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Piccoli Sindaci. Così lontani, così vicini

pert12Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Nell’immagine, l’Italia vista dal Pertini di Andrea Pazienza)

In Toscana c’è Stefano Scaramelli, sindaco di Chiusi, che dice: «Vorrei violentare la politica senza farmi violentare». Segni particolari: è renziano. In Liguria, ad Airole, c’è Fausto Molinari, che al secondo mandato non ha opposizione in Consiglio: «Penso che abbiamo amministrato davvero bene, infatti l’altra lista non si è presentata». Segni particolari: se nel suo paesino di 450 anime si fulmina una lampada per strada, la cambia lui. L’Italia è un rosario di borghi, piccoli centri, capoluoghi. E se in 46 città si superano i centomila abitanti, la conta non arriva a cinquemila in tre quarti dei comuni, che, in tutto, sono 8.048: amministrati da altrettanti sindaci (o commissari prefettizi, al momento 113). Salvo malversazioni, calamità, eroismi e stranezze, la maggioranza di questi signori, o signore, non sale agli onori delle cronache nazionali. Devono sentirsi così trascurabili, questi amministratori locali, che quando arriva a intervistarli un forestiero intenzionato a scrivere un libro su di loro può capitare che chiedano se bisogna pagare, per tanto onore. Il libro, L’Italia dei sindaci (ADD editore, pag. 256 €13), appunto, l’ha scritto Marco Giacosa, un blogger-narratore-giornalista che, tra iter e delibere, ha avuto la levità di piazzare domande del tipo: Che fa domani? Qual è la richiesta più strana che le è capitata? Il sindaco è solo?

Giacosa non ha cercato fenomeni: a parte Renato Accorinti, noto per essersi insediato a piedi scalzi al Comune di Messina, gli undici sindaci intervistati sono essenzialmente medi, eletti spesso con liste civiche, scovati con ricerche sul campo e passaparola. Un’intervista è stata cassata: quella al sindaco di Trani Luigi Nicola Riserbato che, poco dopo averla concessa, è finito agli arresti per associazione a delinquere contro la pubblica amministrazione. Nell’Italia dei disonesti, pure questo sarebbe un indice di medità, ma si è soprasseduto, anche perché durante l’incontro Giacosa qualche dubbio l’aveva già avuto. Non ci sono neppure rappresentanti dei 5 Stelle, un giovane sindaco del movimento ha declinato l’invito: non aveva tempo, «come quando si corre e non resta molto fiato per parlare».
L’Italia raccontata da chi l’amministra è una gimcana fra tagli mostruosi, nuove e vecchie povertà, burocrazia opprimente, antipolitica galoppante, norme demenziali, rivendicazioni legittime o astruse della cittadinanza. In termini di prestigio o economici, per chi lascia il suo impiego o professione il gioco non sembra valere la candela: le 12 mensilità senza Tfr sono spesso inferiori ai guadagni precedenti (Molinari, il tuttofare di Airole, prende 800 euro al mese). E giusto un paio di sindaci ambiscono a scranni più elevati, mentre la maggioranza si tiene alla larga dai partiti: teme l’identificazione con la casta e ostenta pauperismo nei conti. Parlando della sua coalizione, l’avvocato Valeria Mancinelli, sindaco Pd di Ancona, butta lì: «Se non mi fossi candidata, non li avrei votati». E, dopo due anni faticosi al municipio di Maddaloni (Caserta), l’ingegnere strutturista Rosa de Lucia ammette di aver capito perché il centrodestra l’aveva candidata: «Credevano potessi essere governabile. Hanno detto: mettiamo una persona spendibile su un territorio devastato, mettiamo quella giovane, con la faccia pulita, e poi fa quello che diciamo noi».
Serve una grinta da politicante per non rimanerci male quando partono gli attacchi. «Ci sono persone che vogliono il tuo fallimento a priori, come risultato loro, e questo è difficile accettarlo da un punto di vista psicologico» lamenta l’ex rettore Furio Honsell, sindaco ­– più a sinistra del centrosinistra – di Udine. «Polemiche, battaglie, rispondere agli articoli, alle strumentalizzazioni… la poca onestà intellettuale, quella mi mortifica: perché sono una persona normale» riconosce la sua collega di Bollate (Milano) Stefania Clara Lorusso, avvocato nella vita precedente, eletta con il centrodestra.

Più dei tagli è la burocrazia il nemico di chi amministra borghi o città. Prendiamo il già citato Molinari: in organico ha una vigilessa e un dipendente multitasking. Se si monta il palco dell’orchestra per la festa ci vorrebbe l’ingegnere, quelli sono soldi che se ne vanno e allora il sindaco, che di suo è geometra, si arrangia da solo. Sempre con le sue mani fa le ghirlande d’alloro per i vincitori della gara di marcia: a volte, con il lauro delle corone funebri. E, per potare i pini, manda su con le corde e la motosega l’assessore al Turismo, arrampicatore per diletto, risparmiando qualche migliaio di euro. Fuorilegge? Sì, o almeno ai limiti. Ma che dire della norma che lo obbliga a spendere ottomila euro l’anno di software per fare i bilanci? Sentiamo cosa dice lui: «Si deve essere creata una lobby dei software: cambiano Imu Tasi Tari, e devi comprare il programma nuovo. Dall’amministrazione centrale non ci mandano i cd, non puoi scaricare niente dai siti».

Fra le grane ordinarie c’è pure quella di dedicare una via a una personalità locale. Dal 1927 la Dps, Deputazione di storia patria, sovrintende alla materia: la Prefettura le trasmette la delibera con allegata la documentazione biografica sul personaggio, chiedendo un parere di regolarità. Il parere in genere è positivo, ma i tempi infiniti. Così il farmacista-sindaco di Fiuggi Fabrizio Martini ha fatto attaccare la targa senza aspettare il responso. Con grande disappunto del prefetto che durante l’inaugurazione gli ha intimato di ricoprirla, il giorno successivo. Invece: «La targa è ancora lì. È operativa. I residenti lo sanno, amen. Una cartolina che deve arrivare, arriva».
Un altro problema è il personale comunale, cavilloso o lavativo che sia. Sempre Martini, alle prese con un operaio non proprio alacre: «Decidiamo di fargli verniciare le ringhiere, ubicate in zone diverse. Dopo un po’ di giorni vedo che ogni ringhiera era verniciata per circa un terzo. Lo fermo e gli chiedo perché non le aveva completate una per volta. Mi risponde: “Non voglio il sole addosso”. Si era studiato un piano d’ombreggiamento, per cui si spostava per evitare il sole». Carlo Della Pepa, a capo della giunta di centrosinistra di Ivrea, ha un vespasiano elettronico guasto nei giardini di Corso Re Umberto: «L’abbiamo ereditato, e non riusciamo a metterlo a posto né a demolirlo. La ditta che l’ha fatto non esiste più, quindi bisognerebbe cambiare tutto e costa qualche decina di migliaia di euro. Anche demolirlo costa. Per cui l’unica destinazione che mi sembra possa avere oggi è quella di monumento al bagno pubblico. Io mi arrabbio, eppure il dirigente non mi risolve il problema. Dice che non abbiamo risorse o abbiamo altre priorità. C’è sempre un perché che sposta le responsabilità».

Sui dirigenti che possono essere alleati del buon governo o motori d’immobilità il dibattito si accende: quasi tutti i sindaci, con toni più o meno sfumati ne lamentano l’illicenziabilità. Ma da Messina, il gandhiano Accorinti ammonisce: «Se parti veloce, muori. Una pazienza infinita, un’infinita resistenza; e io ce l’ho». Pazientemente, in una città che aveva solo dodici autobus, si è accordato con l’azienda dei trasporti di Torino che gli ha passato 45 mezzi dismessi «mille volte meglio dei nostri». Un messinese lo ha ringraziato: «Mia madre non poteva andare in centro perché non c’era l’autobus. Era prigioniera. L’avete liberata». Ringraziate un sindaco per una cosa buona che ha realizzato e lo farete felice. In molti ammettono che è l’unica consolazione. Perché i cittadini guardano solo al particolare, alla buca sulla loro strada, mai al progetto. (Lamentela condivisa).
La burocrazia si scardina con il decisionismo. Per il sindaco renziano di Chiusi decisionista è un complimento. A quello di Ivrea invece rinfacciano di esserlo troppo poco, ma lui crede nella collegialità. Dal municipio di Udine, Honsell sentenzia: «La democrazia viaggia con la ragione, ma al momento c’è il sonno della ragione, e quindi il sonno della democrazia». E visto che il sonno della ragione genera mostri (burocratici), il sindaco sbotta anche contro l’ultima moda, l’esposto facile alla Corte dei Conti: «Ogni minuto è qui a controllare. Ormai nessuno ha più il coraggio di spostare una penna. Un dirigente deve avere almeno altri dieci dietro di lui che si sono assunti la responsabilità di spostare la penna». Quando il Comune di Udine ha chiuso al traffico via Mercatovecchio, i contrari hanno protestato: «Sono mille anni che ci passano le macchine». Il sindaco Honsell ha obiettato che le macchine le hanno inventate un secolo fa. Risposta: «E che importanza ha?». Applausi scroscianti dell’opposizione.

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
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