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Il piccolo Omero e gli ostacoli della conoscenza

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Photo by Joanna Kosinska on Unsplash

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto da I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento, di Franco Lorenzoni, uscito per Sellerio. L’autore presenterà il libro Giovedì 21 febbraio alle 17,00 presso il Real Teatro Santa Cecilia di Palermo.

di Franco Lorenzoni

Incontrare Platone a 11 anni

In prima elementare Tommaso incontrò molte difficoltà nella scrittura. Non sapeva come impugnare la matita, come muoverla sul foglio. Sembrava che quel sottile pezzo di legno se ne andasse per conto suo. Guardava noi insegnanti sorridendo imbarazzato, come a dire: che ci posso fare? Talvolta si incaponiva irritato e sembrava volesse arare il foglio tanto premeva il lapis sulle pagine del quaderno, arrivando a strapparlo.

Con molta fatica, grazie al costante impegno della mia collega Cornelia che insegna italiano e il sostegno paziente di sua madre che gli è sempre vicina, sa rispettare i suoi tempi e crede in lui, Tommaso ha cominciato piano piano a scrivere le prime frasi e a staccare le parole. Negli anni successivi ha conquistato una sempre maggiore autonomia nella scrittura e persino la erre in stampatello ha finalmente trovato la sua forma.

Tra le attività che lo hanno aiutato ad avere fiducia nelle sue capacità ci sono state le esperienze all’aperto e il nostro continuo esplorare diversi linguaggi. (…)

Delle tante attività svolte lo ha sempre appassionato il coltivare l’orto perché in quel fare era senza dubbio il migliore. Sapeva come si tiene una zappa in mano e come smuovere la terra, come scavare canali e come fare i buchi dove poggiare i semi. Soprattutto sapeva quali piante mettere nei diversi mesi, perché uno dei luoghi che ama di più è l’orto di suo nonno, la cui sapienza contadina è arrivata fino a noi attraverso le parole di Tommaso.

Nella caverna con Tommaso

A differenza di quasi tutti i suoi compagni che, pur vivendo in un piccolo paese o in campagna, non sanno quasi nulla del mestiere dei loro nonni e bisnonni, in Tommaso quel mondo è ancora presente nella vivacità dei suoi racconti e nelle espressioni dialettali che fanno sempre ridere tutti.

A confermare la ricchezza di tante sue conoscenze, in terza elementare ci ha aiutato la lettura dell’Odissea. Per un anno ho in parte raccontato e in parte letto in classe l’intero poema e Tommaso era il primo che, nei momenti più inaspettati, chiedeva di tornare al viaggio di Ulisse. Era anche il migliore nel comprendere alcuni passaggi del racconto di Omero, perché sapeva di cosa stava parlando. Nella grotta del ciclope Polifemo, ad esempio, era evidente che lui si sentiva di casa. Conosceva bene come si governano le pecore e, soprattutto, era l’unico che sapeva cosa fosse il caglio, necessario a trasformare il latte di pecora in formaggio. Così, nel confronto appassionato con le immagini portate in classe dalla sonorità dei versi di Omero, Tommaso si ritrovava e ci aiutava ad avvicinare due mondi a noi lontani: il suo e quello degli eroi dell’antica Grecia.

Questo il motivo per cui, quando in quinta sono alla ricerca di una grotta dove incontrare Platone, Tommaso mi ricorda che vicino a casa di suo nonno c’è un dirupo di tufo pieno di fessure che fa al caso nostro, poco lontano dalla grotta in cui avevamo discusso delle prime pitture rupestri in terza elementare.

Non mi piace, in genere, riproporre le stesse esperienze a classi differenti perché sento che, se affronto anche io un tema nuovo o sperimento una diversa modalità di approccio con alcune conoscenze, sono maggiormente all’erta e mi sento più vicino all’esperienza della loro prima volta.

Nonostante questo, alla fine della quinta elementare non resisto e mi sento in obbligo di invitare bambine e bambini a entrare nella caverna con Platone, per esplorare il più bel mito che abbia mai incontrato riguardo alle difficoltà e aperture offerte della conoscenza.

Così, prendendo alla lettera la metafora, un giorno di maggio partiamo alla ricerca della caverna di Platone guidati da Tommaso. In classe abbiamo già letto le parole che Socrate pronuncia nel dialogo ma, come entriamo nel piccolo antro scuro, alla luce di alcune fiaccole romane che abbiamo acceso e posato a terra, rileggiamo a turno con attenzione ogni parola di quel testo e comincia il nostro dialogo.

La discussione si accende subito vivace e appassionata. Ciascuno ha molto da dire e, quando a casa e trascrivo i loro ragionamenti per restituirli loro stampati, come faccio sempre, mi rendo conto di quanto il dialogare continuamente su tutto per cinque anni abbia aiutato ciascuna bambina e bambino ad aprirsi sempre più agli altri, riconoscendo e rivelando parti di sé.

La fisicità dell’entrare nella grotta riporta Tommaso al suo amato Omero. E’ infatti lui il primo a parlare, ricordando che “quando Polifemo urla contro chi lo aveva accecato lo chiama nessuno” ed è per questo stratagemma linguistico che Ulisse si salva. Genialità di un gioco di parole, richiamata anche da Manuel, Ambra e Nicla.

Maia sostiene che Platone, in questo mito, ci fa vedere “come funziona la realtà” ed Emilia precisa che “anche se è inverosimile, tu accetti sempre la cosa che sei abituata a vedere”.

Lorenzo si domanda il motivo “perché gli uomini stavano lì dentro incatenati”, sostenendo che “non è che li avevano messi lì per caso a guardare le ombre”, e Peter ipotizza che forse erano stati rinchiusi perché “di un’altra religione”.

A questa supposta punizione si ribella Emilia, sostenendo che “Platone vuol dire che non ti devi fermare a un solo punto di vista, ma devi andare oltre”. E, per confermare questa sua forte presa di posizione a favore di una totale libertà di conoscenza, tira in ballo la scienziata neoplatonica con cui è in corrispondenza. “Ipazia non si fermava mai a quello che diceva un solo libro e cercava sempre di vedere oltre, di vedere se era vero, se non era vero. Se c’era qualcosa che quel libro non diceva o se diceva cose che non erano vere”.

Maia, che ha sempre una visione più problematica, concorda che “si, è un po’ come la storia di Ipazia, perché lei pensava in modo libero e quindi sapeva più cose. L’uomo che è uscito dalla caverna sapeva più cose. Ma quando poi hanno ucciso Ipazia, magari gli altri pensavano che se pensiamo in modo libero ci ammazzano, allora è meglio pensare come ci dicono di pensare”.

E’ meglio che tu pensi la tua

L’ingresso inaspettato di Ipazia nella caverna di Platone mi rende felice perché penso che è nei momenti in cui riescono a intuire connessioni e a proporre nuovi collegamenti che bambine e bambini sperimentano la libertà di pensiero che ci offre la cultura. E’ quando la cultura è materia viva capace di risvegliare connessioni inaspettate che si può goderne e giocarci come terreno propizio di sorprese e scoperte.

Lorenzo ritiene che “forse le cose belle e le cose brutte succedono se non ti accontenti. Lui non si accontentava di vedere le ombre ed è uscito. E’ vero che ha scoperto un altro mondo, però all’inizio ha dovuto faticare un po’”.

Alessia concorda, sostenendo che “è meglio rischiare con le nuove cose, anche se con le stesse stai bene”, e Diego afferma: “secondo me la morale è che se tu sei abituato a vedere una realtà, ti sa più fatica prendere una nuova verità, una nuova realtà, perché è difficile”.

“Se ti fanno vedere una sola cosa la crediamo”, riflette David e, con la capacità critica di cui è capace, aggiunge convinto: “Secondo questo nostro pensiero quello che vediamo è vero, ma ti può fregare. E’ meglio che tu pensi la tua”.

E’ meglio che tu pensi la tua dovrebbe essere l’imperativo di ogni educazione al pensiero critico che tuttavia, per crescere ed espandersi, deve affondare le sue radici in una fiducia in se stessi da costruire poco a poco in un contesto accogliente. Altrimenti saremo trascinati a seguire senza vera consapevolezza “quello che gli altri dicono”, come ci ricorda con precisione David.

“E’ difficile vedere altre cose”, sottolinea Nicla, e rispondendo a una mia domanda su come dovremmo fare, Mario non esita e afferma deciso che “bisogna rischiare per conoscere. Perché se tu non sai una cosa, se c’è una cosa un po’ pericolosa, per riuscire a capire quella cosa tu rischi”. Aggiunge poi una considerazione più misteriosa: “Tu vuoi cercare se quella cosa è vera e rischi un po’ per capire se è vera o falsa. La conoscenza è come la sicurezza e l’imprudenza”. Anche per Manuel “è un po’ pericoloso scoprire”, sottolineando che chi “non sa niente di quello che c’è di fuori”, pensa che “l’ombra è la verità”.

L’idea che la verità possa avere la sembianza di un’ombra stimola Alessandro a porre una domanda cruciale: “Noi come facciamo a sapere adesso se tutto quello che vediamo è la verità?”.

Non è facile rispondere, ma ci prova ancora una volta Mario, relativista ad oltranza, coniando uno dei paradossi a cui ci ha abituato: “La verità è la non verità. Nella grotta loro proiettano delle immagini con le marionette e per lui era la verità, e invece non era la verità. E’ come se fosse il contrario”.

“Per quelli che stavano dentro la caverna la verità era quello che vedevano”, conferma Alessia, ed Emilia propone come esempio la storia della rivoluzione copernicana. “E’ un po’ come credevano prima, che il sole girava intorno alla terra perché vedevano il sole che al pomeriggio stava in alto e poi scendeva e la mattina dopo si rialzava”.

Con questo paragone, tratto dalla storia della scienza, Emilia ha modo di ritirare fuori un argomento che le sta particolarmente a cuore: “Forse dipende dal punto di vista. Se stai sulla terra, vedi il sole che sembra ti giri intorno ed è quello che pensi. Poi fanno degli studi e si scopre che invece è la terra che gira intoro al sole”.

Racconto delle persecuzioni subite da Galileo Galilei, imprigionato fino alla morte per avere sostenuto una verità che contraddiceva la Bibbia e i dettami della Chiesa del seicento.

Ambra ricorda che “anche Socrate lo hanno condannato a morte”, e Diego dà voce a un’amara considerazione: “Forse le persone preferiscono la bugia semplice, comoda, invece della verità scomoda”.

Maia rivendica il primato della libertà individuale, affermando decisa che: “forse Platone voleva dire che, se noi siamo ventuno e venti pensano una cosa e uno una cosa diversa, non significa che i venti hanno ragione solo perché sono di più”.

Lorenzo, tornando alla domanda irrisolta di Alessandro, ricorda saggiamente i limiti di ogni conoscere: “Voglio dire qualcosa per rispondere alla domanda di Alessandro su come facciamo a sapere se questa è la verità. Forse noi la sappiamo perché l’abbiamo esplorata. Noi non è che stiamo in un posto e restiamo sempre lì. L’uomo ha esplorato anche oltre la terra, dunque il 50 per cento potrebbe essere la verità e l’altro 50 per cento no”.

Avere paura dell’ignoranza

Riguardo alla possibilità di pensare liberamente oltre la propria condizione attuale, Elisa lancia un’apertura in un’altra direzione, affermando: “Tu ti puoi disconnettere dal mondo, quando pensi a tutta un’altra cosa. Non pensi più alla vita che stai vivendo, ma pensi a un’altra cosa che ti piacerebbe vivere”.

Ascoltando le parole di Elisa penso che è proprio questa apertura che ci può arrivare dalla migliore arte e cultura che dovremmo frequentare nella scuola. E tuttavia mi domando e domando ai bambini: “quanto riusciamo ad essere in grado di riconoscere che ci possono essere altre verità?”

Peter, che è l’unico in classe ad avere esperienza diretta e recente di uno spostamento e spaesamento radicale, perché si è trasferito da un giorno all’altro dal Sudan a Giove,  risponde deciso che “tu stai da solo”. Poi, seguendo il filo di parole che sembrano sgorgare da sole, aggiunge: “Se io mi addormento adesso e tutti vanno via, poi mi risveglio alle due di mattina… poi ti senti tutto solo, non ti ricordi niente… no, non è che non ti ricordi niente, non ti ricordi di quando sono andati via tutti”. E conclude in modo drastico affermando: “nella vita si è da soli”.

L’argomento di Peter convince molti e, infatti, Lorenzo afferma che “la vita è la tua, è solo tua, gli altri hanno un’altra vita”, e David conferma: “è vero, ognuno va per la sua strada”. Anche Emilia è di questo parere e rinforza le argomentazioni dei compagni aggiungendo: “Ognuno ha i suoi propri tempi. Non può condividere le proprie sensazioni con gli altri perché ognuno ha la propria vita, ha i suoi propri sentimenti. Non puoi condividere la tua vita con un altro. I tuoi sentimenti sono solo tuoi, non puoi condividerli con qualcun altro”, mentre Alessia, più possibilista, sostiene che “un po’ però li puoi condividere” e, tornando al mito, aggiunge: “forse delle persone dentro alla caverna provano disgusto mentre altre provano piacere”.

“Ognuno ha la sua opinione – conferma Maia – vedono la stessa cosa, ma vedono cose diverse”.

Mario afferma senza esitare che nemici della conoscenza siamo “noi stessi”, ma Alessandro, che per carattere non può pensarsi nemico della curiosità e del suo grande desiderio di conoscere, gli domanda: “Tu dici allora che noi siamo nemici di una parte di noi?”.

Emilia sostiene che nemica della conoscenza può essere la realtà stessa, mentre Manuel afferma che “a volte anche la paura” può portarci a diffidare della conoscenza, anche se poi aggiunge che “la paura ti spinge…” .

Dalila pensa che nemica della conoscenza sia “l’abitudine”, ripresa da Ambra che risponde con decisione: “tu devi provare a rompere l’abitudine”.

Alessandro ricorda che l’uomo uscito dalla caverna “preferiva essere un contadino povero fuori che ritornare dentro” e Maia conclude: “Quando l’uomo che è uscito dice che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non ritornare nella caverna, dice che ha paura di ritornare a quella realtà che non era la realtà. Ha paura di non conoscere tutto. Ha paura dell’ignoranza”.

Rileggendo queste ultime battute penso che Alessandro e Maia abbiano proprio ragione e che mi piacerebbe vivere in un paese in cui la maggioranza della popolazione abbia paura dell’ignoranza.

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