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Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

Nel 1959 Pier Paolo Pasolini realizzò uno dei reportage più geniali che siano mai stati concepiti: percorrere in piena estate tutta la costa italiana da Ventimiglia a Trieste. Scendere lungo il Tirreno fino alla punta estrema della Calabria, passare lo Stretto, andare fino a Porto Palo e poi far ritorno sul continente. Costeggiare tutto il Golfo di Taranto e, dopo Leuca, risalire per la Puglia e la costa adriatica, su fino a Trieste. Il viaggio di Pasolini a bordo di una millecento tra le tante Italie in vacanza, agli albori del boom, uscì in più puntate sulla rivista “Successo” con il titolo “La lunga strada di sabbia”.

Da Contrasto, grazie alla collaborazione della cugina del poeta, Graziella Chiarcossi, viene ora ripubblicata in una nuova edizione la trascrizione integrale del dattiloscritto pasoliniano, contenente anche le parti che per ragioni di spazio vennero tagliate su “Successo”. Il volume è inoltre accompagnato dalle foto di Philippe Séclier, che anni dopo, muovendosi sulle tracce di Pasolini, ha ripercorso gli stessi luoghi estivi di allora trovando un’Italia ormai mutata.

Il Pasolini che attraversa l’Italia da nord a sud, e poi da sud a nord lungo la sua costa mediterranea, una sorta di interminabile litoranea, ha appena pubblicato il suo secondo romanzo, “Una vita violenta”, ma non ancora realizzato il suo primo film, “Accattone”. Nel 1963 uscirà invece il suo film-documentario “Comizi d’amore”, che in qualche modo ripropone lo stesso canovaccio della “Lunga strada di sabbia”. Questa volta, però, Pasolini girerà l’Italia non per raccontare l’estate degli italiani, bensì il loro rapporto con l’amore, il sesso, la trasformazione della coppia. Tra giovani e anziani, borghesi e proletari, dialetti diversi, linguaggi diversi.

Questo caleidoscopio nazionale è già presente in “La lunga strada di sabbia”. Il suo è un viaggio estremamente plurale. E, per certi versi, è proprio scendendo a Mezzogiorno, quando Pasolini si ritrova “solo, con la mia millecento e tutto il Sud davanti a me”, che l’avventura comincia e la sua scrittura si impenna.

Per Pasolini la Taranto del 1959 è una città perfetta: “Viverci è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell’acqua ch’è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli, gli stabilimenti.” Proprio a Taranto Pasolini scopre quello “spettacolo del brulichio infinito” che lo accompagnerà per tutta la costa pugliese: “Ogni altro brulicare già a me noto è nulla, in confronto a questo.”

Attraversata la bianca Gallipoli e oltrepassato il capo di Leuca, dove lo Ionio (“tremendo, nemico, preumano”) cede il passo all’Adriatico (“caro, dolce, domestico”), Pasolini risale lungo l’altra costa pugliese.  “Lo sperduto Salento, severo come una landa settentrionale, coi suoi paesi greci in sciopero secolare; poi l’esplosione di Brindisi, la più caotica, furente, rigurgitante delle spiagge italiane; e le stupende Otranto e Ostuni, le città del silenzio del Sud; e Bari, il modello marino di tutte le città, poi, fino al Gargano.”

È un viaggiare veloce, quello di Pasolini, fatto di impressioni, flash, spaccati di realtà. Eppure, è in grado di afferrare e restituire, spesso estremizzandoli, dettagli rivelatori dei luoghi incontrati. Le pagine sulla Calabria jonica, ad esempio, scatenarono vibranti polemiche sulla stampa locale: a essere incriminato fu un passaggio in cui Cutro veniva definito “il paese dei banditi”. Ma, per il resto, “La lunga strada di sabbia” è un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata da quella che, alla metà degli anni settanta, negli “Scritti corsari” avrebbe definito nient’altro che un “genocidio culturale”. Allora anche le borgate romane e molte città del Sud (esclusa forse Napoli) gli appariranno istericamente e violentemente mutate.

Nella “Lunga strada di sabbia” c’è ancora un’Italia del prima. Non è difficile scorgere le tracce di una Taranto che non c’è più, quasi un’altra città su cui ne è stata edificata un’altra, in pochi anni, come si vede anche nelle foto di Séclier che accompagnano le pagine pugliesi. Le due Taranto appaiono quasi due città diverse, se si esclude quel brulichio di vita che ancora permane, e spesso riemerge all’improvviso. Le immagini fissate su carta da Pasolini sono le ultime prima della costruzione dell’Italsider; pertanto rileggerle è un po’ come collocarsi dalla parte opposta della parabola.

Tuttavia, tale sensazione di mutazione, o forse di mutazione dopo la mutazione, la si respira anche rileggendo la descrizione di altre coste e altre città. In fondo, non ci appare “arcaica” solo l’Italia del 1959, ma anche l’Italia del Circeo e delle stragi, immortalata da Pasolini nel 1974-75, un’Italia che di quella del 1959 era la negazione. Anche rispetto alla seconda sono passati quarant’anni.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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