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Piccola città. Una storia comune di eroina

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«Voglio che, mentre mi leggete,
sappiate esattamente chi sono e dove sono
e che cosa ho in mente».
Joan Didion, The White Album, 1979.

 

Quando ero bambina, su un muro in casa di mio padre c’era un disegno. Raffigurava degli struzzi di profilo, al tramonto. Le loro sagome emergevano da una scritta che io imparavo a memoria pur non comprendendola: «La piccola città non aveva mai scherzato con i suoi abitanti, così come non scherzerà mai. E le ore racchiudevano il magico contenuto della noia, della incapacità».

La piccola città era Grosseto e gli struzzi i suoi abitanti.

Così pensavo allora. O forse no. Forse gli struzzi erano mio padre e i suoi amici che avevano scritto e disegnato su quel muro. L’incapacità era la loro. E la sabbia era l’eroina. Ma ero bambina, non sapevo niente dell’incapacità, dell’eroina e preferivo pensare che gli struzzi fossero gli altri, non mio padre.

Certo, che la piccola città fosse Grosseto non c’era alcun dubbio. Grosseto, al centro della Maremma, alla periferia del Mondo: Kansas City, come l’aveva definita Luciano Bianciardi, ma allora non sapevo nemmeno questo.

Questa è dunque la storia della piccola città, dei suoi struzzi e di una bambina.

Ma è anche la storia di tante piccole città, trasformate dal boom economico, devastate dall’eroina, di struzzi che hanno lasciato che il tempo scorresse finché tutte le bambine sono diventate donne e i bambini uomini, e che ancora, con alcuni aspetti della loro storia non hanno mai fatto i conti.

Io, per quanto mi riguarda, provo a farli così.

Uno

«Bene, se mi dici che ci trovi
anche dei fiori in questa storia, sono tuoi».
Francesco De Gregori, Bene, 1974.

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Guardate questa bambina. Questa bambina sono io.

Ho la piuma in testa e delle foglie in mano. È il 5 settembre del 1976 e Democrazia proletaria festeggia anche sul Monte Amiata le elezioni politiche del 20 giugno, dove ha preso l’1,5 per cento. Sei deputati. In effetti da festeggiare c’è poco. Ma io queste cose non le so e per me, in quel momento, è una festa. Come quando babbo ha dipinto di rosso la porta della sede del Pdup di Grosseto, e a me questo nome, Pdup, mi sembra che rimbalzi.

Il Pdup rappresenta davvero poche persone mentre il Pci ha preso quasi il 35 per cento dei voti. Ma per me il Pdup è la Politica. Si chiama così. Ha la lettera maiuscola e la porta rossa, e poi la fanno mio padre e i suoi amici, che mi piacciono, perché mi raccontano la Favola di Mao Tse-tung.

La Politica la fanno i maschi, questo lo so, mentre mamma e le sue amiche fanno il Femminismo, che, forse, mi piace pure di più della Politica, perché si canta.

Oltre la Politica e il Femminismo c’è mia nonna che è il Mondo. Per mia nonna il Femminismo non esiste, la politica non ha la maiuscola, e si chiama solo Pci, perché ha avuto un fratello senatore, e ancora mi parla di quella volta nel 1946 quando l’hanno portata a una manifestazione a Roma, per festeggiare la Repubblica, dove avrebbe dovuto parlare e suo fratello non le ha fatto aprire bocca. Ma per lei è un bel ricordo.

Poi c’è la Città, che è Grosseto, ma per me è un perimetro che parte dal ponte della ferrovia e arriva a via Orcagna dove c’è «la terra», nonna la chiama così: campi coltivati dove si va in bicicletta dopo scuola per accudire i conigli e le galline, le rose, e c’è la cantina, con le botti e un odore di vino buono.

Così, riassumendo, negli anni Settanta, per me bambina, le Cose che Esistono sono il Femminismo, la Politica, il Mondo e la Città. «Linus», in bagno, da leggere. Mentre ancora non ci sono i cartoni animati giapponesi e soprattutto ancora non c’è l’Eroina che cambierà di lì a poco il Mondo, il Femminismo e la Politica. Ma soprattutto la Città……

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(Oggi 15 novembre esce in libreria Piccola città. Una storia comune di eroina (Laterza): le prime pagine da questo blog hanno raggiunto molti e molte quindi grazie ai lettori di minima per il sostegno dimostrato fin da allora. Alle 19,00 alla Libreria minimum fax a via della Lungaretta 90 E, Roma, faremo un brindisi per salutare il nuovo arrivato).

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente e ricercatrice indipendente. Fa ricerca sulla storia della cultura: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Ma il suo amore più grande è la storia della scuola. I suoi ultimi saggi sono “La lettera sovversiva” (Laterza 2016) e “Piccola città” (Laterza 2018). Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Ha insegnato per anni alla Sapienza ma poi ha smesso. Fa documentari di storia per Rai Tre.
Ha due figlie che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.
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