma logori del pittore.

Ma tutte queste supposizioni possono non collocarsi esattamente all’indirizzo indicato, dato che alcuni, come lo storico dell’arte Maurizio Marini, contestavano l’identificazione di quel numero civico proponendone un altro vicino (il 22), col rischio così di fare la fine del protagonista de La vera vita di Sebastian Knight, di Nabokov, che per un equivoco imbocca la porta sbagliata di un ospedale e passa la notte a vegliare un perfetto estraneo scambiandolo per il fratellastro.

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