Janet Cardiff and George Bures Miller

Piccoli editori capestro

Pubblichiamo un articolo di Carolina Cutolo uscito su Orwell. (Immagine: Installazione di Janet Cardiff e George Bures Miller.)

«Del resto, per quanto amaro possa essere questo per me, il danno maggiore è per i miei contemporanei che non sanno utilizzarmi, che non si accorgono di me, o, forse, ostentano di non accorgersi di me». Questo ritratto satirico della vanagloria e dell’amarezza di un pensatore, un artista, uno scrittore che non riesce a pubblicare, risale al 1942, anno di pubblicazione del Diario di Gino Cornabò di Achille Campanile. Oggi, a sessant’anni di distanza, la condizione dell’aspirante scrittore in Italia è andata ben oltre la caricatura.

Nell’ultimo decennio, probabilmente a causa della tangibile impossibilità di realizzazione professionale, di ottenere un riconoscimento sociale del proprio valore, si è diffuso un desiderio generalizzato di pubblicare un libro, raggiungere il successo, fare il “colpo gobbo”, come lo chiama Ermanno Cavazzoni ne Il Limbo delle fantasticazioni, «col quale si sale di colpo e con poco sforzo» innalzandosi sul pantano degli altri disgraziati. Su queste velleità negli ultimi anni hanno costruito la propria fortuna centinaia di piccoli editori che, millantando professionalità e promettendo gloria, incastrano e spennano sprovveduti autori grazie a contratti capestro e richieste di denaro declinate nelle forme più fantasiose: «collaborazione dell’autore» (SBC Edizioni), «partecipazione alle spese di pubblicazione» (Limina Mentis Editore), «strategie di coproduzione» (Albatros – Il Filo).

Nel nutrito sottobosco di aspiranti scrittori sono in pochissimi a vedere l’editore come qualcuno con cui si contrae un accordo di lavoro e il contratto come un documento scritto dalla controparte sul quale trattare fino ad ottenere condizioni più vantaggiose e rispettose anche per l’autore. Il resto è una masnada di Gino Cornabò che vede l’editore come un illuminato che ha saputo riconoscere il vero talento, un benefattore al quale concedere riconoscenza e fiducia praticamente incondizionate.

Da circa due anni per Scrittori in Causa mi occupo di assistere gratuitamente gli autori nella soluzione di controversie con piccoli editori, e ho visionato decine di contratti di edizione accettati e firmati come fogli in bianco da autori inesperti e ingiustificatamente fiduciosi. Ecco alcuni esempi delle più frequenti clausole-trappola in cui mi sono imbattuta: «L’Autore cede all’Editore i diritti esclusivi dell’Opera per la durata massima consentita dalla legge vigente sul diritto d’autore» (Edizioni Il Foglio). La legge vigente è la n. 633 del 1941 e prevede una durata massima di vent’anni. Questa trovata di non precisare in anni la durata del contratto e di incastrare gli autori per tempi biblici ha delle varianti decisamente creative: «Nel caso in cui alla naturale scadenza del contratto le vendite non abbiano raggiunto le 250 unità, l’Editore ha facoltà di prorogare la durata del contratto per un tempo indefinito e comunque fino al raggiungimento di tale target» (0111 Edizioni), un sistema per inguaiare l’autore, grossomodo, per sempre.

«Siamo pronti a pubblicare la Sua Opera all’interno della collana Nuove Voci qualora possa fare acquistare, o acquistare direttamente, presso la nostra casa editrice n. 125 copie del Suo Libro, al prezzo di copertina di Euro 17,50»: si tratta del più subdolo stratagemma per agire da editori a pagamento nascondendosi dietro il dito della formulazione alternativa, come da contratto Albatros, ma anche (varie tipologie di “contributi alla pubblicazione”): A&B Editore, Caosfera Edizioni, Edicolors, La Riflessione Editrice, Limina Mentis, Manni Editori, Sangel Edizioni e SBC, che utilizza una formula di rara maestria dialettica: «Nell’attuale situazione del mercato editoriale il lancio di nuove opere è una vera scommessa che, vista la validità del Suo lavoro, come editori ci sentiamo di affrontare operando in stretta collaborazione con l’Autore. Pertanto Le chiediamo di acquistare direttamente o far acquistare (magari da uno sponsor – ente, impresa, associazione ecc, – da Lei indicato) n. 250 copie». Che professionalità, che lungimiranza: sanno di avere a che fare con uno squattrinato Gino Cornabò e gli suggeriscono persino dove andare a scollettare. E questo perché sono certi della validità del Suo lavoro, e ci tengono tanto a una collaborazione stretta, strettissima.

Uno dei problemi più seri dell’editoria italiana è l’arbitrarietà incondizionata degli editori nella stesura dei rendiconti. Grazie a questo buco nero molti piccoli editori hanno escogitato un trucco che, oltre a consentirgli di non pagare le royalty dalla prima copia venduta come sarebbe giusto, li favorisce qualora decidessero di non pagare MAI: «L’Autore percepirà il compenso relativo ai diritti d’autore dopo le prime 100 [ma si arriva anche a 300, ndr] copie vendute» (0111, Il Foglio, Limina Mentis e, con formule analoghe: A.Car Edizioni, Aracne Editrice, Caosfera, SBC).Alcuni creativi della contrattualistica contano invece sull’inettitudine degli autori: «L’Autore, entro il 31 marzo di ogni anno solare […] potrà chiedere all’Editore il rendiconto delle copie vendute» (Albatros, SBC). L’autore potrà chiedere il rendiconto, è chiaro quindi che si tratti di una facoltà concessa dall’editore: come non provare indefettibile riconoscenza?

C’è tuttavia un numero impressionante di singole, ingegnosissime clausole che meriterebbero un tomo dedicato. Una su tutte (0111 Edizioni) è la seguente: «Nel caso di inadempienze da parte dell’Autore (dicasi contenziosi) […] la proprietà dell’Opera diventerà di proprietà esclusiva dell’Editore, che potrà utilizzarla nei modi che riterrà opportuni, anche trasferendo ad altri i diritti acquisiti con il presente contratto e senza il consenso dell’Autore, che perderà quindi ogni diritto sull’Opera». In sostanza ci si garantisce grazie a un pretesto qualsiasi e del tutto arbitrariamente la proprietà esclusiva dell’opera senza alcun riferimento temporale. Dunque, va da sé, il nostro Gino Cornabò avrà perso ogni diritto sul suo capolavoro letterario per l’eternità.

Commenti
62 Commenti a “Piccoli editori capestro”
  1. sergio l. duma scrive:

    Ottimo articolo e, aggiungerei, anche utile. Se possibile, mi piacerebbe leggerne altri su questo argomento. Posso offrire la mia testimonianza: in passato ho avuto a che fare con presunti editori e di solito le proposte di pubblicazione erano simili a quelle descritte dalla sign.ra Cutolo. Tuttavia, mi sono sempre imposto di non dare MAI soldi quando mi venivano chiesti, anche a costo di non pubblicare. Certo, mi rendo conto che molti aspiranti autori smaniano e vorrebbero ardentemente vedere un loro volume nelle librerie e capisco che molti ci caschino… però bisognerebbe resistere. A mio avviso, se si vuole proporre un testo conviene rivolgersi agli editori non a pagamento, compresi quelli più importanti. Certo, così il traguardo della pubblicazione si fa più arduo ma è parte del gioco. Uno scrittore vero si fortifica grazie ai continui rifiuti. Del resto, ritengo che non esistano opere valide che prima o poi non vengano pubblicate, perciò bisogna solo insistere e pazientare. Kerouac ci mise otto anni per vedere stampato ‘On The Road’. Camilleri è arrivato alla pubblicazione in età avanzata. Insomma, se si ha talento la pubblicazione presto o tardi arriva, senza che ci sia bisogno di arricchire tipografi che si spacciano per editori. Alla fine sono riuscito nel mio intento. Ho pubblicato un romanzo per una piccola casa editrice, giovane e all’inizio della sua attività, che ha creduto in me e non mi ha chiesto nemmeno un euro. Non sono un grande nome, non sono un autore di successo, non sono ai primi posti delle classifiche di vendita, ma sono ugualmente soddisfatto e felice di aver saputo aspettare, nonché, particolare non di poco conto, di non aver sprecato denaro.

  2. anna lisa pulizzi scrive:

    Sarebbe bello leggere più spesso articoli di questo tipo, perché è vero che il panorama editoriale è pieno di “piccoli editori capestro”, ma è vero anche che molti aspiranti scrittori spesso non hanno consapevolezza delle dinamiche e delle realtà editoriali a cui affidano i propri manoscritti. Diffondere le informazioni è l’unica risorsa che abbiamo per provare a frenare le impiccagioni di massa, o perlomeno fare in modo che si tratti di una libera e consapevole scelta dell’autore che, pur di vedere il proprio manoscritto materializzato in un libro, decide di suicidarsi. E c’è una bella differenza.

    La mia è una duplice testimonianza. Ho collaborato come editor con il gruppo Albatros – Il filo, e conosco bene il tipo di lavoro che fanno. Non direttamente per quanto riguarda l’aspetto contrattuale, poiché non me ne sono mai occupata, ma per tutto il resto sì. La selezione dei testi è estremamente superficiale e di conseguenza il lavoro di editing, correzione e revisione non può essere fatto bene e in modo approfondito, salvo riscrivendo il testo. All’autore viene offerto un servizio, quello dell’editing, che poi in effetti non può essere fatto, sia perché nella maggior parte dei casi i testi sono inadatti ad una pubblicazione, sia perché i collaboratori vengono pagati talmente tanto poco da non avere il tempo materiale per lavorare come si deve. E per poco tempo intendo due-tre giorni per ogni libro, in cui far rientrare anche il tempo necessario alle comunicazioni con l’autore, l’invio e la spiegazione delle modifiche/integrazioni/ecc. consigliate, la risposta dell’autore che generalmente contiene ulteriori riscritture, e l’integrazione finale di tutte le correzioni e dei cambiamenti apportati al manoscritto iniziale. Credo sia superfluo commentare un iter simile. La mia collaborazione con il gruppo Albatros è finita proprio perché ho sollevato questa questione, piuttosto che darmi una risposta hanno preferito troncare il rapporto. E mi sembra una risposta abbastanza chiara ed esplicita. Non voglio sollevare polemiche, ma solo aprire gli occhi a chi vuole pubblicare la propria opera, perché affidarsi a simili “case editrici” non solo è economicamente svantaggioso, ma del tutto inutile e controproducente. Mi è capitato di lavorare su alcuni (rari) testi validi, libri che con altri editori sarebbero stati realmente promossi, e che invece sono stati assorbiti da una sorta di buco nero. La distribuzione che garantiscono è nazionale, ed effettivamente dovrebbe essere così poiché è affidata alla PDE s.p.a., ma di fatto i libri, che sono disponibili solo su ordinazione e non sono mai presenti in esposizione nelle librerie, spesso non arrivano. E l’autore capisce finalmente con chi ha a che fare solo dopo aver pubblicato e speso l’importo necessario all’acquisto delle copie. Tra l’altro il gruppo Albatros si muove nell’assoluta legalità e trasparenza, per cui tutto ciò che viene formalmente promesso all’autore viene poi formalmente offerto, quindi a quel punto l’autore non può far nulla per far valere le proprie ragioni. Quello che manca non attiene alla forma, ma alla sostanza.

    D’altra parte, anche io scrivo, e ultimamente ho iniziato a presentare un mio romanzo a della case editrici, che avevo selezionato accuratamente, proprio per evitare situazioni da cappio. Mi ha risposto la Robin Edizioni proponendomi un contratto che includeva l’acquisto, a spese mie ovviamente, di 100 copie del libro per un prezzo di copertina di 13 euro. Ho risposto gentilmente dicendo di non essere interessata alla proposta poiché non sapevo che fosse una casa editrice a pagamento, e ci hanno tenuto a riscrivermi per specificare il fatto che nel loro caso non si tratta di editoria a pagamento, che fanno un’accurata selezione dei manoscritti, che promuovono i loro autori ecc., proponendomi un contratto più vantaggioso, che implicava l’acquisto di 90 copie a un prezzo di copertina inferiore, di 12 euro. A quel punto non ho più risposto, perché quando vado al mercato verso l’ora di chiusura a comprare il pesce tratto un po’ sul prezzo (e il pescivendolo generalmente cede) ma se sto parlando con il rappresentante di una casa editrice proprio no.

    Quindi consiglio a tutti gli aspiranti scrittori di tenersi i propri manoscritti nel cassetto, di lavorarci su, di scrivere, di sperimentare, di giocare, di godersi la bellezza della scrittura senza l’ansia da pubblicazione, e di presentarli ad editori che si possano definire tali solo quando il testo ha completato il suo processo di sedimentazione ed è esattamente quello che si voleva scrivere. E poi aspettare le risposte, ma nel frattempo continuare a scrivere, perché in fondo essere uno scrittore è semplicissimo, basta scrivere, sempre, con costanza, elaborare una propria idea narrativa e costruire il proprio universo di riferimento, simbolico e letterario. Ed è difficilissimo. Fare lo scrittore è difficile, bisogna pubblicare, ma è estremamente più facile riuscire a pubblicare che saper scrivere.

  3. sergio l. duma scrive:

    Apprezzo moltissimo l’intervento di Anna Lisa Pulizzi. Nel mio post precedente avevo preferito non fare nomi ma devo puntualizzare che a suo tempo anch’io ho ricevuto una proposta di pubblicazione da parte del gruppo Albatros – Il Filo. Proposta che rifiutai perché non intendevo spendere soldi. Ciò che ho letto mi dà la conferma che la mia decisione è stata giusta e per questo la ringrazio. Anzi, mi ha dato ulteriori dettagli che contribuiscono a formarmi un’idea ancora più articolata di quella specifica realtà.
    Quanto al resto, sono d’accordo con lei e aggiungo che uno scrittore è già tale quando scrive. La pubblicazione dovrebbe essere solo il passo successivo. Molti però ne sono ossessionati. Continuo comunque sempre a credere che se qualcuno ha realmente talento presto o tardi riuscirà a raggiungere i propri obiettivi. Magari ci impiega una vita, ma avverrà. Ritengo poi che oltre a scrivere, scrivere e scrivere, è consigliabile, se possibile, andare alle presentazioni dei libri, instaurare rapporti di amicizia con i librai, trovare contatti, conoscere altre persone che scrivono, cercare di farsi notare nei siti e nei blog dedicati alla scrittura… il confronto reciproco serve a migliorarsi. E forse da tali contesti possono venire fuori opportunità che ti consentono di pubblicare.
    Da anni, per es., sono in contatto con una notissima editor. Sinceramente, non sono ancora riuscito a pubblicare presso la casa editrice in cui lavora e non è detto che ciò avverrà; però lei è sempre stata disposta a leggere i miei racconti e i miei testi e a darmi giudizi e consigli preziosi che in definitiva mi sono serviti.

  4. Enrico Marsili scrive:

    Bello l` intervento di ALP. Ammiro gli editori fasulli che riescono a catturare tanti polli. E mica solo in campo letterario. Girano anche quelli che pubblicano le tesi di dottorato come libro. Ho dovuto convincere due persone a troncare questo pericoloso percorso, prima che venissero fregate. Non si tratta di scrittori di bassa qualita`, ma di gente che, evidentemente, non sa usare internet.

    Nel nostro campo va molto di moda l`open access, cioe` pagare per pubblicare il proprio lavoro. L` ho fatto un paio di volte, ed effettivamente garantisce una discreta visibilita` (a occhio, il numero di lettori raddoppia). Pero` spendere 2000-2500 euro per un articoletto di sei pagine non e` poco. Al cambio attuale sono due mesi di salario dello studente che ha fatto il lavoro!
    Che ne pensano gli stimati tenutari e commentatori di questo blog?

  5. Valeria scrive:

    Sono molto felice di leggere anche il nome di Aracne tra i casi citati, editore che conosco, purtroppo per esperienza diretta. Si tratta di una casa editrice che non opera alcuna selezione sul materiale proposto e offre un prodotto scadente da tutti i punti di vista. E, cosa ancora più grave, basa la propria prosperità su espedienti ai limiti della legalità, come quello segnalato in questo interessante articolo, e, cosa ancora più grave, imponendo ai collaboratori condizioni contrattuali e lavorative a dir poco dickensiane (chi voglia approfondire può trovare alcune discussioni in rete su numerosi casi di mobbing e illegalità).
    Gli aspiranti scrittori o i ricercatori universitari a caccia di pubblicazioni, e più un generale quanti si occupino di cultura a qualunque livello, dovrebbero porsi anche, se non soprattutto, questo problema di natura morale. Se valga la pena alimentare un mercato di questo genere, per ottenere un prodotto che non ha alcuna rilevanza né dal punto di vista scientifico né culturale. Se un libro deve arrivare ad essere pubblicato da Aracne, forse non meritava nemmeno di essere scritto.

  6. srmzgts scrive:

    santa subito

  7. Stef scrive:

    Pubblicare a pagamento è come andare a mignotte.

  8. Wif scrive:

    Molto interessante per una che è solo una accanita lettrice curiosa. Mi piacerebbe leggere qualcosa di I.duma, visto il sentore di saggezza e intelligenza che trapela da quanti scrive in questo blog.

  9. sergio l. duma scrive:

    @Wif: la ringrazio. Non so se sono intelligente… di certo non saggio ma grazie comunque. E mi fa piacere quando scrive che le piacerebbe leggere qualcosa di mio. Però dare informazioni al riguardo in questo blog mi sembrerebbe poco elegante. Se vuole e se crede può scrivermi a questo indirizzo: s.duma@libero.it e le darò tutte le informazioni che eventualmente vorrà avere. Grazie ancora.

  10. anna lisa pulizzi scrive:

    Mi fa piacere leggere i vari commenti, vuol dire che la tematica è ancora calda, anche se in rete non se ne parla più molto da tempo. C’era stata una buona campagna informativa con Writer’s dream, “Quando i sogni hanno un prezzo”, ma poi la cosa è andata scemando, anche se quelle stesse case editrici segnalate per aprire gli occhi agli aspiranti scrittori hanno continuato a pubblicare centinaia e centinaia di libri.
    In risposta al commento di Valeria, quando dice “Se un libro deve arrivare ad essere pubblicato da Aracne, forse non meritava nemmeno di essere scritto”, vorrei aggiungere una cosa. Ecco, io credo che il meccanismo perverso alimentato da questi “editori” sia proprio questo, far passare l’idea che se hai scritto un libro devi pubblicarlo. Ma perché, uno non può scrivere un libro per una propria esigenza personalissima e tenerselo a casa? È come dire “tutto quello che pensiamo va detto, o va fatto”. È assurdo! Io sono per la totale libertà di scrittura, ovviamente, quello che non condivido è la disonestà della pubblicazione e la mancanza di chiarezza che sta alla base. Però noi dovremmo stare attenti a non fare un discorso generalista come quello portato avanti da tali “stimate case editrici”, perché se da una parte pubblicano un sacco di cose impubblicabili, dall’altra beccano anche scrittori in gamba, a cui purtroppo troncano le gambe gettandoli nel loro vortice produttivo e fine a se stesso.
    A Sergio invece volevo dire che ho scritto apposta i nomi delle due case editrici con cui mi sono imbattuta, perché penso che se uno vuole dare delle informazioni, e non sollevare polemiche, deve per forza parlare chiaro, altrimenti un aspirante scrittore non sa neanche come orientarsi. Anzi, sarebbe bello se, tutti quelli che hanno avuto un’esperienza diretta con tali “editori”, scrivessero qualcosa.

  11. Carolina Cutolo scrive:

    Rispondo a Stef:
    pubblicare a pagamento NON è come andare a mignotte, è come uscire con una donna, finire a casa sua e, quando lei ti chiede 200 euro di rimborso per dei preservativi a suo dire molto costosi e assolutamente all’avanguardia della contraccezione, credere che in fondo sia giusto, sborsare i 200 euro, quindi fare sesso e constatare che non solo l’incontro è stato deludente, ma i preservativi erano pure scadenti.

  12. Valeria scrive:

    @Anna Lisa Pulizzi:
    Lungi da me la volontà di impedire a chiunque di fare qualunque cosa. Ci tenevo solamente a segnalare il fatto che spesso dietro tutto questo c’è anche un vero e proprio sfruttamento di schiere di persone competenti e appassionate.

    Qualche anno fa uscì un film dal titolo La verità è che non gli piaci abbastanza, frase che spesso non si riesce a dire ai propri amici alle prese con i problemi di cuore, figuriamoci se riusciamo a dirlo a noi stessi di fronte al famoso romanzo nel cassetto. Bene, se il nostro manoscritto viene rifiutato da case editrici universalmente ritenute serie e che non abbiano la necessità di far firmare ai propri autori contratti capestro, forse è ora di capire che la verità è proprio la più semplice, che non gli piaci abbastanza.

    Poi ognuno è libero di bussare alla porta di chi crede, ovviamente. Mi chiedo solo se ne valga veramente la pena. Devo ancora vedere autori di valore pubblicati alle condizioni che sono state citate, ma magari sono sfuggiti a me.

  13. anna lisa pulizzi scrive:

    @Valeria
    Sono pienamente d’accordo con te, tra l’altro i primi ad essere sfruttati non sono gli autori ma i collaboratori. A parte i direttori e i proprietari, tutti gli altri ci guadagnano davvero poco. E la cosa bizzarra è che, se per quanto riguarda i testi da pubblicare viene fatta una cernita superficiale, nei confronti dei collaboratori la selezione è piuttosto attenta. Quindi ti richiedono titoli, eventuale esperienza pregressa, una prova pratica (su testi integrali e non estratti) e un colloquio orale, per poi fare un mese di prova (retribuito) e iniziare la collaborazione. Chi entra in contatto con loro come “aspirante lavoratore” si trova davanti gente molto preparata e competente e si confronta con modalità lavorative e contrattuali che danno una certa affidabilità. E in effetti, parlo sempre della mia esperienza con il Gruppo Albatros, le modalità con cui l’azienda si rapporta ai collaboratori sono formalmente corrette e puntuali. Il problema subentra quando e se sollevi questioni relative alle modalità di lavoro nei confronti degli autori, se osi chiedere come mai non sia possibile avere più tempo per fare un editing o una revisione di un testo che altrimenti andrebbe in stampa “sporco” o per quale motivo un libro non arrivi in libreria neanche dopo un mese dall’ordinazione. Non ammettono di perseguire solamente fini economici e non letterari, ma ribadiscono il fatto di promuovere una specie di rivoluzione editoriale: la democratizzazione della pubblicazione. Ma la democrazia, fondata perlopiù sull’ignoranza, può essere davvero definita tale?
    È un cane che si morde la coda, perché queste società (mi sono stancata di virgolettare “case editrici”) riempiono le proprie redazioni, uffici stampa ecc. di persone qualificate e preparate che, entrando in contatto con l’autore, fanno un buon lavoro (semplicemente perché sono brave), confermando all’autore l’idea di aver fatto una buona scelta e di stare in buone mani. Poi, dopo la pubblicazione, vengono a galla le magagne. Certo, un collaboratore, una volta capito l’andazzo, è libero di andarsene e cercarsi lavoro in un’altra casa editrice, ma quanti davvero possono farlo, perdendo comunque un posto di lavoro?
    La verità è che non gli piaci abbastanza è film simpatico, grazie per averlo citato.

  14. Stef scrive:

    @Carolina:
    E come la chiami una che ti fa uno scherzo simile? E che magari lo fa con te e con altri cento?

  15. Carolina Cutolo scrive:

    Stef:
    la chiamo truffatrice.

  16. Certamente, Valeria, “se il nostro manoscritto viene rifiutato da case editrici universalmente ritenute serie e che non abbiano la necessità di far firmare ai propri autori contratti capestro, forse è ora di capire che la verità è proprio la più semplice, che non gli piaci abbastanza.” Ma c’è da considerare anche un altro aspetto, e cioè che le case editrici cosiddette serie il nostro manoscritto non lo leggono neanche. Il primo scoglio che l’esordiente deve superare è il silenzio (che non definisco assordante perché mi sono stufata di questo ossimoro abusatissimo) da parte di qualsiasi editore, grande, medio o piccolo che sia, un silenzio che non vuol dire “abbiamo letto il tuo manoscritto e non ci è piaciuto” ma “il tuo manoscritto manco sappiamo che esiste”. Le case editrici hanno programmato le pubblicazioni per i prossimi dieci anni e pubblicano: autori famosi, che venderanno, anche se l’ultimo libro che hanno scritto è una cavolata; autori che non sono scrittori ma che venderanno ugualmente perché sono famosi per altri versi; esordienti che devono essere pubblicati in quanto amici o parenti, esordienti di sicura presa sul pubblico perché bellissimi e/o mostruosi e/o fenomenali per qualsiasi altro motivo. Be’, naturalmente pubblicano anche delle buone cose, ogni tanto, ma è difficile trovarle, in mezzo alla sovrabbondante massa della roba di poco o nessun valore. Tu, lettore con una certa esperienza a scrittore inutilmente aspirante alla pubblicazione, giri tra i tavoli e gli scaffali derlle librerie, guardi le copertine, leggi i titoli improbabili, sfogli qualche volume e ti accorgi che molti di quei libri non sono superiori a quello che hai scritto e proposto senza successo, anzi, che qualcuno è certamente inferiore.

  17. asharedapilekur scrive:

    Due cose telegraficamente:

    1) E’ vero che è difficile pubblicare con Einaudi (o anche Minimum Fax), è probabilmente vero che qualsiasi editore fa le sue marchette grandi o piccole, e che ci può essere qualche “amico” che salta la fila; è infine vero che, come se non bastasse, c’è il rischio concreto che il Tolstoj che in questo momento vive e scrive in segreto a Roma Est non riuscirà a trovare la sua strada per il posticino entro le 30.000 novità annue che “bombardano” le librerie. Eppure, il discorso di Valeria mi sembra chiaro: tutte queste ragioni non sono sufficienti per pubblicare con Aracne, anche perché la progressione diretta/traiettoria evoluzionistica tipo esordio con Aracne a pagamento—->successo interplanetario con Penguin Books è più falsa di quello “inizi con la marijuana, finisci con l’eroina”.

    2) Aracne va molto oltre il pagare i diritti dopo la trecentesima copia venduta: chi conosce un minimo l’ambiente dell’editoria romana, come me, si imbatte facilmente in numerosi ex-collaboratori di Aracne che raccontano storie agghiaccianti delle loro esperienze lì… Poi nessuno va fino in fondo a parlarne per paura di ritorsioni, il che la dice lunga… Boh. Sarebbe bello poterci fare qualcosa.

  18. Basterebbe che nessuno pubblicasse con Aracne, Sangel Albatros, Il filo e analoghi. Ma per uno che s’è fatto furbo e gli volta le spalle, mille ingenui abboccano.

  19. sergio l. duma scrive:

    @Marisa Salabelle: condivido il suo post ma l’unico punto che mi trova in disaccordo è sulle grandi case editrici che non leggono e non rispondono. Certo, data la mole di manoscritti che ricevono (perché bisognerebbe pure ragionare sul fatto che esistono più aspiranti scrittori che lettori) qualcosa può passare inosservato; personalmente, però, ho sempre ricevuto lettere di risposta, anche se negative. Faccio un nome: Marsilio. Anni fa ho avuto l’imprudenza di inviare un manoscritto che, con il senno di poi, non avrei dovuto presentare, e l’editor mi rispose, spiegandomi per filo e per segno cosa non andava in quel testo, prova che comunque l’aveva letto. Mi è capitato pure con Einaudi. Il romanzo che inviai fu giudicato non pubblicabile perché, secondo il redattore, avevo ecceduto con citazioni e riferimenti di vario tipo che a suo giudizio appesantivano la lettura… e a conti fatti aveva ragione. Non so, forse sarò stato fortunato, forse si sarà trattato di un’eccezione, ma credo che non sia impossibile ricevere risposta dalle major. Un cordiale saluto.

    P.S.: sarebbe interessante leggere il parere di qualche rappresentante di case editrici come Einaudi, Bompiani, Feltrinelli, ecc… se possibile.

  20. La mia esperienza è questa: mi hanno risposto alcuni piccoli editori ai quali ero stata presentata da persone che li conoscevano o che avevano pubblicato con loro. Alcuni mi hanno fatto delle proposte assurde che ho rifiutato, altri hanno rifiutato la pubblicazione (cosa perfettamente lecita, s’intende!). Mi hanno risposto alcuni editor e redattori di case editrici perché ho rotto loro le scatole su questo e altri blog, dicendomi che in definitiva per pubblicare da esordiente bisogna avere le qualità che ho elencato nel post precedente. Le case più grandi non hanno dato segni di vita, salvo, da parte di alcune, il comunicato standard “siamo spiacenti, ma la sua opera non rientra nella nostra linea editoriale”. Ho scritto a Terre di mezzo, dopo avergli inviato il mio manoscritto e non aver ricevuto alcuna risposta, allegando una mail di un altro editore, Marcos y Marcos, che mi suggeriva di provare con Terre perché vedeva il mio lavoro adatto a quella casa editrice. Mi hanno risposto con un gelido “no, non abbiamo ancora esaminato la sua opera”: da allora è passato quasi un anno e non mi hanno fatto più sapere nulla. Naturalmente, so bene che tutto ciò può dipendere dalla cattiva qualità del mio lavoro.

  21. Il fu GiusCo scrive:

    Abbiamo appena stampato su ilmiolibro pagando 120 euro per il codice ISBN (fino a fine 2013) senza cedere i diritti e per due copie cartacee, una a testa. Stiamo ora pensando di distrubuire il .pdf gratuito, come facevano i wu ming. Saluti.

  22. Tommaso scrive:

    Basterebbe che chi scrive, prima di scrivere, leggesse e si informasse.
    Un editore non a pagamento

  23. laura vanelli scrive:

    per i bambini scelgono solo il peggio…. c’è da chiedersi come fanno.
    (sono autrice e maestra Waldorf)
    Laura

  24. andrea scrive:

    Carissimi, lavorando in ambito editoriale da anni (nella piccola editoria di ricerca),ma conoscendo molti nomi anche della grossa, trovo a volte divertenti i commenti letti. Proprio perché spesso non hanno minimamente la “temperatura” della situazione. Premettendo che esistono più tipologie di strategie editoriali, quello che, a mio avviso, permette ad una sigla di definirsi seria è la linea editoriale (cioè la selezione). Una realtà che pubblica tutto ciò che riceve solo se coperto economicamente è piuttosto un’agenzia tipografica. Fin qui tutto bene. Ma anche la sigla più seria e selettiva di questo mondo, in ambito specificamente letterario,in settori come ad esempio la poesia,pensate veramente che possa coprirsi solo con le vendite? Quando sono le stesse librerie a mettere difficoltà estreme per tenere (e quando si è straordinariamente fortunati) una copia in conto deposito? Che certo non significa la vendita perché poi facilmente il titolo torna in resa. Anche nei siti editoriali sarebbe necessaria una pubblicità troppo costosa per la piccola. E ancora…ma voi veramente pensate che la grossa pubblichi scegliendo sulla qualità? Ma è l’ultima preoccupazione…piuttosto interessa il ruolo dell’autore, quello che può portare in termini pubblicitari. Su 200 titoli magari pubblicati da una grossa casa editrice, saranno 20 quelli che vendono qualcosa…gli altri si basano su ritorni diversi dalla vendita. Concludendo: la piccola editoria di qualità (quella cioé che seleziona) non può assolutamente,in ambito letterario, contare solo sulle vendite (del tutto simboliche anche per il comportamento dei tanti che invece di scribacchiare farebbero meglio a comprare qualche libro). Quindi è normale che si rimedi con il coinvolgimento di uno sponsor o con un acquisto copie. E quando qualcuno dice…ma quella sigla non ha chiesto nulla…tutto da ridere…certo che non ha chiesto nulla…perché non farà nulla! Rifilerà due copie all’autore dicendo che se ne vuole altre deve portare ordini…e quali visto che gli acquisti non ci sono? Sarebbe perciò meglio essere chiari e rendersi conto che chiunque sostenga di fare operazioni gratuite in ambito letterario, è perchè in realtà poi non fa nulla,né invio alle librerie,né servizio- stampa;Né altro. L’unica cosa fondamentale per una piccola sigla è il fatto che selezioni…ma non potrà mai coprirsi solo con le vendite, anche se piacerebbe a tutti.

  25. Carolina Cutolo scrive:

    Rispondo ad Andrea:
    Quello che dici qui:

    E quando qualcuno dice…ma quella sigla non ha chiesto nulla…tutto da ridere…certo che non ha chiesto nulla…perché non farà nulla! Rifilerà due copie all’autore dicendo che se ne vuole altre deve portare ordini…e quali visto che gli acquisti non ci sono? Sarebbe perciò meglio essere chiari e rendersi conto che chiunque sostenga di fare operazioni gratuite in ambito letterario, è perchè in realtà poi non fa nulla,né invio alle librerie,né servizio- stampa;Né altro.

    è inutilmente assoluto e non è vero, ci sono molti piccoli editori che non chiedono soldi agli autori e che lavorano moltissimo sull’ufficio stampa e sulla distirbuzione, sopravvivono a malapena ma ce la mettono tutta nella promozione e preferirebbero chiudere i battenti piuttosto che mettere sulle spalle degli autori il rischio imprenditoriale. Ma c’è di più, diversi piccoli editori (pernso a Intermezzi, Neo, :duepunti, ma potrei continuare ad libitum) sono tenuti d’occhio da case editrici più grandi per quanto riguarda gli esordienti, che in diversi casi pubblicano il primo libro con loro e poi il secondo con un editore più grande.
    Quindi, dire che i piccoli editori hanno pochi mezzi e contrastano a fatica i monopoli dei grandi editori va bene, ma dire che chi non chiede soldi agli autori poi non fa niente per promuoverli è falso e ingiusto. Come se poi gli editori che chiedono soldi agli autori invece li promuovessero, quelli sì che si dimenticano autore e libro, e li dimenticano nel momento in cui il bonifico appare sul loro conto corrente.
    Carolina Cutolo

  26. andrea scrive:

    Cara Carolina, è dal 1979 che giro per librerie….. venendo anche a tempi certo più recenti (e la situazione è molto peggiorata dalla fine degli anni duemila) ti assicuro che le sigle che tu citi, in libreria non le ho mai viste!Le grosse assorbono solo se ci sono specifici interessi che niente hanno a che vedere con i testi. Mi va benissimo dire che una sigla seria debba selezionare al massimo (secondo un proprio criterio) ma che possa contare solo sulle vendite lo dice chi vuole a tutti i costi sostenere una tesi falsa. Forse danno fastidio certe realtà indipendenti…e questo è un altro discorso.

  27. andrea scrive:

    Dimenticavo…non mi sembra,inoltre, che tutte le sigle che si citano positivamente siano particolari esempi di qualità (perché quello,alla fine, è il punto…la qualità testuale); molte poi non pubblicano poesia.

  28. giuseppe scrive:

    I piccoli editori sono la fotocopia dei grandi: hanno i loro autori, i loro programmi, puntano sul sicuro. Il risultato più evidente di tale andazzo è lo stato cadaverico della letteratura italiana odierna.

  29. Odofredo scrive:

    Il meccanismo dell’editoria a pagamento è molto semplice. Tanti autori non necessariamente pessimi hanno il desiderio di pubblicare i loro scritti. Difficilmente ci riescono ed allora intervengono le case editrici a pagamento che soddisfano tale desiderio. Ora non sono in grado di dire se il prezzo sia giusto, però, nella gran parte dei casi, sarebbe del tutto velleitario da parte degli autori pensare di trovare qualcuno disposto ad investire sulle loro boiate. La case editrici a pagamento lucrano sulla vanità umana e non hanno alcun interesse in merito alla qualità dell’opera né sperano di vendere un numero di copie superiore a quello imposto dal contratto. L’autore acquista il suo libro e poi lo vende o lo regala ad amici e parenti. E’ giusto che paghino per questa loro vanità.

  30. Andy scrive:

    Fa piacere sentire anche un altro parere di chi lavora nell’editoria reale.
    Lavoro anch’io da anni nel settore, e concordo pienamente con Andrea. La poesia, poi, non ha sostanzialmente mercato. Tutti questi esordienti vogliono pubblicare e avere successo, ma non si pongono una domanda fondamentale.
    Scrivete poesie, poniamo.
    Quanti libri di poesie avete comprato nell’ultimo anno?
    Scrivete poniamo gialli.
    Quanti libri gialli di autori esordienti avete comprato nell’ultimo anno?
    Se sarete sinceri davvero nelle vostre risposte, comprenderete che il mercato degli esordienti è costituito solo dai loro amici e conoscenti. Punto. Il resto è fuffa. Le case editrici piccole che pubblicano esordienti gratis falliscono nel giro di uno-due anni. Provate a vedere i link “vecchi” di case editrici piccole e gratuite consigliate nei blog antiEAP. Provateli. Vedrete che buona parte (magari non tutte) non ci sono più.
    Il mercato non esiste, quindi chi produce quel prodotto fallisce, a meno che non faccia pagare l’autore per primo.
    E’ forse dura da mandare giù, ma solo le Case di media-grande caratura possono permettersi l’autorevolezza (e la distribuzione e il posto in libreria) e il lusso di non farsi pagare. Gli altri, se vogliono sopravvivere, devono fare così. E non è vero che sono tutti dei cialtroni, esistono anche quei (pochi) che hanno vera passione dell’editoria, e ci mettono impegno e dedizione. Anche facendosi pagare.

  31. Gloria Gaetano scrive:

    Non ne parliamo, i migliori, quelli che ho sempre stmato, ruotano intorno allagrandi galassie dei più grandi. W non ti rispondono se non con supponenza o quasi rimproverandoti che non hanno tempo da perdere.O meglio, non rispondono affatto. Poco importa che tu abbia trattato con grandi editoi, veri intellettuali, che abbia un cv ricco e denso. Poi vengono i soliti a chiederti i soldi. Ma nessuno ha letto, nessuno ha trovato quella battuta che fa colpo oggi, e non fai parte nè delle terrazze,nè dei salottini di amici sempre à la page., nè di piccole lobbies. Non dico che si debba sempre scrivere, che ognuno debba scrivere. Ma per chi ha sempre scritto,poccorrono clientele, mangiate insieme. Gli altri sono gli umiliati alla Dostojeskij.

  32. Ryo scrive:

    Ti lascio nel campo “sito” il link alla mia esperienza (fresca fresca) con 0111 Edizioni, uno degli editori che citi. Al mio post ha risposto la titolare della casa editrice in persona con toni molto particolari.
    Il tutto davvero molto gradevole.
    Ciao!

  33. Davide scrive:

    Un importante editore “in venezia” mi ha cheisto “solo” di acquistare 1000 copie del mio libro. Con lo sconto del 30% però.
    Editore a livello nazionale.
    Mi sono fatto l’idea che tutto sia possibile, pagando il giusto obolo. E mi sono anche convinto che questo “rispettato” editore finanzi le operazioni a cui tiene in questo modo.

  34. Massimo scrive:

    A parte il fatto che non è vero che la maggior parte delle case editrici vere, cioè quelle che non chiedono contributi falliscono come dice qualcuno, è da ricordare che investire sull’autore è uno dei compiti principali di un vero editore. Altrimenti teoricamente non si potrebbe utilizzare il marchio di casa editrice. C’è poco da fare, è come se il barista dicesse ai suoi fornitori: “Okay, io vendo i vostri prodotti, voi però pagatemi!” oppure è come se il meccanico dicesse: “Posso ripararti la macchina? Ti pago!”. E’ proprio la logica alla radice che è sbagliata. Un editore vero deve investire sugli autori. IL CLIENTE DI UNA CASA EDITRICE E’ IL LETTORE, NON L’AUTORE, che semmai è un prestatore d’opera, e per questo andrebbe anche pagato. IL COMPITO DI UNA VERA CASA EDITRICE E’ VENDERE LIBRI AI LETTORI, NON AGLI AUTORI. Francamente mi stupisco del fatto che la legge italiana non tuteli di più le vere case editrici, quelle cioè che pubblicano senza il contributo dell’autore come invece si fa in tutta Europa e soprattutto negli Stati Uniti, dove ho vissuto per qualche anno, e l’editoria a pagamento viene chiamata Vanity Press, non viene commercializzata nei negozi e deve essere obbligatoriamente indicata nelle copertine dei libri. Non si può vivere di editoria? E allora semplicemente non aprite una casa editrice. Inutile far partire un’impresa se si sa di non avere la possibilità economica di farlo. Oltre al fatto poi che molti marchi editoriali non si limitano a chiedere all’autore un minimo contributo come copertura di una parte delle spese, ma costringendolo a acquistare il libro a prezzo di copertina, arrivano a guadagnare circa il triplo di quello che hanno speso realmente.

  35. veciamarta scrive:

    Non so se potrà mai essere utile la mia esperienza. Premetto che non sono scrittrice ma fumettista e ho pubblicato due libri con una piccola ma intraprendente e onesta casa editrice, la Becco Giallo. NON a pagamento. Il mondo dell’editoria a fumetti in Italia è pressa mooolto peggio rispetto a quella in campo letterario, e io ero l’ultima che pensava di riuscire mai a vedere un mio fumetto pubblicato. Perciò non bisogna mai perdere la speranza :).

  36. veciamarta scrive:

    PS:ops, ho scritto presa con due esse :(. Questo conderma che non sono scrittrice 😉

  37. veciamarta scrive:

    “conferma” *___*

  38. VolevoessereCortoMaltese scrive:

    Salve a tutti,

    ho trovato questo articolo molto interessante e gradirei sentire qualche opinione su uno degli editori citati, Aracne. Premetto andrò un po’ fuori tema.
    Mi chiedevo se qualcuno fra voi ha mai collaborato con Aracne non come autore ma come parte del personale editoriale – redattore o quant’altro – e sia in grando di fornire qualche informazione a riguardo.
    Mi spiego: sono stato contattato dalla suddetta casa editrice per un “incontro conoscitivo”. La mail che ho ricevuto rimanda a una serie di test e presagisce un percorso lungo mesi per poter entrare a far parte del personale. La cosa sembra molto seria, fin troppo in realtà.
    Dunque mi chiedo: Aracne è una casa editrice che investe davvero nella formazione di personale qualificato, o è tutta una bufala per trovare collaboratori a basso costo?
    Se qualcuno può portare una testimonianza diretta, gliene sarei immensamente grato.

  39. mariana scrive:

    …nel campo della scrittura chi vuole proporsi di solito deve pagare …,è questo pare faccia scandalo . Mentre invece in tutto il resto della società non funziona così , vero ? Ormai pagano persino i genitori per far trovare il posto da titolare al loro marmocchio nella squadra di calcio , sperando che poi diventi un campione…Vogliamo parlare delle svariate marchette per fare qualche apparizione al cinema o in televisone ? E l’ambiente del giornalismo ? Davvero si crede che almeno quello sia così puro ? Si potrebbe continuare con altri trenta quaranta esempi , ma per noia mi fermerei qui .

  40. Luca scrive:

    “Per pubblicare bisogna pagare!” mi ha detto un giorno una collega a cui avevo proposto il mio manoscritto (lei non sapeva che anch’io ero un editore, forse perché si aspettava che un editore usasse la sua casa editrice per pubblicare il suo libro)..
    “Quanto?” ho chiesto.
    “Chessò… tremila euro.”
    “Tremila euro???”
    “E’ la cifra necessaria per stampare almeno mille copie. Sono solo spese di stampa.”
    “Guardi” ho risposto, “faccio l’editore da cinque anni, e non ho mai speso 3000 euro per stampare un libro, e non ho mai fatto pagare l’autore, non sapevo che era lui a dover pagare. Ho sbagliato tutto allora?”
    Ha riattaccato.

  41. ammemmì scrive:

    Bella la definizione “pubblicare a pagamento è come andare a mignotte”. Io penso esattamente così. Però comprendo il desiderio smanioso di pubblicare che affligge chi scrive, per cui non giudico chi paga per pubblicare. Mi fanno un po’ schifo, però, gli avvoltoi delle illusioni editoriali.

  42. gierre13 scrive:

    Articolo davvero molto interessante, se non altro perchè pone l’accento , almeno all’inizio, sul fatto che pubblicare può rappresentare anche in alcuni casi un senso di rivalsa, di riscatto. Sì, è vero, è anche una scorciatoia verso il desiderio di farsi ascoltare. Oddio, non c’è nulla di male nell’avere però questo desiderio … se si crede in ciò che si fa è più che lecito sperare che anche altri possano condividerlo.
    Ma l’autore oggi viene inquadrato soltanto per questo ed ecco dunque il fenomeno dell’editoria a pagamento. Fenomeno deprecabile è ovvio ma che purtroppo esiste.
    Il mondo dell’editoria è complesso e bisogna arrendersi purtroppo al fatto che bisogna avere i canali giusti per poter essere introdotti. Inviare il manoscritto ad una grossa casa editrice seria equivale ad essere cestinati subito. A meno che il canale con cui sia stato effettuato l’invio non sia un canale “preferenziale”. Triste ammetterlo ma purtroppo è così. Una grossa casa editrice per valutare tutti i manoscritti dovrebbe impegnare almeno 5 o 6 persone nella lettura. E lo stipendio dei “lettori” gli verrebbe a costare di più che non pagare i diritti ad un’agenzia letteraria, che sono la vera chiave di tutti. E’ tramite loro che si riesce a pubblicare ma accedere ad agenzie serie è quasi più difficile che accedere ad un editore. Anche lì conta la “conoscenza”, la referenza. Triste, molto triste ammetterlo ma la mia esperienza personale mi ha realmente convinto che le cose funzionano così.
    Spero ovviamente di sbagliarmi …

  43. sabrina scrive:

    Buonasera, vorrei sapere se qualcuno ha lavorato in Aracne casa editrice, ho visto che sono alla ricerca di personale ma bisogna fare un reclutamento e tirocinio per 7 mesi. Mi interesserebbe ma mi chiedo come mai sono sempre alla ricerca di personale. Grazie

  44. Paolo78 scrive:

    Attenzione ad Aracne Editrice, non fatevi fregare!
    Dalla pagina del reclutamento: http://www.aresservizi.com/quattordicesimo.html , in basso.
    “Il percorso formativo ha come obiettivo principale quello di rendere gradualmente il praticante sia intraprendente sia indipendente. Infatti, terminato con successo il percorso formativo, dal punto di vista “legale” il praticante si trasformerà in dipendente con un contratto a tempo indeterminato, ma dal punto di vista “psicologico” il neo dipendente non dovrà DIPENDERE dall’impresa, ma diventare INDIPENDENTE, cioè capace di assicurarsi il proprio salario e i benefici conseguenti (tredicesima, trattamento di fine rapporto, ferie, ecc.).”

    …… Vuol dire che l’indeterminato che promettono è carta straccia e che lo stipendio NON E’ GARANTITO!……si rischia di spaccarsi il culo per più di 40 ore settimanali, essere trattati male e non ricevere un euro.

    Peccato, perché là dentro c’è un potenziale enorme di gente valida, ma soppresso dalle follie di chi comanda…
    .

  45. sabrina scrive:

    Grazie a Paolo per l’informazione, quindi conosci qualcuno che ci ha lavorato? Mi sembrava strano che sono all’undicesimo reclutamento e sono sempre alla ricerca di personale.

  46. Roberta scrive:

    Ciao a tutte/i,
    penso sia giusto che sappiate qualcosa in più riguardo l’ambiente di lavoro della società per la quale vi state candidando: (http://www.aracneeditrice.it/).
    Io ci ho lavorato e dopo essere stata sfruttata mi hanno messa in condizione di andare via.

    Ho iniziato da un incontro conoscitivo (proprio come in questo video) ed ho seguito tutto il percorso di selezione e di reclutamento.

    Fino a che sarete dei corsisti, andrà tutto bene, perchè sarete manodopera a costo zero per l’Azienda. Quando passerete ad essere tirocinanti/collaboratori e dovrete essere pagati, inizieranno a farvi forti e inutili pressioni, vi faranno passare da incompetenti per abbassare la vostra autostima e far si che quasi dobbiate ringraziarli perche l’editore vi sta dando lavoro.

    Chiedetevi perchè la società ha un continuo riciclo di persone che lavorano gratis.
    Infatti in molti, non sopportando queste umiliazioni e se ne vanno durante il percorso di reclutamento.
    Chi invece resiste, per arrivare all’ambito contratto, ad un certo punto, dopo averlo ottenuto, gli viene “gentilmente consigliato” di dare le dimissioni. In Aracne/Ares DIMENTICATEVI la meritocrazia, la carriera professionale, l’essere gratificati per il lavoro svolto e soprattutto l’ESSERE PAGATI PUNTUALMENTE o l’ESSERE PAGATI.

    Se qualcuno avesse detto a me tutta la verità su quell’ambiente marcio fin dall’inizio, io avrei aperto di più occhi e orecchie, e non avrei sprecato il mio tempo, la mia energia, le mie competenze, i miei soldi, il mio lavoro e la mia professionalità, per essere sfruttata e trattata in quella maniera.

    Vi invito a fare loro delle domande durante l’incontro conoscitivo o durante il percorso formativo (se state leggendo questo testo troppo tardi).
    Ve ne consiglio alcune:
    – Che cos’è il Cartellino? Si può dire che è un obbiettivo commerciale? Cosa succede se questo non viene raggiunto?
    – É mai successo che a qualche dipendente sia stato ritardato il pagamento, magari perchè per un giorno non ha indossato la divisa aziendale che gli è stata data? O che non sia stato proprio pagato?
    – Come mai fate così tanti reclutamenti? (Sono certa che vi diranno perchè l’Azienda vuole crescere. E ciò sarebbe strano, visto che stanno licenziando dei dipendenti anche in questo periodo).
    – L’Azienda riceve dei finanziamenti da qualche ente per pagare gli stagisti?
    – Come mai tutte queste prove per entrare? A chi vanno i soldi dei libri che acquistiamo, per studiare per superare le prove? Che attinenza hanno questi testi con il lavoro che andremmo a fare?
    – É vero che l’editore in qualche occasione ha chiamato i corsisti schiavi?
    – É vero che l’editore molto spesso chiede ai dipendenti di lavorare oltre gli orari ed i giorni di lavoro?
    – É vero che l’editore ha minacciato di non pagare lo stipendio se il dipendente non avesse lavorato sette giorni su sette e oltre l’orario lavorativo?
    – Gli straordinari vengono pagati?
    – Avete mai chiesto ad un dipendente di dare le dimissioni?
    – Avete mai minacciato di non pagare l’ultimo stipendio ad un dipendente, senza che questo abbia firmato prima un documento di conciliazione, per evitare una vertenza?
    – Vi hanno mai fatto una vertenza sindacale?
    – Da quanto tempo lavora li l’amministratore Ares? Cambia ciclicamente la figura dell’amministratore?
    – Alcune delle mie mansioni consisterebbero nel chiedere soldi all’autore per una pubblicazione?
    Date un’occhiata a questo link:
    (http://www.minimaetmoralia.it/wp/piccoli-editori-capestro/?fb_action_ids=10205278143498651&fb_action_types=og.likes)

    Probabilmente mentiranno, ma intuirete comunque la verità guardando le loro espressioni dopo le vostre inaspettate domande.
    Spero che questo commento faccia scattare in voi un campanello di allarme.
    É tempo di finirla con queste situazioni dove tutte/i veniamo sfruttate/i!!!!!!!!!
    Questi personaggi che si definiscono imprenditori e si fanno chiamare “dottore”, che fanno gioco sulla situazione lavorativa che la nostra generazione sta attraversando, devono capire che le persone sono esseri umani, con una vita e non dei giocattoli da trattare come schiavi.
    Un saluto a tutte/i
    R.N.

  47. rinaldi scrive:

    Questi personaggi che si definiscono imprenditori e si fanno chiamare “dottore”

    E sanno a malapena parlare in italiano e pensano pure di essere intelligenti, di avere la “capoccia”.
    Ma hanno solo una cosa: il menefreghismo nello sfruttare la gente.

  48. Marco scrive:

    Grazie mille Roberta per il tuo prezioso messaggio.

  49. Fulvio scrive:

    Tutto vero. Ho rifiutato (Europa ed.) e rifiuterò (Aracne) proposte di pubblicazione a pagamento. Però lo vogliamo direche anche le case editrici tradizionali ti fanno girare i cabasisi (citazione da Camilleri) dandk l’impressione che il tuo manoscritto sia una rottura di scatole e facendoti attendere mesi senza poi neppure degnarti di una risposta? Io ho ricevuto proposte da editori che poi sono spariti oppure non mi hanno fornito alcun supporto (editing prima di tutto). E allora tutta questa purezza deontologica si va a far benedire. Anche in questo l’ Italia si distingue!

  50. giorgio scrive:

    ho ricevuto quattro offerte di pubblicazione a pagamento e una gratuita solo in ebook con ilmiolibro.

    credo che il problema sia un altro. Sono anche disposto a spendere 1000 euro per la pubblicazione ma la casa editrice dovrebbe garantirmi pubblicità, promozioni, incontri, presentazioni, interviste.
    nei contratti questi impegni ci sono (più o meno), ma non sono certo che poi si concretizzino e in che modo.
    qualcuno ha esperienze in merito?
    grazie

  51. Andrea scrive:

    Bello l’articolo, ma d’accordo solo in parte sui commenti sulla solita caccia al truffatore in stile gabanelli.
    Mi piace chi si lamenta, in fondo il lamento, assieme al sarcasmo, è una parte irrinunciabile dell’animo da artista.
    Mi piace molto meno il clima di diffidenza crescente alimentato anche dalla rete, molto più dannosa in questo che nella diffusione di selfie più o meno sciatti ma sostanzialmente innocui.
    Ecco, direi che ironia lamento e malinconia sono da artista, diffidenza e denuncia da giornalista d’assalto… e a me quelli come gabanelli o saviano mica mi piacciono tanto.

  52. SoloUnaTraccia scrive:

    @Giorgio

    “la casa editrice dovrebbe garantirmi pubblicità, promozioni, incontri, presentazioni, interviste…”

    Tu non vuoi fare lo scrittore, vuoi vivere da rockstar. Legittimo, naturalmente. Ti suggerisco di cominciare da iutùb. Una volta guadagnati dieci milioni di click i contratti che ti piacciono arriveranno di corsa.

  53. fulvio scrive:

    Sì d’accordo, gli editori a pagamento sono dei truffatori che affabulano l’esordiente in cerca di notorietà. Ma perchè non parliamo degli Editori cosiddetti onesti che neppure si prendono la briga di risponderti, oppure che pubblicano autentica monnezza (soprattutto i grandi e blasonati) perchè a scrivere il capolavoro sono personaggi del circo mediatico televisivo? Sono più seri costoro? Non ne sarei così certo…intanto alle richieste di pubblicazione dubbie resisto, terrorizzato dall’icappare in una scelta senza ritorno, che possa macchiare indelebilmente il mio curriculum. Bah…

  54. raffaele scrive:

    ditemi qualcosa su Robin edizioni

  55. Mara Pantanella scrive:

    Sono un piccolo, piccolissimo editore e sono d’accordo su tutto. Lucrare sui sogni della gente (perché alla fine è di questo che si tratta), è un peccato mortale e andrebbe punito per legge. Il contratto di edizione della mia casa editrice è stato estrapolato dal sito Scrittorincausa, secondo le esigenze di cui si parlava nello stesso. Speriamo che un giorno questa gentaglia venga ridicolizzata e messa in condizione di non più nuocere.

  56. Anonimo scrive:

    Un momento. La narrativa, se ben inquadrata in un dato genere, adeguatamente pubblicizzata e distribuita, e adatta al target cui è rivolta, può vendere. Ma questo non garantisce affatto del suo valore culturale. Non so, viceversa, quanto venda, poniamo, Hermann Broch. Poco, temo. E lo stesso credo valga, ad esempio, per Finnegans wake tradotto da Schenoni. Anche la narrativa di una certa complessità e di un certo spessore fatica a vendere. A volte, un libro si vende con difficoltà proprio perché di eccessivo spessore culturale, e dunque di eccessiva complessità per il lettore medio.
    Tutta la poesia, e quasi tutta la saggistica di argomento letterario e filosofico, al contrario, “non hanno mercato”, indipendentemente dal valore. “Ossi di seppia” vendette quarantamila copie in quarant’anni. Luzi e Zanzotto vendevano cinquecento copie. Fate voi. L’unico modo per pubblicare poesia o critica letteraria è trovare sovvenzioni di qualche genere.
    Si è parlato di Aracne. A volte pubblica testi di saggistica accademica eccellenti, che però non venderebbero nulla per il semplice fatto che sono troppo specialistici, e possono interessare solo ad un pubblico limitatissimo di studiosi e cultori della disciplina. Ma ciò non significa che non abbiano valore.

  57. Simone scrive:

    Ho inviato un mio manoscritto a Manni editore nella speranza di una proposta seria e non a pagamento. Ho ricevuto la loro risposta, avevo dei dubbi se fossero a pagamento o meno, me li ha tolti Minima e Moralia, della quale ci si può fidare, trovando Manni Editore all’interno di questo articolo fra gli editori capestro.
    Grazie M&M

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  1. […] alcune note – scovate in rete – su 0111 Edizioni. Da un articolo di Carolina Cutolo – qui –, padrona di casa a Scrittori in causa, ricavo un esempio pratico di collaborazione artistica: […]

  2. […] poi, si sa, che dai sogni ci si sveglia all’alba e ci si imbatte in una realtà che a volte supera la fantasia. amici reali e amici virtuali, manco si fossero messi d’accordo, mi hanno mandato questo link che inserisco a futura memoria e magari che non serva a qualcun altro. http://www.minimaetmoralia.it/wp/piccoli-editori-capestro/ […]

  3. […] Lisa Pulizzi – in un commento su Minima&Moralia – così racconta: «Mi ha risposto la Robin Edizioni proponendomi un contratto che includeva […]

  4. […] pieno di fronzoli e complimenti sulla vostra opera, con tanto di contratto di pubblicazione su questo stile. Al settimo cielo scorrete il contratto e leggete che l’autore deve partecipare con un […]



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