Pillole di letteratura migrante in Italia

di Tahar Lamri

Da alcuni anni la lingua italiana si declina al plurale, non è più proprietà esclusiva dell’Italia e degli italiani, di quegli italiani che bisognava fare dopo aver fatto l’Italia, parafrasando il motto attribuito a Massimo d’Azeglio da alcuni e a Ferdinando Martini da altri.
Essa si declina in una nuova pluralità di voci provenienti da tutto il mondo, che si contrappone da subito a un plurale negato in nome di una identità da costruire e di una italianità da fare, di una geografia linguistica artificiale, senza rilievi, che dava l’illusione al Paese di avere una «storia della letteratura italiana» il cui telos porta, senza soluzione di continuità, dalla scuola siciliana a Federico Moccia.
Con la cosiddetta letteratura della migrazione, nata negli anni ’90, la letteratura italiana riscopre confini interni a lungo negati, si accorge con stupore che anche Giuseppe Gioachino Belli, Carlo Porta e Raffaello Baldini sono letteratura italiana e che sono stati sacrificati sull’altare della lingua nazionale, intesa come identità e dal canone letterario del quale non fanno parte.
In Italia più che altrove, è stata la letteratura a convincere gli italiani di avere una identità unitaria nonostante le diverse etnie, lingue, dialetti, realtà sociali, ecc. perciò, e solo a titolo esemplificativo, uno scrittore come Carmine Abate, autore di romanzi di successo come Il Ballo tondo, La moto di Skanderbeg, Tra due mari, si ha molte difficoltà a classificarlo come scrittore italiano e si preferisce etichettarlo come scrittore etnico, arbëreshë, popolazione di lingua albanese stanziata dal XV secolo nell’Italia meridionale. L’Italia è forse l’unico Paese al mondo dove esiste una specie di genere letterario, ossia «La storia della letteratura italiana»: schiere di accademici, di critici e di scrittori hanno coronato la loro carriera scrivendo l’ennesima storia della letteratura italiana, rafforzando il mito desanctisiano di questa storia e fossilizzando così la letteratura dentro un canone rigido, che non prende in considerazione l’immensa ricchezza della letteratura italiana nelle sue varie forme ed espressioni dialettali, regionali ed etniche.

La letteratura d’Oriente, espressa in persiano e in arabo, è un tutto unitario, e la letteratura d’Occidente è un tutto unitario, perciò non esiste la letteratura italiana, tedesca o francese. Nell’una e nell’altra esistono temi: la storia di Majnun e Laila attraversa tutto il Medio Oriente e si spinge in India, dove tuttora si producono a Bollywood film su questa storia d’amore e in Occidente gli stili e le tendenze non sono mai stati nazionali, ma passano da un lingua all’altra. Le opere, radicate nelle lingue, chiamate poi nazionali, sono uniche. Perciò è più corretto, a mio avviso, dire «letteratura di o in lingua italiana» intesa come lingua non come nazione, così forse qualche scrittore del Canton Ticino diventa scrittore del canone letterario italiano, per non parlare degli scrittori regionali e dialettali che non possono ambire a un posto nel canone semplicemente perché non scrivono nella lingua nazionale. Bella contraddizione.
Vent’anni fa, era il 1990, apparvero nelle librerie italiane tre libri sorprendenti: Mohamed Bouchane, Carla De Girolamo, Chiamatemi Alì, Milano, (Leonardo), Salah Methnani, Mario Fortunato, Immigrato, Roma, (Theoria) e Pap Khouma, Oreste Pivetta, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano, (Garzanti). Queste storie, assolutamente nuove nella nostra letteratura, erano state narrate e scritte nella lingua di chi le avrebbe lette e di chi per primo le lesse e le ascoltò dalla confidenza dei tre narratori primari stranieri, gli scrittori italiani coinvolti nella creazione e nella autorialità. La nostra lingua fu quella finale, ma anche quella germinale, nella quale l’opera nacque, fu composta e s’indirizzò. «Da quel punto la nostra lingua, così antica e piena di tante vite, cominciò a lavorare anche come mediazione e traduzione e addirittura come cooperazione narrativa», dice Armando Gnisci, dell’Università La Sapienza, che, per primo, in ambito accademico, si accorse che questi libri costituivano l’inizio di quella che lui chiamò allora «la nascente letteratura italiana della migrazione».
Da allora la lingua italiana si declina al plurale, malgrado la resistenza dell’accademia e la sordità dei media.
La banca dati sugli Scrittori Immigrati in Lingua Italiana Basili elenca ad oggi 438 scrittori catalogati di cui 248 donne e 190 uomini per ben 92 nazionalità rappresentate. «nonostante le difficoltà, le donne scrivono di più», aggiunge Gnisci. «Tale presenza incisiva del femminile vale sicuramente come segno della necessità di sviluppare una propria creatività che facesse da baluardo contro ingiustizie e pregiudizi sociali e di genere, particolarmente dolorose e frequenti all’interno della popolazione delle donne immigrate, ma alle quali gli stessi mass media poco si interessano», chiarisce subito Nora Moll, studiosa del fenomeno.
Questi ed altri testi, dal forte taglio autobiografico e di testimonianza sociale ne seguono altri scritti da Saidou Moussa Ba, Nassera Chora e Ribka Sibhatu. Nel 1994, il libro Princesa di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli, che ispirerà l’omonima canzone di Fabrizio De André e l’omonimo film di Henrique Goldman. La nascita poi del concorso Eks&Tra lo stesso anno fa emergere autori traslingui, poeti di spicco come Gezim Hajdari, vincitore nel 1997 del premio Montale per gli inediti, e amplia l’orizzonte di provenienza degli autori: da quasi esclusivamente del Sud del mondo fino a questa data, emergono scrittori dai Balcani e dall’Europa dell’est.
Nel 2006 usciva per Besa Allunaggio di un immigrato innamorato di Mihai Mircea Butocovan, diario, spesso senza date, spassoso di un immigrato rumeno che frequenta il Moon e si innamora della padana Daisy. Questo testo chiude idealmente, per la vena ironica e le scelte linguistiche, la fase della testimonianza nella letteratura italiana della migrazione. Si apre per così dire una nuova stagione di questa letteratura e si moltiplicano i testi prodotti dai figli degli immigrati, nati o cresciuto in Italia. Per Armando Gnisci: «i destini degli scrittori migranti e dei loro figli si dividono e si incontrano. Gli scrittori migranti sono quelli che hanno viaggiato, quelli che hanno imparato la lingua italiana lungo e a partire dalla strada poi hanno letto Manzoni e Calvino. Gli scrittori “creoli” sono quelli che Manzoni e Calvino li hanno letti a scuola mentre imparavano l’italiano, poi hanno scritto». Per Graziella Parati, professore ordinario di italiano e letteratura comparata a Dartmouth College, New Hampshire, fra i primi studiosi negli Stati Uniti ad esplorare la nuova realtà multiculturale italiana, attraverso pubblicazioni, traduzioni e edizioni di testi «La letteratura della migrazione in Italia conteneva già temi che di solito appartengono a una seconda generazione: il tema del ritorno, della cultura familiare del passato acquisita nel luogo della migrazione, e le problematiche scelte identitarie di chi sente appartenenze multiple». E infatti il confine non è così netto: il primo testo di un autore cresciuto in Italia risale al 1999 Verso la notte bakonga di Jadelin Mabiala Gangbo, edito da Portofranco. «La letteratura della seconda generazione (termine comunque problematico) guarda accuratamente alla cultura del paese di destinazione che per i genitori era di migrazione, per la seconda generazione è “heim” con diverse influenze culturali. È da qusto punto di vista che la seconda generazione ci offre revisioni straordinarie di una storia italiana vista sia da una certa distanza che attraverso la familiarità dell’appartenenza», precisa Graziella Parati.
Il tema delle contraddizioni identitarie viene affrontato da Igiaba Scego nel racconto «Salsicce» del 2003 «Credo di essere una donna senza identità» e ancora «Io mi sento tutto, ma a volte non mi sento niente». A Igiaba si aggiungono Ingy Mubiayi, Gabriella Kuruvilla, Layla Wadia, Gabriella Ghermandi, Cristina Ali Farah, Randa Ghazi, Soumaya Abdelkader e altri «mettendo crisi l’identità italiana di paese occidentale che rivela, nelle narrazioni della seconda generazione, tutte le sue contraddizioni storiche e culturali».
«La rivista Scritture migranti nota, non gli scrittori, ma i testi che attraversano confini. Lo scopo è di far vedere agli italiani come la globalizzazione e la transnazionalità si sta esplicitando dovunque, e la letteratura fedelmente le registra e le realizza. Perciò per capire quanto avviene in Italia, anche nell’ambito letterario, è necessario leggere gli stessi fenomeni di albanesi che scrivono in greco, di pachistani in norvegese, come di italiani in Svizzera , di rumeni in Francia ecc. Una letteratura fuori della tradizione scolastica, che si intreccia sempre più con espressioni vicine, come teatro, cinema, video e risorse mediali», spiega Fulvio Pezzarossa dell’università di Bologna. «L’attenzione ha puntato troppo spesso al significato della letteratura della migrazione come testimonianza sociale, ma quasi nessuno è riuscito a mettere in campo letture stratificate frutto di quelli che in chiave internazionale si chiamano cultural studies», conclude il Prof. Pezzarossa.

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  1. […] di letteratura migrante in italia, pubblicato nel maggio 2010 sul blog minimum & moralia (http://www.minimaetmoralia.it/?p=2393). Dal 1997 Armando Gnisci ha messo su una Banca Dati degli Scrittori Immigrati in Lingua Italiana […]



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