Edna O'Brien

Piccole sedie rosse. Intervista a Edna O’Brien

Edna O'Brien

Pubblichiamo un pezzo uscito su D di Repubblica, che ringraziamo.

MILANO. “Prendiamo un tè? Sa, in Irlanda a quest’ora si prende un drink, ma io ormai vivo da oltre cinquant’anni a Londra, preferirei un tè. Lei invece? Mi spiace tanto per prima”. Edna O’Brien è una donna sublime. Non fa che scusarsi perché quando l’ho salutata, alle cinque in punto nel bar dell’Hotel Principe di Savoia, ha sgranato gli occhi dietro il giornale, dicendomi che l’appuntamento era alle sei e non era affatto pronta. Poi, in uno scatto improvviso, si è alzata, ha detto che no, io non c’entravo nulla, doveva esserci stato un fraintendimento con il suo editore, e mi ha chiesto almeno quindici minuti di attesa. Era appena arrivata dall’aeroporto, doveva prepararsi. Adesso è qui, impeccabile, e ha deciso di dedicarmi tutto il tempo che vorrò. Racconta per filo e per segno la genesi del suo ultimo romanzo (Tante piccole sedie rosse, Einaudi), il diciassettesimo della sua lunga carriera di scrittrice iniziata nel 1960 con il successo di Ragazze di campagna (Elliot).

Ne parlerà a una platea affollata il giorno dopo e questa è l’unica intervista che ha concesso perché “voglio parlare di ogni cosa, senza superficialità, e questo è possibile una volta sola”. Sa già che l’indomani, come le capita ovunque con questo libro, non ci saranno soltanto signore e ragazze ad ascoltarla. “Quando firmavo copie, mi trovavo di fronte un settanta per cento di pubblico femminile e un trenta per cento di uomini la cui maggioranza era lì per conto della madre o della compagna. Stavolta è diverso”.

Il personaggio maschile del romanzo, lo spietato e tragico dottor Vlad, le ha portato lettori che prima non la conoscevano neppure. “Aveva ragione il mio amico Philip Roth. Gli mandai un manoscritto incompleto della prima parte del romanzo. E lui, nel suo gergo vernacolare del New Jersey, mi disse entusiasta: Gimme more of him. Gimme more of Doctor Vlad”. Ho seguito i suoi consigli. Ho approfondito la figura di quest’uomo da cui del resto il romanzo aveva preso il via”. È la figura ricreata soprattutto su Radovan Karadzic, uno degli spietati e ricercatissimi criminali di guerra diventato celebre per il genocidio durante la guerra dei Balcani. Aveva fatto perdere le sue tracce e al momento del suo arresto, Edna O’Brien lo aveva visto in televisione, con i lunghi capelli bianchi e l’aria da profeta. Si era rivenduto come guaritore, poeta, esperto di erbe mediche.

Il suo posto nella storia però lo avrebbe preso tempo dopo. “Ero a Dublino a girare un documentario sulla mia vita e tra una pausa e l’altra mi colpì un ragionamento del regista. Diceva che secondo Tolstoj non esistono che due storie da raccontare: l’uomo in viaggio e uno straniero che arriva in città. Ecco il criminale dei Balcani arrivare in un piccolo villaggio irlandese”.

E ecco anche Fidelma McBride, l’eroina del romanzo, che s’innamora del presunto guaritore e poeta e va incontro al suo inferno. Amore e tragedia di fronte a un tiranno. “Amore e tragedia vanno sempre insieme. Anni fa, c’erano molte donne a contestare quel che raccontavo. Il fatto che io abbia scavato così profondamente negli amori che ho vissuto e in quelli che ho visto vivere per raccontare poi solo la verità non ha mai fatto piacere a chi fraintende perché vuole fraintendere. Ma insomma, cosa posso farci io se il vero amore è sempre tragico? In letteratura, nell’arte in generale, fuorché in certi musical bisogna dirlo, le grandi storie d’amore sono sempre legate a doppio filo alla tragedia. Cosa può interessarmi di un amore perfetto: marito e moglie in un giardino fiorito? Ciò che è vero è altro. La gelosia per esempio. Pensi a Otello che arriva a uccidere chi ama. No no, per favore. L’amore eterno non esiste. In un solo caso Shakespeare sbaglia. Quando parla dell’età come di qualcosa che non cambia l’amore. Figuriamoci. Cambia tutto con l’età. Dunque se anche esistesse una specie di amore eterno, io ci credo solo a metà. Lo so che ci sono ben altre opinioni. Il vostro Montale, per esempio, che io apprezzo molto, lascia pensare che possa esistere, ma dubito. E Dante? Prendiamo Dante e Beatrice. Certo, ma c’è bisogno di conoscere quel meccanismo che ci porta nell’aldilà. Mi piacerebbe moltissimo esserne in possesso. Ma qui, in questa nostra esistenza, resta pochissimo. Pensi a Giulietta e Romeo. Conosce la storia di Lord Byron e i capelli di Giulietta? Sa, quando Byron arrivò in Italia era molto famoso, dunque gli fu concesso di toccar con mano sotto una teca di vetro nella biblioteca di Mantova i capelli di Giulietta. Be’ lui ne prese una ciocca e se la portò via. Quel che restava di Giulietta. Che storia fantastica. Ma divago. No, no, l’amore eterno è un sogno o una favola. L’amore ci porta via, ci riempie di forza e ce ne toglie altrettanta. È per questo che nella mia vita ho amato così raramente, perché un amore profondo è qualcosa che non va e viene senza lasciare segni indelebili, spesso cicatrici che non si rimarginano”.

Le domando dell’amore del tiranno. Un amore che è tirannico perché cresce nell’animo del tiranno e perché tiranneggia su ogni cosa e si manifesta come inarrestabile desiderio di dominio. È un tipo di eros di cui già Platone parlava nella Repubblica. Edna O’Brien s’illumina: “In Inghilterra mi avrebbero chiesto subito chi avevo amato a 39 anni e come quell’amore era diventato tragedia. Voi, in Europa (ride)… Platone! Oh, mi lasci ricordare”. Della sua vita di amori e celebri party nella swinging London sappiamo tutto. Una straordinaria autobiografia (Country Girl, Elliot) ci ha raccontato ogni cosa. Ma adesso la scrittrice cerca un verso elegiaco di Platone girando il cucchiaino nella tazza di porcellana. “Il suo amore per Dione, in Sicilia, ricorda che verbo usa? Oh Dione, tu che con il tuo amore… Che verbo usa qui Platone? Qualcosa che ha a che fare con il delirio. O forse la febbre? No, no, credo sia il delirio. Può aiutarmi? Lo trova su internet, per favore? Lei è veloce in questo genere di cose? Oppure no, facciamolo dopo. Le dico intanto quel che penso. Immagino che l’eros di cui parlava il filosofo fosse quel sentimento totalizzante che conquista l’anima, ma dovrei rileggere ogni cosa. E soprattutto La Repubblica certo. Ma che fantastico scrittore Platone!”

Parlando di scrittori, Conrad e Coetzee sono dietro il suo ultimo libro. Ma ovunque è Shakespeare. E fra gli irrinunciabili del nostro Novecento, Curzio Malaparte “L’ho letto e riletto. Non se ne parla mai. Da voi è dimenticato. Com’è possibile? Credo che oggi la gente sia terrorizzata dalla profondità. C’è chi mi dice di aver letto quattro libri in una settimana. Ma come si può?  Si finisce per dimenticare anche il titolo dei libri, così. Ma vede: si tratta di persone che non conoscono la felicità di una lettura che ti porta via, ti cambia dentro. Harold Bloom, critico eccezionale, diceva che non aveva avuto in vita sua una relazione umana così ricca e intensa come quella costruita con Shakespeare, rileggendolo. La letteratura ci fa crescere e ci fa capire gli altri. Altrimenti a cosa servirebbe? In questo, per me il maestro è Cechov. Tocca il punto decisivo come nessuno. Neppure Tolstoj”. Le raccolte di racconti che la O’Brien ha pubblicato (nove), tanto influenzate dall’arte di Cechov, per ora si sono interrotte. Un altro romanzo è in attesa di essere scritto. Una storia molto difficile per la quale la scrittrice si sta documentando con viaggi e interviste.

Lo stesso lavoro che le è servito a raccontare la seconda parte di Tante piccole sedie rosse, quando Fidelma si trasferisce in una Londra di immigrati, disperati, reietti e scopre un’umanità più elevata. “Non avevo quasi mai raccontato Londra e certo non questa Londra. Ho avuto a che fare con persone eccezionali. Ho scoperto che chi ha vissuto la tragedia più dura, quella della migrazione, lasciandosi dietro tutto, con solo pochissimi averi appresso, per sbarcare in mondi inospitali, chi ha vissuto le cose più dure, possiede una sincerità e un’autenticità imbarazzanti. Non esagerano mai, queste persone. Non ne hanno bisogno”.  Sono quelli che chiamiamo gli ultimi. Saranno davvero evangelicamente i primi? “Oh no, no, no!” Edna O’Brien trattiene la rabbia “Ho cominciato a dubitarne seriamente. Sono solo primi nelle news ma mai nella riconciliazione e nella compassione. La politica! Le fake news! Che mondo! Stavo cercando di capire che tipo di guerre stia immaginando Trump prima che lei arrivasse. Sono costantemente sbalordita da quel che capita oggi. Aveva ragione Zweig dicendo che il cuore può consolare gli individui ma è inutile di fronte alla storia”. Sono passate quasi due ore. Edna mi chiede ancora di scusarla e dice che di tempo ne abbiamo quanto vogliamo. “Prendiamo un bicchiere di vino adesso? Il vino di questo straordinario paese. Quanto amo l’Italia. Beviamo un vino ora, Matteo. Mi aiuta a cercare quella parola di Platone?”

I versi che secondo una tradizione Platone avrebbe dedicato a Dione, l’amico siciliano con cui immaginò di creare il suo Stato ideale a Siracusa, sono questi: “Oh Dione, con il tuo amore hai reso folle il mio animo”. Il verbo ekmaino significa rendo folle, pieno di mania, pieno di delirio.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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