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Pianeta Roth #4: Il complotto contro l’America

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Nelle prime pagine del Complotto contro l’America, il 27 giugno 1940 gli abitanti del quartiere ebraico di Weequahic, a Newark, ascoltano alla radio la diretta della convention nella quale il partito repubblicano deve nominare lo sfidante di FDR per le elezioni presidenziali del novembre successivo. Alle 3.18 del mattino, dopo l’esito fallimentare della ventesima votazione, Charles Lindbergh – il celebre aviatore statunitense che nel 1927 aveva compiuto il primo volo transatlantico in solitario, e che negli anni trenta aveva soggiornato varie volte in Germania stabilendo rapporti di amicizia con il Terzo Reich – fa il suo ingresso trionfale nell’assemblea, e viene praticamente candidato per acclamazione[1].

Al pensiero che un simile individuo – che solo un paio di mesi prima aveva pronunciato un discorso di dubbio gusto in cui addossava la colpa della politica interventista del paese nella seconda guerra mondiale al «popolo ebraico» e alla «razza ebraica», confermando le sue simpatie per la politica xenofoba della Germania e del suo führer Adolf Hitler – possa accedere alla Casa Bianca, tutti si riversano in strada in piena notte, presi da una sorta di surreale stordimento, per confortarsi a vicenda e sfogare apertamente la propria indignazione: «Famiglie intere che avevo conosciuto solo vestite, vestite di tutto punto con gli indumenti di tutti i giorni, indossavano pigiami e camicie da notte sotto le vestaglie e giravano in tondo in ciabatte, all’alba, come sospinte fuori di casa da un terremoto. Ma quella che più sorprendeva un bambino era la rabbia, la rabbia di uomini che conoscevo come spensierati fornitori di consigli non richiesti o rispettosi e taciturni lavoratori che per tutta la giornata si guadagnavano il pane sgorgando lavandini o pulendo caldaie o vendendo mele al minuto e poi la sera leggevano il giornale e ascoltavano la radio e si addormentavano nella poltrona del soggiorno, gente semplice che era ebrea per caso e che ora dava in escandescenze in mezzo alla strada e inveiva senza preoccuparsi delle convenienze, risospinta bruscamente nella lotta insostenibile a cui aveva creduto di sfuggire grazie alla provvidenziale migrazione della generazione precedente».

Più che all’eccezionalità degli eventi storici, l’autore rivolge la sua attenzione alla quotidianità di queste persone, all’equilibrio della loro vita semplice che all’improvviso rischia di essere drammaticamente spezzato. Non gli interessa sottolineare i risvolti epocali di uno snodo storico fondamentale, quanto descriverne il riflesso nelle reazioni dei personaggi, sondare l’umanità dei loro gesti, la compostezza o la concitazione del loro sdegno, il raccapriccio e lo stupore di chi assiste alla distruzione repentina di una stabilità erroneamente ritenuta duratura. Roth non intende trovare spiegazioni alla tragedia. Si limita a porre i suoi personaggi di fronte all’imprevisto e a osservare le loro reazioni con lucidità e partecipazione. Sarà la storia, in seguito, a tentare di ricondurre all’ordine il caos e la disperazione sottesi all’esperienza della caducità. La tragedia non accade nonostante la storia. La tragedia è la storia.

Il meccanismo è spiegato molto bene in un’altra pagina del romanzo: «Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea».

Operando un’alterazione nel tessuto reale degli avvenimenti, Roth aspira a riportare allo scoperto la costernazione degli individui di fronte all’inesorabilità del destino nelle vicende umane: in sostanza, a restituire il disastro a discapito dell’epopea. E lo fa con continue zoomate nel cuore dell’evento, con picchiate improvvise dalle altezze di una narrazione evenemenziale nelle minuzie descrittive dei singoli episodi. Egli lascia ai personaggi l’agio di reagire nei loro tempi e nei loro spazi, senza costringerli ad abbandonarsi remissivamente all’inarrestabile ritmo della storia.

Un altro esempio. Pochi giorni dopo la candidatura di Lindbergh, la popolazione si ritrova nuovamente incollata agli apparecchi radiofonici per ascoltare il popolare programma di Walter Winchell, il giornalista ebreo famoso per il coraggio delle sue idee e per la schiettezza con cui era in grado di portarle avanti. Dopo la scandalosa designazione di Lindbergh, gli ebrei si aspettano da lui un attacco deciso alle posizioni antisemite del candidato repubblicano. E nel momento in cui Winchell in effetti sferra la sua offensiva con la dovuta determinazione ed efficacia, un applauso di giubilo si leva dalle finestre del vicinato, e un clima festoso discende sul quartiere a rasserenare la calda notte d’estate: «Gli uomini tirarono fuori le sedie a sdraio dai garage e le piazzarono all’inizio dei vialetti, le donne portarono da casa caraffe di limonata, i bambini più piccoli si misero a correre sfrenatamente da una veranda all’altra e i più grandi si raccolsero a ridere e chiacchierare per conto loro, e tutto perché l’ebreo più noto d’America dopo Einstein aveva dichiarato guerra a Lindbergh». In questo passo, le sedie a sdraio e le caraffe di limonata non sono ingredienti meno importanti del discorso pronunciato da Walter Winchell. Gli uomini che se ne stanno seduti nel vialetto della loro abitazione a sorseggiare una bevanda fresca in un’afosa notte d’estate sottolineano l’eccezionalità della serata assai più delle battaglie combattute durante quelle incandescenti giornate della politica statunitense.

I personaggi del romanzo sono gli stessi che abbiamo imparato a conoscere nella precedente produzione narrativa dell’autore: è la seconda generazione di ebrei immigrati negli States, che negli anni trenta e quaranta hanno portato a compimento il processo di americanizzazione iniziato dai loro genitori, adeguandosi alla logica calvinista del paese che li aveva accolti e gettando le fondamenta di una società basata sull’impegno personale e la responsabilità; è la generazione dei padri dei più celebri protagonisti rothiani, da Alexander Portnoy a Nathan Zuckerman; sono i medesimi personaggi la cui identità era definita sulla base del mestiere che svolgevano, del ruolo riconosciutogli dalla comunità nella quale erano radicati; coloro che avevano stabilito quel delicato equilibrio sociale che nel giro di vent’anni si sarebbe sclerotizzato in uno sterile convenzionalismo morale, contro il quale lo stesso autore si ribellò con veemenza a partire dagli anni sessanta.

Ma cosa accade quando un personaggio che ha edificato tutta la propria esistenza sul senso di responsabilità viene catapultato di fronte alla violenza cieca del destino, che non offre possibilità di riscatto ma solo di rassegnazione, contagiando anche gli individui più strutturati «con quella malattia infantile, tutt’altro che rara, che si chiama: perché-le-cose-non-possono-più-essere-come-una-volta?».

Il gigantesco senso di frustrazione di fronte all’inevitabile è una delle tematiche più feconde nei romanzi di Philip Roth, che non a caso ha posto termine alla propria produzione narrativa con il cosiddetto ciclo delle Nemesi. Nell’uso che ne viene fatto nell’inglese contemporaneo, il termine «nemesis» significa «ciò che non può essere sconfitto». L’inadeguatezza dell’uomo nei confronti del destino – declinata nei romanzi delle Nemesi come impotenza di fronte alla caducità (Everyman), di fronte alla storia (Indignazione), di fronte alla perdita dell’ispirazione artistica (L’umiliazione) e di fronte alla tragedia (Nemesi) – emerge nel Complotto contro l’America dove il lettore non se la aspetta: dalla solida compattezza del passato. Un’alterazione nella trama degli eventi trascorsi può determinare una riscrittura della storia successiva (come sanno gli spettatori di Terminator o dell’Esercito delle 12 scimmie, e in generale tutti gli appassionati del genere fantascientifico).

In questo caso, la connivenza del presidente Lindbergh con la Germania e l’ipotesi inquietante di un’America nazista controllata dallo stesso Hitler getta un’ombra minacciosa su quelli che vengono comunemente ritenuti i fondamenti della democrazia americana. Cosa sarebbero oggi gli Stati Uniti (e cosa sarebbe il mondo intero) se nel 1940 avessero stabilito delle relazioni amichevoli con la Germania e con il Giappone? Se nel 1941 non fossero intervenuti nella seconda guerra mondiale a fianco degli Alleati e in tal modo avessero consentito a Hitler di vincere la guerra?

La prospettiva assume tutta la propria allarmante concretezza in un sogno del giovane narratore, che all’epoca dei fatti ha solamente sette anni. Lindbergh si è da poco candidato alla presidenza, e il bambino sente un gran parlare intorno a sé del male assoluto rappresentato da Hitler e dalla minaccia che egli costituisce, non soltanto in Europa, ma oramai anche in America: un America che il piccolo Philip ha iniziato a conoscere grazie alle immagini raffigurate nei suoi amatissimi francobolli da collezione. Una notte viene svegliato di soprassalto da un terribile incubo che riguarda proprio la sua preziosa raccolta, questo strumento di conoscenza in grado di catalizzare gli avvenimenti della storia maiuscola e di proiettarli nel microcosmo semplificato della percezione infantile: «Fu quando guardai, subito dopo, la pagina opposta dell’album per vedere cos’era successo, se era successo qualcosa, ai miei dieci francobolli della serie dei parchi nazionali del 1934 che caddi dal letto e mi svegliai sul pavimento. Yosemite in California, Grand Canyon in Arizona, Mesa Verde in Colorado, Crater Lake nell’Oregon, Acadia nel Maine, Mount Rainier nello stato di Washington, Yellowstone nel Wyoming, Zion nello Utah, Glacier nel Montana, le Great Smoky Mountains nel Tennessee: e sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera».

I boschi, le rupi, i fiumi, i geyser i burroni, le coste di granito e le cascate, nella loro accezione di durezza e durata, sono immagini quanto mai concrete, che alludono a una permanenza apparentemente destinata a rimanere incontaminata nella vertiginosa profondità del tempo, mentre la lunga enumerazione dei parchi nazionali statunitensi estende alla dimensione orizzontale il senso di stabilità che Philip ha percepito intorno a lui in tutta la sua giovane esistenza. La svastica nera fa la sua apparizione sul palcoscenico della frase al termine della lunga elencazione, e rappresenta il culmine dell’incubo che scaraventa letteralmente il ragazzino giù dal letto: la forza del cambiamento che mette in discussione quanto di più solido e duraturo percepiamo intorno a noi; le coordinate essenziali del nostro esistere nel tempo e nello spazio, ovvero il senso della storia e il senso della geografia.

Il passato è l’unica dimensione temporale al riparo dalle minacce dell’imprevisto. Nel passato, esso è stato oramai assorbito dal flusso degli avvenimenti successivi e giustificato in base a una serie di ricostruzioni a posteriori; il vaglio dell’ermeneutica ne ha smussato ogni asperità e ha disinnescato il meccanismo esplosivo contenuto nel cuore delle sue contraddizioni. Scrivendo un romanzo di fantastoria come Il complotto contro l’America, Philip Roth avanza un’ipotesi: cosa sarebbe successo se, nel corso degli eventi, le cose si fossero svolte diversamente da come sono andate? Se quanto oggi ha assunto la consistenza rigida e definitiva del passato fosse rigettato nuovamente nel crogiolo incandescente delle possibilità? Se l’equilibrio sul quale riposa la solida percezione del presente fosse alterato dalle scosse telluriche del non-accaduto?

Manipolando il passato, egli compie in realtà un sabotaggio del presente. Lo confuta, lo smentisce, lo strappa dalla dimensione metafisica della storia e lo restituisce alla piena immanenza del divenire. Pubblicato nel 2004, tra il primo e il secondo mandato del presidente George W. Bush e dopo una serie di scelte sbagliate in politica estera, Il complotto contro l’America mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia statunitense, e le impedisce di sclerotizzarsi nelle forme scontate e rischiose dei moral values o del sogno americano (la famosa pastorale, cui sempre corrisponde una contropastorale). È il suo atto d’amore nei confronti dell’America: un amore, puro, estremo, dinamico, appassionato, sottoposto costantemente al vaglio della critica, spinto con coraggio fino al limite estremo del tradimento e della slealtà.

 


[1] Nella realtà storica, alle elezioni presidenziali del 1940 Roosevelt sconfisse con un’ampia maggioranza il candidato repubblicano Wendell L. Willkie. Lindbergh, nonostante abbia manifestato realmente alcuni atteggiamenti antisemiti, preferì rimanere al di fuori dell’agone politico e non si candidò mai per la presidenza degli Stati Uniti.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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4 Commenti a “Pianeta Roth #4: Il complotto contro l’America”
  1. Gaia Manzini scrive:

    Caro Luca, le tue analisi rothiane complottano contro la banalità! :-)

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