latorre1

Pio La Torre è stato una storia diversa

latorre1

Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l’archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell’agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(…) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l’orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell’Inno dei lavoratori e dell’Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l’unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell’emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s’inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c’erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell’agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un’eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l’impegno nell’associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all’inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l’elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l’antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi  dell’attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l’appartenenza alla storia di La Torre. «(…) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l’autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell’intitolazione della sala dibattiti all’ex Festa dell’Unità nazionale. «(…) Il motivo sono i soldi. Quest’anno il bilancio della festa è ridotto all’osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l’allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull’Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all’ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(…) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l’arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C’erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l’orgoglio della Sicilia: «(…) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c’è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l’acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un’agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un’altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(…) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l’obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l’unico figlio di contadini ad accedere all’istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(…) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l’avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell’insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(…) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l’esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all’indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

Diciotto anni da compiere e due orizzonti di senso: l’Università, facoltà d’Ingegneria, e il partito. Il primo contatto con la cellula universitaria di Palermo, poi, a fine novembre 1945, si tesserò nella combattiva sezione del Pci Francesco Lo Sardo. «D’istinto ad identificare le mie aspirazioni con il programma del Pci». Li stupì quel ragazzino dallo sguardo profondo: settecento copie dell’Unità vendute in una giornata. Gli spiegava già l’intensità necessaria per contrastare la mafia e la povertà vissuta sulla propria pelle: «Ho detto alle persone che li difendiamo dalle prepotenze dello Stato, della mafia e dei grandi proprietari terrieri. E loro si sono fidati». Percepì il fare politica come il mestiere più bello, perché poteva occuparsi dei problemi nell’interesse generale. «Per essere comunista ci vuole l’anima», diceva. E il partito di massa, in una dimensione avvolgente, fu il suo strumento di emancipazione. Non si privò tuttavia dello spirito critico, con la sua visione politica ideale radicata nella realtà.

Nel luglio 1949 Pio è già membro del Consiglio Federale del Pci. In piazza a Corleone, dove da poco erano stati ritrovati resti di Placido Rizzotto, interruppe il proprio comizio sulla matrice della strage del primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Aveva intravisto giù dal palco un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Andò a stringergli la mano, ringraziandolo per aver arrestato gli assassini di Rizzotto. Qualche anno più tardi, La Torre reclamò in una lettera al Presidente del consiglio Spadolini l’invio immediato con pieni poteri di Dalla Chiesa a Palermo. Come noto, evasero la richiesta dopo la mattanza del 30 aprile 1982: «Dalla Chiesa prenda il primo volo per Punta Raisi». I poteri però restarono a Roma. L’indomani del duplice omicidio in Via Generale Turba l’occhiello de Il Giornale predì: «Un avvertimento al Prefetto Dalla Chiesa?» Dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, n.646/1982, che introdusse nel codice penale la fattispecie di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la cui genesi approfondiremo più avanti.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di questa vicenda repubblicana. Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto un fatto nuovo: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Nel giugno 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò alla vedova Zacco quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e La Torre.

Nei quartieri durante il volantinaggio provarono a convincere La Torre che la mafia fosse un’entità intangibile: «Siete dei pazzi a pagare il pizzo, diventeranno più forti. Questa gente non merita rispetto, ci stanno rovinando», gli replicava. Il novizio sapeva parlare in italiano e in dialetto. Le sezioni andavano aperte in borgata, e lui ne aprì tre nella natia Altarello, a Boccadifalco e Chiavelli. Un affronto a Salvatore Cappellano, capomafia di Altarello. Tentarono di isolarlo, innanzitutto dal nucleo familiare. L’incendio intimidatorio della stalla di famiglia provocò l’addio alla casa paterna: «È arrivato il momento di alzare la testa. Domattina faccio le valigie e vado via».

Lo accolse Pancrazio De Pasquale, giovane segretario della federazione Pci di Palermo, con il quale spartì una stanza e l’intesa politica che fu lunghissima e proficua. Le qualità organizzative contraddistinsero subito il suo agire. Lo coinvolsero nell’organizzazione dei comizi per le elezioni regionali e amministrative del 1946 e del 1947. Nel gennaio 1947 si presentò in via Montevergini, nella sede della Federterra, esprimendo, con la chiarezza e la determinazione che gli erano proprie, l’urgenza di un miglior coordinamento sindacale dei braccianti. Le sezioni comuniste, quanto le sedi delle Camere del lavoro, erano nel mirino. Rizzotto fu il trentacinquesimo sindacalista assassinato, alla vigilia del voto che nell’aprile 1948 richiamò alle urne il 92.23% degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani.

Nel saggio esaustivo Quindici anni di lotte contadine Antonino Sorgi evidenzia le paure di quelli che catalogò come gli “esponenti dell’industria del delitto”:

«(…) Non sfuggiva loro come la sola minaccia alla sopravvivenza dei loro metodi non venisse tanto dall’azione della polizia, quanto dall’azione dei contadini e dal diffondersi in campagna degli organismi sindacali, i quali con la forza del numero e dell’organizzazione avrebbero potuto radicalmente rovesciare il rapporto di forza. L’ideale del capomafia di un centro agricolo era di non avere nel proprio paese sezioni dei partiti di sinistra e sindacati o vederli diretti e controllati da uomini di fiducia».

Giuseppina Zacco, un amore a prima vista, intuì tutto fin dal viaggio di nozze a Capri. «Dobbiamo tornare in Sicilia. Dopo la strage di Melissa è stato deciso di anticipare il tempo dell’occupazione delle terre». In provincia di Crotone la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo tre contadini e ferendone quindici. Si erano incontrati in Federazione. In una mattina come le altre Giuseppina sarebbe dovuta andare al circolo del tennis, invece optò per la tessera del Pci. «Almeno hai letto L’emancipazione della donna di Lenin?», le chiese Pio in sezione. Bella, elegante, di estrazione nobiliare, allevata da tate tedesche, decise di sposare l’uomo, condividendone le tensioni morali e le battaglie. «Non era raro che dormissimo sulla paglia nella stalla. Poco più che ventenni venivamo lasciati nei paesi, dove avremmo organizzato con i contadini le manifestazioni, spostandoci a piedi o con i mezzi disponibili in loco». Gli occhi di Don Luigi Ciotti si fanno lucidi, quando rimembra lo strenuo impegno di Giuseppina.

Nel giugno 1949 il Pci e la CGIL dopo l’omicidio di Rizzotto affidarono a Pio la Camera del lavoro di Corleone. Quella era una zona strategica. La prima ondata di occupazione di massa dei feudi era avvenuta nell’autunno del 1945. Tra il 1921 e il 1926 gli iscritti al Pci siciliano erano scesi da 776 a 530. Tra il 1944 e il ’45 li vide quasi triplicare fino a quota 80mila. Togliatti aveva scelto Girolamo Li Causi per la guida di un partito giovane, che avanzava la questione del governo.

Lo slogan «La terra a tutti» non era populistico. Si sostanziò in un’organizzazione con un obiettivo politico a medio termine. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente. Un censimento del 1936 rilevò che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Il 13 novembre 1949 un gruppo dirigente giovane dispiegò un’azione vigorosa per ampiezza con l’occupazione non simbolica, non frutto di spontaneismo, di diecimila ettari nei feudi di dodici Comuni della provincia di Palermo.

A Corleone confluirono i cortei e piantarono il grano in circa tremila ettari. A Palermo i contadini invasero piazza Politeama, smuovendo i rapporti di forza politici. Nel biennio ’49-’50 la lotta per la riforma agraria alimentò l’essenza di un movimento, che andò oltre l’effettivo successo temporaneo delle occupazioni delle terre incolte o mal coltivate con l’assegnazione in parti uguali ai contadini che ne avessero bisogno. Dal ’49 al ’50 i tesseramenti crebbero del 250% nei comuni del corleonese, dove La Torre agì con efficacia, supplendo a qualche indecisione del partito.

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali. La gestazione del Pci in Sicilia è riconducibile soprattutto a quel grande movimento. Lo storico, che visse quella stagione di lotte in Calabria, riconosce a La Torre:

«(…) la consapevolezza dei limiti della tradizione di passività e assenza politica che pesava sul Mezzogiorno. Era in grado di cogliere il significato più profondo degli avvenimenti a cui partecipava, di valutare la forza che erano destinate ad acquistare le aspirazioni contadine una volta valorizzate dall’organizzazione e dall’elaborazione di un programma politico».

La Torre nel contesto della Federterra costituì una novità detonante. Interpretò il sindacato come un’organizzazione unitaria anticorporativa. All’azione sindacale seppe sempre dare un’impostazione generale politica. Non fu mai un contrattualista, ma sapeva tradurre i temi politici nella rivendicazione delle esigenze primarie. Si portò appresso l’arte della mediazione, fino alle più alte cariche sindacali di segretario della Camera del Lavoro di Palermo (1952) e segretario regionale della CGIL (1956).

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni.

«(…) Si mobilitano i sindaci mafiosi, insediati dagli americani nel 1943: a Villalba Don Calò Vizzini, a Palermo Don Lucio Tasca (capo degli agrari). I gabellotti possono contare sulla protezione di larga parte dell’apparato statale, dei marescialli dei Carabinieri, e fino all’Alto Commissario Aldisio che porta avanti una linea politica tendente alla riorganizzazione del blocco conservatore in Sicilia, all’insegna dello scudo crociato. I decreti Gullo vengono sabotati in maniera frontale in Sicilia. Essi vengono definiti un cavallo di Troia del Partito comunista, come fatto estraneo alla Sicilia», rammentò La Torre in Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al ’55, apparso nel giugno 1973 sui Quaderni siciliani.

La repressione fu violenta per mano del banditismo e di quello che La Torre soprannominò il triangolo Scelba (Ministro dell’Interno), Restivo (Presidente della Regione) e Vicari (Prefetto di Palermo): «Pronti a scatenare la reazione contro un movimento ormai ampio nel ’49-’50». Epifanio Leonardo Li Puma, Calogero Cangelosi e i braccianti ignoti caduti lui non se li è mai dimenticati. Non si dimenticò del manifestante Salvatore Catalano, ferito alla spina dorsale e reso invalido da una pallottola vagante sparata dalle forze dell’ordine. Il 10 marzo del 1950, a Bisacquino, centro agricolo della provincia di Palermo, dove vi era il feudo di Santa Maria del Bosco, gli presentarono il conto. «Togliete quello sconcio di bandiere!», intimarono i Carabinieri. Loro, i contadini, si erano messi in testa di occupare la speranza abbandonata all’erosione: un’estensione immensa non coltivata, pari a 200mila ettari, di proprietà della famiglia Inglese. Alla testa di un corteo, lungo cinque chilometri, composto in gran parte da donne, c’era La Torre. Dopo aver contenuto la reazione dei contadini all’aggressione dell’autorità in divisa, patì la beffa in un arresto indiscriminato di centosessanta manifestanti.

La cella dell’Ucciardone si spalancò con l’accusa di un tenente di polizia per tentato omicidio. Dietro le sbarre la paradossale compagnia di Gaspare Pisciotta, membro della banda di Salvatore Giuliano, la manovalanza criminale di Portella della Ginestra. Frazionismo fu invece il capo d’imputazione del partito, che avviò un procedimento quantomeno singolare. Tra il 17 e il 18 novembre 1950 si riunì il Comitato Regionale del Pci in seguito all’inchiesta svolta dal funzionario Armando Fedeli, affiancato a Li Causi da Roma. Destituirono De Pasquale dalla carica di segretario della federazione di Palermo e abbandonarono La Torre alla detenzione. Puniti per le fughe in avanti. La Torre in Comunisti e movimento contadino in Sicilia pubblicò, destando scalpore, i verbali riservati di quella discussione perorata dalla relazione di Pietro Secchia.

 

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Là fuori il ciclo della vita non si fermò. Giuseppina diede alla luce il primogenito Filippo, mentre De Gasperi annunciava la riforma agraria. Il 27 dicembre del ’50 l’Ars votò la legge “Milazzo” n. 104 di riforma agraria, che prevedeva l’esproprio delle proprietà terriere superiori ai duecento ettari e la loro ripartizione in lotti ai contadini aventi diritto. Una legge tormentata, la cui applicazione si arenò per quattro anni al Tribunale di Palermo, con gli agrari ad approfittare dello stallo per vendere a prezzi altissimi le proprie terre. Tuttavia il risultato di lotte durissime fu tangibile. Oltre all’introduzione dei principi della limitazione permanente della proprietà e dell’obbligo di buona coltivazione della terra, si decompose il paesaggio latifondista. Una doppia gioia per La Torre, testimoniata dalle lettere sfuggite alla censura carceraria.

Paolo Bufalini fu l’uomo della provvidenza. Dov’era finita la solidarietà per i compagni in galera? Il dirigente, appena giunto a Palermo in qualità di vicesegretario regionale, promosse su sollecitazione del dottor Zacco un comitato d’opinione influente. Il nuovo collegio difensivo con l’avvocato Varvaro mostrò l’infondatezza delle accuse formulate dagli esponenti delle forze dell’ordine e il 23 agosto 1951:

«La Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti di La Torre Pio in ordine al delitto di lesione in offesa del tenente Caserta, perché l’azione penale non poteva essere iniziata per difetto di querela».

Bufalini, intellettuale finissimo e latinista d’eccezione, con i fatti gli manifestò la solidarietà del partito. Lo candidò al Consiglio comunale di Palermo. Nella lista Garibaldi spiccava il cognome La Torre, che il 25 maggio 1952 venne eletto con 6922 voti di preferenza: «La candidatura mi permetterà di continuare la lotta alla mafia e alla corruzione, sempre al fianco delle persone per cui mi sono battuto: gente comune, contadini, operai e braccianti». Un capitolo del programma elettorale della lista Garibaldi era riservato alle disfunzionalità dei “Servizi pubblici”, che denunciò senza tregua.

Per i servizi segreti italiani il venticinquenne neo consigliere comunale, che voleva sconfiggere la mafia, era un “sospetto”, una potenziale spia. Il 22 luglio 1952, in concomitanza con l’elezione, il Centro di Controspionaggio propose di classificare La Torre, fascicolo 502/M, fra «gli agenti “sospetti” a favore di organizzazione politica asservita agli interessi dell’URSS. Sette giorni dopo l’ufficio D approva». Interruppero il flusso delle informative una settimana prima dell’omicidio con una parentesi misteriosa aperta nel 1976, quando i servizi segreti lo giudicarono non più d’interesse ai fini istituzionali. Da quel momento trasferirono la sua posizione a un organo di sorveglianza in nessun modo verificabile.

La leadership di La Torre emergeva senza egocentrismi ed era riconosciuta. Diede la propria esistenza per il partito. Dentro alle istituzioni non smarrì mai la centralità del confronto con militanti, lavoratori e giovani. Dalla qualità dialogica misurava la vitalità delle organizzazioni di riferimento. Non aveva una concezione esclusiva del Pci, quale partito solo della classe operaia. L’elaborazione della linea politica non poteva essere slegata dalla capacità di suscitare adeguati movimenti di massa attorno a obiettivi che di quella politica fossero coerente espressione. Ne andava del radicamento del partito nella società, guai alla concezione verticistica e dirigenziale. L’unità del partito era un bene non barattabile, dunque rifuggiva le rotture senza tuttavia astenersi dalle battaglie interne, anche dopo sconfitte brucianti. Nel 1967 nel giro di quarantotto ore fu deposto da Longo dalla carica di segretario regionale, per una flessione pari a 15mila voti alle Regionali.

Si pose in ascolto, attento alle trasformazioni e alle istanze della società, con l’urgenza di sintesi politiche di largo respiro. Contrario agli astrattismi ed estremismi criticò certe forme di rivolta velleitarie. Una vita all’opposizione senza cullare mai il minoritarismo di rendita. Nella mentalità del partito togliattiano doveva conseguire risultati concreti, dunque riteneva imprescindibile il dialogo con le altre forze democratiche per soluzioni nell’interesse delle grandi masse. Fare pressione sulla parte migliore degli avversari è una strategia ricorrente. «(…) Abbiamo sottolineato giustamente che era superata la concezione totalizzante del partito. Ma ciò non comporta la frantumazione in mille rivoli della nostra presenza e l’arrendersi allo spontaneismo. Si richiede, invece, una capacità di coordinamento e di sintesi politica a un livello superiore. Nasce da questa difficoltà la crisi in molte nostre sezioni. È di fronte a queste difficoltà che assume rilievo la tentazione a regredire nel partito di opinione», scrisse su Rinascita a trent’anni dall’elezione a consigliere comunale, prefigurando la deriva del partito liquido.

Fecero sparire dagli archivi comunali i testi dei suoi interventi, ma è forte l’eco dei suoi contro pronunciati con l’inconfondibile cadenza palermitana.

«(…) Al vertice di questo sistema di potere a Palermo, da venti anni, si è insediato l’attuale ministro della marina mercantile onorevole Giovanni Gioia. (…) Organizzò la confluenza nel suo partito delle cosche mafiose ex monarchiche, liberali e qualunquiste. Quell’impianto non è stato ancora debellato. Che il sistema di potere mafioso a Palermo conduca all’onorevole Gioia è dimostrato da tutta la documentazione in possesso della Commissione», argomentò nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976.

Nella sala consiliare si scontrò con gli amministratori, che svendettero il bene comune alla speculazione edilizia, alla mala gestione del ciclo dei rifiuti, alla dissipazione e privatizzazione delle risorse idriche. La mafia entrò negli affari regionali proprio attraverso le dighe. Gli appalti per tali infrastrutture erano visti come una grande occasione per alimentare una fitta rete di interessi clientelari e mafiosi. Miliardi spesi per l’acquisto di acque private, lasciando la rendita ai padroni dei pozzi. Alla fine del ’76, a fronte di un potenziale di acqua utilizzabile, dalla falda più profonda, di 7 miliardi di mc, le disponibilità per uso potabile erano pari a 350 milioni, 1.076 milioni per uso irriguo e 133 per industriale.

Le denunce delle malsane cointeressenze fra gli assessorati, gli uffici tecnici comunali e la ristretta cricca di ditte appaltatrici furono puntuali e circostanziate. Fa impressione rileggere la durissima requisitoria sulle inadempienze della ditta del conte Romolo Vaselli, che calpestava il capitolato d’appalto, mentre la città soffocava nella sporcizia. I banchi dei mercati ortofrutticolo e ittico, assegnati a personaggi mafiosi alle dipendenze del sindaco e dell’amministrazione comunale, erano oggetto costante dei suoi interventi. Per la licenza di una pompa di benzina deve intercedere il boss, Salvatore La Barbera: «Il sindaco (Lima) è una cosa mia, lei avrà quello che desidera e poi avrà a vedere con me». A Palermo la manutenzione stradale e quella fognaria doveva avere costi esorbitanti, il doppio che altrove in Italia, per soddisfare il sistema dell’impresa della famiglia del conte Arturo Cassina, che dettò legge per trentasei anni.

La Relazione di minoranza della Commissione antimafia offre uno squarcio documentato del dissesto amministrativo, corruttivo, degli anni trascorsi da La Torre a Palazzo delle Aquile.

«(…) Si è verificato, ininterrottamente, alla scadenza del contratto, che il Consiglio comunale sia stato messo di fronte al fatto compiuto del rinnovo automatico dell’appalto alla ditta Cassina. E ciò nonostante le vivaci proteste dell’opposizione di sinistra. Il Cassina, infatti, ha legami ben saldi a destra. Il servizio di manutenzione delle strade a Palermo è stato gestito dall’impresa Cassina in maniera indecente. Il Cassina ha sempre dato in subappalto, a piccoli mafiosi dei vari rioni, i lavori da eseguire. (…) Il sequestro del figlio di Cassina, ingegner Luciano, come quello del figlio di Vassallo, si spiega proprio nell’ambito dello scontro fra cosche mafiose».

La speculazione edilizia è il motore dello sviluppo parassitario basato sulla rottura città-campagna, di cui le banche furono l’altro asse portante. In Sicilia, nel periodo 1952-’75, la diffusione della rete operativa delle banche popolari è stata cinque volte maggiore della media nazionale, quattro volte quella delle banche s.p.a. Nelle carte, redatte anche da La Torre nel 1976, si legge che il costruttore Francesco Vassallo, i cui precedenti penali risalivano al 1933, ottenne la licenza di appaltatore grazie a una dichiarazione «molto discutibile dell’Ingegner Ferruzza, consigliere delegato della s.p.a. SAIA (Società per Azioni Industria Autobus), che gestiva il trasporto urbano nel capoluogo siciliano». In alcuni casi i “progetti Vassallo” erano approvati dalla Commissione e dal Consiglio comunale prima di essere protocollati. Alla distruzione dei bombardamenti del ’43 si sovrappose un fiume di cemento che offusca il cielo.

Gran parte degli edifici costruiti dalla ditta Vassallo erano acquistati o presi in affitto in anticipo dagli enti pubblici e prenotati dal Comune e della Provincia per essere adibiti a edifici scolastici. Gli appartamenti di Vassallo venivano venduti a prezzi di favore a quella rete tessuta minuziosamente con il posizionamento di parenti e amici nei gangli vitali della pubblica amministrazione. Funzionari che accentrano e accelerano le pratiche. Tra il 1958 e il 1962 il Comune rilasciò 4205 licenze edilizie, firmate dalle stesse teste di ponte. «L’Ufficio Lavori Pubblici è stato trasformato in un grande baraccone che ha il compito di portare avanti i piani della speculazione privata», sintetizzò La Torre sulla stampa.

Nel 1956 Salvo Lima entrò nella cabina di controllo dell’Assessorato ai lavori pubblici, facendone la base di un sistema di alleanze dirimente per il potere democristiano. Due anni dopo, eletto sindaco, gli subentrò Vito Ciancimino. Lima fu incriminato dalla magistratura per avere violato la legge e favorito il costruttore Francesco Vassallo.

«(…) Il documento n. 737 della Legione dei Carabinieri a firma del generale dalla Chiesa offre uno spaccato di come si è potuto edificare un impero economico che è diventato un pilastro decisivo del sistema di potere mafioso a Palermo. Ma da quella relazione emerge la funzione decisiva dell’onorevole Gioia con i suoi uomini di fiducia dislocati in posti chiave (assessorati, uffici, banche, enti economici, aziende municipali, ospedali, eccetera). La fantasia dei giornalisti è stata attratta dall’interrogativo se esistesse o meno una società (la VA-LI-GIO) formata da Vassallo-Lima-Gioia. Ma il problema non è di provare l’esistenza del contratto giuridico fra i tre. Il rapporto del prefetto Bevivino e la relazione dell’onorevole Vestri hanno documentato a sufficienza la compenetrazione tra le cosche mafiose e il gruppo di potere dominante a Palermo e, in questo ambito, il ruolo del costruttore Vassallo».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
4 Commenti a “Pio La Torre è stato una storia diversa”
  1. Lalo Cura scrive:

    solo onorando e coltivando nei fatti, con l’azione concreta, la memoria di uomini tali, sarà possibile costruire ipotesi di futuro diverse dall’accettazione rassegnata e complice dell’esistente

    lc

  2. franco la torre scrive:

    Caro Gabriele, che dire, io non avrei saputo scrivere meglio, grazie! Abbracci, franco

  3. Gabriele scrive:

    Grazie davvero, caro Franco. È stata una bella emozione, e una responsabilità. Un abbraccio forte, Gabriele

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento