Piccola riflessione sull’identità nazionale

Questo articolo è apparso la settimana scorsa sul Fatto Quotidiano.

Nel percorso di avvicinamento al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia si moltiplicano le discussioni sull’identità nazionale. Non è impalpabile in materia il timore di aver imboccato da qualche decennio la via del work in regress, e l’argomento diventa più spinoso se si traccia il parallelo con l’Italia del ’61, un paese che festeggiava il centenario ancora fresco di Olimpiadi e annunci del Concilio Vaticano II, forte di una moneta da poco proclamata la «più stabile del mondo», e nel quale le tensioni politiche e sociali non giocavano comunque alle tre carte con concetti quali l’unità o i valori costituzionali.
Sulla spinosa questione si può provare oggi a tracciare un filo di Arianna utilizzando gli importanti e recenti libri di due storici: Autobiografia di una repubblica di Guido Crainz (Donzelli) e Italianità. La costruzione del carattere nazionale di Silvana Patriarca (Laterza).
Del libro di Crainz si è molto parlato, ma il dato che qui preme sottolineare è l’utilizzo di Gobetti (che nel 1922 definì il fascismo «l’autobiografia della nazione») come possibile richiamo alla responsabilità collettiva. Chiudendo il cerchio aperto coi suoi precedenti lavori, Crainz prova a dimostrare come lo sconfortante quadro politico e civile dell’Italia attuale non sia la conseguenza di un’imprevedibile calata dei barbari ma il frutto di una lunga catena di cause, quali ad esempio l’ostilità verso lo Stato sentita già all’alba dell’Unità, l’abitudine al servilismo consolidatasi durante il fascismo, l’incapacità di sfruttare sul lungo periodo le congiunture favorevoli, il familismo amorale, l’amore per l’anarchia a basso costo e per i bassi istinti di cui l’attuale governo sarebbe uno specchio fedele e, insieme, lo sbocco tutto sommato naturale di un lungo processo degenerativo.
A voler saldare il discorso dell’identità a quello del carattere, viene in soccorso poi il volume della Patriarca. È la storia di un popolo patologicamente incline all’autoanalisi, scisso tra denigrazione ed esaltazione di sé, morbosamente felice di leggersi come un’eterna incompiuta in attesa di palingenesi. Nel tempo, siamo stati capaci di rappresentarci in ogni modo: popolo molle ed effeminato nel Settecento, ricettacolo di tutti gli ozi nell’Ottocento, divisi tra fessi (chi moriva in trincea) e furbi (chi stava in retrovia) durante la Grande Guerra, fucina di mandolinisti da raddrizzare pur di promuovere l’entrata nel fascismo e di brava gente pur di dimenticarsene in fretta vent’anni dopo, fino agli individualismi senza ritorno degli ultimi tempi, mentre l’arrivo della componente multietnica coglie alle spalle questo continuo esercizio di rimuginamento.

Se le tinte con cui ci siamo dipinti sono troppo accese e contrastanti per essere credibili, c’è da capire cosa ci porta a giocare al rialzo con questa schizofrenia. Probabilmente siamo un popolo dalla cultura troppo storicamente ricca e turbolenta per stare comodi in una definizione, e se si pensa che ciò che ci unisce (la lingua) è giunto alla sua prima splendida prova sotto il cielo del contrasto tra Guelfi e Ghibellini, si intuisce il perché della nostra vocazione. Proprio questa irriducibilità, in apparenza il nostro peggior difetto, si è rivelata tuttavia la leva in grado di farci spiccare il balzo quando siamo riusciti a usarla in maniera virtuosa. Si pensi a che ritardi abbiamo accumulato e quali disastri incamerato quando – dalla Controriforma al fascismo – abbiamo cercato di chiuderci dentro una reductio ad unum. E poi si pensi invece all’ultima grande impresa di cui siamo stati capaci: trasformare una landa devastata dalla guerra in un paese ricco, civile, dotato di una carta costituzionale tra le più riuscite del continente. Il vero miracolo dell’Italia del dopoguerra non fu far cantare con una sola voce le diverse culture che la abitavano, ma consentire a ognuna di tarpare le ali agli eccessi e ai fanatismi delle altre, costringendo paradossalmente l’avversario a dare il meglio di sé. Cosa sarebbe accaduto al Pci del Togliatti già inquilino all’hotel Lux di Mosca non solo senza l’opposizione di cattolici e liberali, ma in mancanza degli strappi di intellettuali come Vittorini e Calvino? E in quale medioevo dei diritti civili e della sovranità dimezzata saremmo rimasti non solo senza l’azione culturale delle opposizioni ma anche in mancanza, nella stessa Dc, di provvidenziali cortocircuiti, come quello che nel ’52 fece sì che De Gasperi rispondesse picche a Pio XII che aveva caldeggiato l’alleanza dei cattolici con l’estrema destra e i monarchici? («proprio a me», scriverà poi De Gasperi, «un povero cattolico della Valsugana, è toccato di dire di no al papa»).
È per questi motivi che oggi fanno tremare i polsi alcune posizioni storicamente miopi come quelle di chi, considerando l’impresa dei padri costituenti un «compromesso da superare», lasciano cadere più di un’ombra sul reale valore da assegnare al sostantivo. Vedere o anche solo auspicare segretamente in questo superamento l’accordatura (obtorto collo o meno) di tante voci sul timbro di una sola significa aver capito poco della nostra identità, ma soprattutto vuol dire aver cercato ancora meno di indagare il segreto dei successi che pure siamo riusciti a raggiungere. Significa non riuscire a capacitarsi di come Machiavelli e san Francesco e Leopardi e don Sturzo e Malaparte e Pasolini siano potuti nascere sotto le stesse latitudini, e dunque condannarsi a guidare verso il futuro a occhi bendati.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
Un commento a “Piccola riflessione sull’identità nazionale”
  1. Marco scrive:

    A questo articolo con cui non si puo’ che complimentarsi desidero aggiungere questo:

    http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/22224838/un-idea-di-nazione

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