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Autoctono italiano, il nuovo disco di Pilar tra jazz e cantautorato

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(foto di Paolo Soriani)

Pilar (Ilaria Patassini all’anagrafe) rappresenta uno dei talenti più splendidamente cristallini dell’attuale panorama musicale italiano.  Non parliamo soltanto di una cantante, oggettivamente, molto brava, ma di un artista colta e completa, costantemente in ricerca.
La cantante romana, infatti, non soltanto può vantare un agile dominio tecnico della sua notevole vocalità, ma da tempo declina la sua ispirazione esplorando differenti stili, dal jazz al cantautorato puro, dalle cover dei grandi francesi ai ritmi sudamericani, disinvoltamente passando dall’italiano al francese e allo spagnolo.

Ora il suo terzo cd L’Amore dove vivo (che fa seguito a Femminile Singolare e Sartoria Italiana fuori catalogo) conferma la raffinata esuberanza della sua creatività, supportata da musicisti di alto livello, e nutrita da autori quali Bungaro, Pacifico (antichi collaboratori), Joe Barbieri e il grande Sandro Luporini.
Un disco vulcanico e fuori dalle regole, come si addice ad un disco inciso a Napoli e uscito il 30 Ottobre, giorno del compleanno di Maradona.

Unico limite dell’album può essere ravvisato nell’impossibilità di rendere su disco il grande fascino del esecuzioni dal vivo, ove Pilar gioca elegantemente (con una sapiente dose di autoironia) sulla sua naturale  sensualità, intrattenendo il pubblico tra un brano e l’altro con sentite introduzioni ai brani, a volte poetiche, a volte dotte, spesso giocose.

Altro elemento cruciale delle sue canzoni, infatti, l’umorismo, che affiora ad esempio in Autoctono Italiano:  per mostrare la sua innegabile bravura, l’interprete invece di cantare proverbialmente l’elenco del telefono, elenca 73 nomi di vini italiani, enunciati teatralmente sull’onda di spontanee associazioni di significato.
Ecco. Il vino e la gastronomia in genere, sono grandi protagonisti dei testi cantati da Pilar, in canzoni che sono un costante inno alla degustazione estetica dell’esistenza.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con l’interprete, che seguiamo da anni con grande interesse. Le sue risposte appassionate e paradossali rendono bene lo spirito e la ricchezza della sua personalità artistica.

La tua musica si è nutrita di diversi apporti, ami svisare in differenti stili, cantando addirittura in più lingue. Come riassumeresti il tuo percorso artistico?

Inquieto, sentimentale, caleidoscopico, non convenzionale, scomodo.

Una delle tue doti è conciliare una vocalità spiccata, una dizione chiara in tutte le lingue, con una notevole abilità ed un’ampia gamma nel canto. Hai studiato particolarmente questo aspetto o è un talento naturale?

E’ stata ed è una commistione di predisposizione, studio, viaggi, ascolti, diversità di repertorio affrontato. Subisco da sempre il fascino del cambio di colore della voce a seconda delle risonanze della lingua in cui si canta.

Hai collaborato con numerosi artisti, qual è stato quello che più ti ha influenzato?

La vocazione onnivora, da battitore libero, concede scarsa fedeltà a singole influenze. Dovendo fare un nome però direi la mia analista, considero Freud e Jung sono tra i più grandi artisti del ‘900…

Quali sono le cantanti e in generale gli artisti a cui ti ispiri?

Tra gli altri, in ordine sparso, Lhasa de Sela, Mozart, Paolo Conte, Caravaggio, gli ulivi secolari, Giacomo Puccini, Lucio Dalla, i bambini, Dante Alighieri, Damien Rice, gli animali, Giorgio Caproni, Sebastiao Salgado, il maestrale, Melody Gardot, Meshell Ndegeocello, i fuochi d’artificio, Omero, Mercedes Sosa, la gente per strada.

Oltre all’arte, spesso sui tuoi profili social prendi posizione sulla realtà politica e sociale. Però nelle tue canzoni affronti tematiche personali, interiori od emotive. Qual è secondo te la relazione fra arte e realtà?

La realtà ha piani artistici inconsapevoli, corrispondenti a tutte le possibili dimensioni del reale, è palcoscenico aperto del continuo scambio tra grazia e violenza, la realtà anela all’Arte, ma spesso non la riconosce. Toccare nelle canzoni temi personali, affrontare il “dentro”, credo possa essere un atto politico quanto quello di una canzone di protesta.

Come collochi nel tuo percorso il tuo nuovo disco?

C’era l’occasione di poter cantare canzoni scritte per me da artisti che stimo immensamente, di dare continuità alla collaborazione con Bungaro, di poter avere molti archi, arrendermi alla melodia, firmare parte delle canzoni. E’ un lavoro più da interprete che da autrice, un disco finalmente e fintamente sentimentale.

Com’è stato collaborare con Luporini?

Luporini era in contatto con Bungaro al quale ha dato due testi. Abbiamo subito pensato a un duetto, l’unico del disco e che mancava nella nostra collaborazione. Cantare frasi come Vagando senza meta in riva al mare un giorno / ho visto due ‘non-noi’ con i capelli al vento/ spettinati come i tuoi / e con quello stupore/ che anche noi chiamammo amore, ecco, lo considero un privilegio raro.

Stai lavorando a nuovi progetti?

Sto lavorando a nuovi concerti per fare vivere queste nuove canzoni, mettendo a punto una nuova trasmissione estiva per la Radio Svizzera Italiana, entro l’anno tornerò certamente in Canada per un tour. E poi ho ricominciato a scrivere, ad affinare il sistema sottile per accogliere nuove rivoluzioni.  

Qual è secondo te il problema fondamentale dell’industria musicale, culturale in genere, in Italia?

L’Italia investe in Cultura pochissimo o niente in proporzione alle sue potenzialità. Una bestemmia, se pensiamo di quale Paese stiamo parlando. Oltre al  “quanto” è il “come” che fa la differenza, e anche qui sembra a volte che essere competenti non serva, che tutti possono fare tutto, ed è così che la nostra è una crisi economica acuita da un mostruoso impoverimento culturale e scarsa capacità critica. Sul Teatro Massimo di Palermo c’è scritto “L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita, vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Lancio una proposta di legge per un tatuaggio obbligatorio.

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