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Pink Floyd: la grande esibizione

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Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Grande ressa di fotografi e cronisti e videocamere e telefonini, con inevitabili dialoghi e battute che se non altro hanno il merito di ricalibrare l’evento in una dimensione più human. O caciarona, se preferite. In fondo a Roma da un bel po’ c’è penuria di Grandi Eventi, è una città in cui ultimamente si sogna poco, e come spiega con un pizzico di orgoglio provinciale il vicesindaco Luca Bergamo “Roma è la prima città fuori dal Regno Unito a ospitare Their Mortal Remains. Segno che non siamo proprio alla periferia del mondo”. Accanto a Bergamo c’è la sindaca Virginia Raggi – ci sono dei cronisti che sono lì per “coprire la Raggi”, che non hanno idea neanche di “come siano fatti i Pink Floyd”, ma che non possono perdersi una fotina di Virginia Raggi –, lieta di accogliere in città dei “veri e propri miti, c’era questo mio amico che tanti anni fa mi fece una cassetta con le canzoni dei Pink Floyd chiedendomi cosa ne pensassi”. Waters e Mason entrano in sala dopo la breve introduzione istituzionale, forse avevano altro da fare o forse non gli va di confondersi con la politica locale o vattelapesca: durante le foto Roger esibisce un pugno chiuso, fine dei giochi.

La conferenza. Un giornalista chiede a Waters se non ha pensato di riconsiderare il suo giudizio su Meddle: Waters risponde che non è qui per parlare “di quella roba”. Un altro gli chiede se ha idea di quale sia ad oggi la loro influenza/eredità/lascito, e Waters risponde che non gli importa, che non gli importa, che non gli importa. Un’altra gli chiede del loro “rapporto con l’Italia”, e così via.

Poi c’è l’Esibizione, la mostra. Strutturata in una rigida progressione temporale, è esattamente come vi aspettereste una Grande Mostra sui Pink Floyd: se mai avete pensato che i Pink Floyd sarebbero finiti in mostra. E quindi atmosfere psichedeliche con schermi che proiettano Alice e Madcap in loop, su soffitti che esplodono di bolle e palloncini multicolori e suoni cosmici che riempiono le cuffie – già, perché l’esperienza dell’Esibizione va necessariamente accompagnata con l’ascolto in cuffia, e non ci sono tutti quei bottoni da spingere; a seconda del luogo in cui vi trovate, l’audio si sincronizza: devo dire che uno dei miei divertimenti principi è stato quello di trovare i punti di confine, sapete, quelle postazioni dove si sovrapponevano i brani di A piper at the Gates of Dawn con gli echi di One of These Days o cose del genere, fare un passo avanti e uno indietro per cambiare scenario – e miriadi di poster caleidoscopici (avrete capito che questa è l’area del percorso dedicata alla brevissima e irripetibile era Pink Floyd costellata da Syd Barrett).

Quindi ecco la locandina di Zabrieskie Point e dei film di Barbet Schroeder, per cui i Pink Floyd curarono la colonna sonora. Il bellissimo-antro-Ummagumma, piccolo e libertario spazio di specchi che replica all’infinito la copertina del disco, a sua volta un gioco di specchi che si riproduce all’infinito, con Grandchester Meadows che risuona in cuffia come un’eco pastorale, lontana. Gli strumenti dei Pink Floyd, la cui ricerca sonora è parte integrante del mito. Sintetizzatori, mixer, bassi, un tripudio di chitarre che per gli appassionati deve rappresentare una pacchia; e la camicia che Nick Mason indossava all’epoca, e i biglietti dei primi concerti, le locandine dei concerti, le lettere della BBC e delle case discografiche, scalette, memorabilia, appunti, pagine di diario, mentre ai lati diversi schermi propongono digressioni sulle differenti fasi storiche della band. E dunque strada facendo ci si può trastullare con le cuffie alla ricerca degli interstizi sonori oppure fermarsi e ascoltare Waters e Gilmour che raccontano la nascita di Wish You Were Here. A un certo punto della mostra c’è un’ironica foto di John Lydon, Johnny Rotten dei Sex Pistols, che indossa una t-shirt I HATE PINK FLOYD; in seguito lo stesso Lydon ha dovuto ammettere che i Pink Floyd, in fondo, gli piacevano.

La primissima frase di Simon Reynolds in Retromania è una di quelle perentorie: “Per cominciare, una confessione: la mia sensazione viscerale è che pop e museo non vadano d’accordo”. E infatti, se è vero che alla cultura rock-pop è strettamente connaturata una certa dose di immediatezza, una pretesa di sincerità, quell’intima sensazione di ora e adesso, che sia legata all’ascolto in cameretta o a un concerto più o meno grande… insomma, voglio dire: l’enorme dimensione vitale/empatica che è parte essenziale della musica non può che scontrarsi con una sequenza di oggetti messi in fila e con una serie di monitor inevitabilmente asettici. Ma è pure vero, mi dico, che ci sono band o cantanti per cui la dimensione creativa/artistica è stata così spiccata, fin dall’inizio – penso ai Pink Floyd, ma anche a David Bowie – che se a un certo punto sono diventati, diciamo, museali, non è così improbabile o difficile da digerire. Soprattutto se lo spettacolo è così seducente.

E Their Mortal Remains è uno spettacolo seducente.
Eppure, man mano che si scavallano gli anni Settanta, e arriva la magniloquenza di The Wall, con le coreografie che si fanno sempre più giganti e i pupazzoni che pendono dal soffitto – il “Teacher” di The Wall, o l’enorme Maiale di Animals, due gonfiabili che hanno sì conservato la propria aura sinistra, ma sembrano ormai fuori tempo massimo: in questo decisamente pronti per il Museo – o i progetti di fatto solisti firmati da Waters e Gilmour (The Final Cut e A Momentary Lapse of Reason), si presenta, perlomeno in me, un senso di inquietudine. Una sorta di ribellione al percorso museale, alla concezione progressiva dell’Esibizione.

Qualcosa che mi spinge, arrivato alla penultima sala, a ritornare indietro, ripercorrendo tutti gli interstizi sonori e le immagini che scorrono e Wish You Where Here e Meddle e l’antro-Ummagumma, fino a risalire a lui, a Syd Barrett, l’artista ispirato da libri per l’infanzia, il matto, dove la musica era colorata e gioiosa, non incombente, maestosa, con lo sfarzo rivendicato dei grandi tour degli anni Ottanta e Novanta. Alla purezza: è lì che si torna.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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