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Pier Paolo Pasolini. Un’introduzione al poeta corsaro

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Pubblichiamo l’introduzione al libro Pier Paolo Pasolini. Il poeta corsaro, uscita per La nuova frontiera junior.

di Rossano Astremo

Pasolini cammina tra le dune di Sabaudia, in una ventosa e gelida giornata invernale, poi si ferma e fissando la telecamera esprime dure e sincere parole sull’appiattimento culturale e sull’imbarbarimento civile dell’Italia dell’epoca, come conseguenza del trionfo della civiltà dei consumi: “E allora io posso dire senz’altro che il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia. Questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che, in fondo, non ce ne siamo resi conto; è avvenuto tutto negli ultimi cinque, sei, sette, dieci anni, è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire e adesso, risvegliandoci, forse, da quest’incubo, e guardandoci intorno ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.

Mi capita spesso di rivedere su YouTube questo video dal titolo “Pasolini e l’omologazione del nuovo fascismo”. Mi capita di rivederlo perché lo mostro ogni anno in classe, ai miei studenti liceali del terzo anno, per spiegare loro che cosa ha inteso esprimere Pasolini con il concetto di omologazione. In realtà il video della durata di 8 minuti, fa riferimento alle ultime immagini del documentario della serie “Io e…” dal titolo “Pasolini e la forma della città”, a cura di Paolo Brunatto, trasmesso sulla Rai il 7 febbraio del 1974.

L’omologazione, sul cui concetto torneremo più avanti in queste pagine, è, secondo Pasolini, conseguenza del trionfo della civiltà dei consumi che ha condotto i contadini e gli operai, espressione delle classi sociali più povere, a desiderare e ottenere gli stessi oggetti dei borghesi, venendo a smarrire le loro peculiarità culturali. Però la ragione per cui inizio questa mia breve passeggiata tra i floridi boschi della vita e delle opere di uno degli scrittori che più ha segnato il Novecento letterario italiano non è quella di parlarvi ancora di omologazione, fascismo, capitalismo e simili concetti, ma per soffermarmi sul volto dello scrittore, così come appare nel video.

È un Pasolini dal volto asciutto, scavato, più del solito, con capelli scompigliati dal forte vento, un Pasolini dagli occhi spenti, che pronuncia parole di fuoco contro la crisi del tempo presente ma con un tono di voce fioca, non in linea con il contenuto delle parole espresse. Quello che emerge in questo video è un Pasolini in tono minore, quasi rassegnato, un Pasolini che da anni scrive su giornali, riviste, libri i mali dell’Italia a lui contemporanea, ma rimane inascoltato, a volte vituperato, deriso, persino ostracizzato. Un Pasolini il cui corpo, dopo pochi mesi da quel documentario, nella notte tra sabato 1 novembre e domenica 2 novembre 1975 verrà trovato senza vita e martoriato nella zona dell’Idroscalo di Ostia.

Aveva 53 anni. Quel volto rassegnato, privo di forza, smagrito, è lontano anni luce dal furore delle sue parole, quel furore che mi travolse, senza più abbandonarmi, in un’estate di molti anni fa quando, conclusa la terza media e in attesa che iniziasse il mio primo anno di Liceo, mi ritrovai tra le sue mani una raccolta delle sue poesie.

Sono cresciuto in una famiglia di umili origini, dove i libri non erano considerati una priorità assoluta. A casa, durante la mia infanzia e i primi anni della mia adolescenza non c’erano libri. Era piena di fumetti dei miei fratelli maggiori, ma di poesie, romanzi, testi teatrali non c’era traccia. Fu una insegnante di Italiano delle Scuole Medie che mi fece scoprire la bellezza e il potere della lettura. Ricordo che, per un progetto sul Neorealismo in Italia ci “costrinse” a leggere alcuni libri di autori italiani appartenenti a quel periodo storico-letterario. A me venne assegnato Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, quello stesso Bassani che, agli inizi degli anni ’50, quando Pasolini giunse a Roma con pochi soldi e senza un lavoro, fu assai generoso nell’introdurlo nel mondo del cinema, consentendogli di scrivere le prime sceneggiature. Ricordo ancora l’incanto dei pomeriggi trascorsi nella lettura del tormentato sentimento provato dall’io narrante nei confronti di Micòl. Quella che, in un primo momento, mi apparve una perfida costrizione di un’insegnante masochista fu invece la mia salvezza.

Finita la scuola, con tre lunghi mesi davanti a me prima dell’inizio del Liceo e senza neanche una libreria degna di tale nome nel mio paese d’origine, l’unica idea che mi venne fu quella di andare a bussare timidamente alla porta dei miei vicini. In quella casa ci abitava una signora sola, rimasta vedova e senza figli in giovane età, e la sua governante. Con la governante avevo un buon rapporto, era dolce e premurosa con me e fin da piccolo mi viziava donandomi caramelle e leccornie di ogni genere. Fu così che io e lei stabilimmo una sorta di patto. Io potevo leggere e sbirciare tra i libri che erano presenti nell’enorme libreria della signora, nelle ore in cui lei era a lavoro, ma al suo ritorno sarei dovuto fuggire lasciando ogni cosa al suo posto.

E così avvenne. Ricordo quell’estate come una delle più belle della mia vita. La signora aveva un’intera sezione dedicata ai classici della letteratura mondiale e un’altra interamente occupata da libri di autori italiani del Novecento. E fu in quell’anno che lessi per la prima volta opere, tra gli altri, di Italo Calvino, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Della lettura di quel primo libro, che raccoglieva poesie tratte dalle più importanti raccolte poetiche dell’autore, ricordo che ripetevo più volte a me stesso, tra la lettura di un verso e l’altro: lo sento anche io, è questo che penso, è accaduto anche a me. “Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto”. Questi tre versi, ad apertura della poesia Il pianto della scavatrice, contenuta in Le ceneri di Gramsci sono un inno alla vita, che va vissuta attimo dopo attimo, senza rimpiangere ciò che è stato o recriminare per ciò che non è accaduto. “Aiuto, avanza la solitudine! / Non importa se so che l’ho voluta, come un re”. Qui invece due versi di Le belle bandiere, testo incluso nella raccolta Poesie in forma di rosa che ai miei occhi di quattordicenne sembravano essere stati scritti per me e per l’estate che avevo deciso di vivere. Ciò che trovai in quelle poesie e che spesso ho incontrato nelle opere di Pasolini, nei suoi romanzi, nelle sue opere teatrali, nei suoi film, nei suoi articoli giornalistici, è questo costante oscillare tra un profondo amore per la vita e una sua perentoria condanna.

In una intervista del 1966, il giornalista francese Jean-André Fieschi chiede a Pasolini: “Possiamo dire che tutte le sue opere, romanzi, film, poesie esprimono una grande gioia e un grande dolore per la vita?”. Pasolini risponde: “La verità è questa, esprimono della gioia e del dolore contemporaneamente. Cioè, io fin da ragazzo, fin dalle primissime poesie friulane che le dicevo, da allora, fino all’ultima poesia italiana che ho scritto, ho usato un’espressione della poesia provenzale che è ab joi, cioè l’usignolo che canta ab joi, per gioia, ma joi nel significato provenzale di quel tempo aveva un significato particolare, di raptus poetico, di esaltazione e di ebbrezza poetica. Allora questa espressione ab joi è forse l’espressione chiave di tutta la mia produzione, cioè io ho scritto praticamente ab joi, cioè al di fuori di tutte le mie spiegazioni e di tutte le mie determinazioni e le mie definizioni culturalistiche. Il segno che ha dominato tutta la mia produzione è questa nostalgia della vita, questo senso di esclusione che però non toglie amore per la vita, ma lo accresce. Questa è la costante della mia produzione e quindi giustifica la sua osservazione”.

Quando rivedo, quindi, Pasolini, tra le dune di Sabaudia, con quel suo volto rassegnato e sconfitto, vengo sempre invaso da una sensazione di profondo dolore, acuita dalla convinzione che le sue parole intrise di vita masticate con voracità e ossessione nel corso degli anni, a partire da quell’estate della mia adolescenza, mi hanno reso l’uomo, il padre e l’insegnante che sono oggi. Le pagine che leggerete avanti sono un mio piccolo omaggio in parole all’intellettuale che più di altri ha cambiato la mia esistenza.

Commenti
Un commento a “Pier Paolo Pasolini. Un’introduzione al poeta corsaro”
  1. Guido scrive:

    semplicemente: grazie!

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