pirateria, culturale

La pirateria (e la pigrizia) come lavoro culturale

La pirateria è la nostra ultima possibilità di salvezza e anche di divertimento. Chiaramente qui ci si riferisce a quella culturale, quella pirateria che in sostanza ruba alle major usurpatrici e assetate di denaro per restituire ai poveri millennials senza futuro e senza idee, prodotti culturali raffinati e massificati allo stesso tempo.

Sì ammetto che da questo punto di vista il risultato non è dei più efficaci, da un lato si alimenta il desiderio verso nuovi e sconfinati abbonamenti di ogni tipo e dall’altro si accede a contenuti mediocri la cui urgenza dell’azione piratesca è data proprio dalla medesima campagna marketing che li esalta come essenziali e fondamentali per comprendere il proprio tempo (e anche il proprio divertimento).

Tuttavia dentro a questo movimento che potremmo definire anche celibe, esiste uno spazio, – una sacca si sarebbe detto un tempo – che esalta un aspetto non solo sottovalutato ma denigrato nell’ambito dell’impegno come del lavoro culturale, quello della pigrizia. Nulla è più utile della pigrizia: seguitela e incontrerete i gusti di milioni di persone, le loro preferenze così come individuerete le loro necessità quotidiane, ma allo stesso tempo, attenzione la pigrizia è imprevedibile perché totalmente ancestrale, in parole povere tutto meno che culturale

Libera da ogni sovrastruttura morale, esattamente come i piedi doloranti del famoso cameriere interpretato da Aldo Fabrizi (sì lo trovate su youtube, si questo è il link), la pigrizia si palesa straordinariamente a fine giornata, dopo che le ben note sovrastrutture – che qui hanno la forma in elegante elenco di: Impegno, Morale, Onestà (con le iniziali maiuscole) e di mille altre amenità che farebbero di ognuno di noi dei potenziali esiliati tra Hammamet e Casablanca – si rendono totalmente insostenibili, inaccettabili e all’opposto di ogni idea di felicità.

In quel momento preciso quando il tramonto si staglia davanti ai nostri occhi affaticati, si palesa un’aderenza quasi plastica tra consumatore e cittadino, l’istinto che lo porta ad evitare il Black friday diviene il medesimo che lo lascia perplesso davanti al Block friday. E così via per saldi, Amazon prime, richiami alle librerie indipendenti, all’editoria indipendente al cinema indipendente, ma così per le offerte popcorn e orsetti gommosi delle multisale, Spotify gratis tre mesi, anche Netflix tre mesi. Tre mesi, sembra una condanna. Tutto vale uno o meglio vale zero, forse anche meno di zero.

Ricordiamoci a giustificazione del cittadino a consumo che le energie sono ai minimi termini e che anche una presa di posizione può diventare letale. Non a caso oggi definiamo movimento politico organizzare allegri raduni di piazza senza rivendicare nulla, se non probabilmente o almeno ci auguriamo, la pigrizia.

Dunque di cosa si avvale la pigrizia come strumento d’azione? Principalmente oggi della pirateria digitale. Cosa ben diversa dall’interventismo dei cosiddetti haters, la pirateria si palesa in maniera autarchica colpendo a tratti i grossi produttori come quelli indipendenti cercando in un certo senso ciò che gli pare, come gli pare e anche all’ora che gli pare.

Certo come abbiamo già detto il fenomeno riguarda spesso grossi eventi culturali o cinematografici per cui in parte la pirateria è già pilotata, una sorta di welfare garantito per il pensierino unico, ideale per non perdere di vista la coscienza di chi non si può ancora permettere di abbonarsi ad ogni cosa e in ogni dove. Ma è anche evidentemente un’occasione di libertà, quella più bella perché pigra, perché porta a cercare laddove i nostri desideri coincidono pervicacemente con i nostri bisogni: e quello culturale e diciamo digitale è uno degli ultimi ambiti in cui è ancora possibile unire desiderio a bisogno, un dolce plin plin culturale.

Del resto provate voi a cercare dei biscotti in una grande città, vi toccherà scarpinare per chilometri e spendere molto oppure non resta che chiudervi dentro al primo Esselunga e sperare che il rifornimento di Nutella Biscuits sia arrivato e magari con offerta annessa. Non c’è pace per il cittadino e non c’è gioia per il consumatore. Così se non siete in grado di rubare in un supermercato o anche solo non pagare il conto in una pizzeria (se ne trovate ancora una decente in questa lotta dei trent’anni tra surgelato e gourmet che sta falcidiando le nostre domeniche sere) non vi resta che buttarvi sulla pirateria.

Andate fiduciosi le major vi ringrazieranno perché prima o poi questo gesto vi farà entrare nella loro orbita mentre gli autori quelli duri e puri (sempre che ne siano ancora) non potranno che stare dalla vostra parte anche perché un po’ ci credono e un po’ non ne possono più di essere torturati da chi dovrebbe rendere loro un servizio e un degno compenso (produttori, distributori etc) e spesso invece non fa che implorare loro favori in nome dell’impegno culturale che si chiama da sempre lavoro. E questo perché alla cattiva politica si è preferita una pessima poetica, piratate e andate in pace, con voi stessi per lo meno.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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