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Più libri? Più liberi?

di Federica Aceto

Il carcere è una realtà che ci è più vicina di quanto possiamo pensare o desiderare. In Italia gli istituti di pena sono oltre 200 e la popolazione carceraria è di oltre 60.000 persone: insomma, direttamente o indirettamente ci riguarda tutti. Ieri a scuola ci chiedevamo se quelli di Più Libri Più Liberi avessero mai, nel corso degli anni, organizzato incontri o eventi in collaborazione con le carceri. Ho cercato un po’ in rete e ho trovato questa interessante iniziativa. Sarebbe bello non rimanesse isolata. Tempo fa leggevo della proposta del governo brasiliano di dare sconti di pena ai detenuti in proporzione ai libri che leggevano. Non so se questa legge è entrata effettivamente in vigore e non so se sta avendo successo, e sì, il vago alone di retorica attorno all’idea che leggere, di per sé, renda liberi lo percepisco anch’io. Ma un fondo di verità c’è, ed è da lì che bisogna partire.

In Nuova enciclopedia, Alberto Savinio dice: “La scoperta etimologica ci dà l’impressione (o l’illusione) di toccare con mano la verità”. L’etimologia in effetti non spiega niente della natura delle cose, ma aiuta a vedere la realtà in modi diversi, è un’alleata preziosa del pensiero laterale.

L’etimologia della parola “libero” è molto interessante: c’è chi la collega al verbo latino libere, piacere, che parente di lieben e to love, e chi lo collega all’ipotesi indoeuropea *leudho, che significa persona (da cui anche il tedesco Leute).
Quindi, secondo le ipotesi etimologiche, è libero chi ama ed è libero chi fa parte di un popolo, di una comunità, e quindi chi non è libero non può amare, è fuori dalla comunità, è  di fatto privato del suo status di persona.

Interessante anche l’etimologia della parola prigione, che deriva dal latino prehensionem, prendere e che è imparentata con il verbo apprehendere il quale si è evoluto in modi diversi in varie lingue: in italiano è diventato sinonimo di imparare o conoscere, in inglese è diventato apprehend che significa principalmente catturare, arrestare. (Per inciso, chi l’avrebbe mai detto che le parole prendere e get contengono la stessa ipotesi di origine indoeuropea, had o hand, da cui ovviamente derivano anche le parole germaniche per mano?).

Un altro termine legato al carcere è rieducazione. Educare viene dal latino ex-ducere, condurre fuori, allontanare qualcuno dalle cattive inclinazioni (e cattivo, come abbiamo imparato da bambini, significa preso, e quindi prigioniero, del diavolo o del vizio).
Suona come un ossimoro che la rieducazione, cioè imparare, o meglio reimparare, ad andare fuori, ad avventurarsi nel mondo con le proprie gambe e con un bagaglio di regole e conoscenze, possa avvenire dentro, in un luogo chiuso. Ancora più ossimorico è il concetto di scuola in carcere, perché scuola deriva dal greco scholé, che significa ozio, tempo libero.
E qui il cerchio di questo gioco di associazioni di idee si chiude, si ritorna al punto di partenza: il concetto di libertà.

Leggere di per sé non basta a salvare una vita, a educare, a rendere liberi. Ma leggere, almeno etimologicamente, è legato al concetto di scegliere e alla fine essere liberi vuol dire essere in grado di scegliere.
Insomma, tutto questo discorso per dire: sarebbe bello se Più Libri Più Liberi trovasse il modo di entrare in carcere. Solo a Roma c’è l’imbarazzo della scelta: Rebibbia, Regina Coeli, Casal del Marmo. In tutto il Lazio ci sono 14 istituti di pena. Sarebbe bello se, a parte questi 5 giorni di fiera, il resto, gli altri 360 che ci separano dalla fiera del 2015 fossero dedicati a dei progetti che contribuissero (magari in collaborazione con la scuola in carcere, realtà di cui si parla sempre troppo poco, di cui non si sa praticamente niente e che va avanti nonostante tutto: conoscete i limiti con cui si scontra quotidianamente la scuola in Italia, potete immaginare quelli della scuola italiana in carcere) a rendere il dentro meno dentro e il fuori più aperto e accogliente. Sarebbe bello pensare insieme a progetti di lettura, di libertà, di scelta.

Commenti
5 Commenti a “Più libri? Più liberi?”
  1. gabritica scrive:

    Anche in Piemonte c’è un’iniziativa, che ho scoperto da poco, per letture ad alta voce nel carcere di Saluzzo, per esempio. Ho trovato solo questo vecchio link, diciamo, scaduto ma so per certo che si stanno muovendo per l’anno a venire: http://www.cascinamacondo.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1292:parol-meeting-europeo-a-cascina-macondo-giugno-2014&catid=102:news&Itemid=90
    Inizialmente infatti pensavo ti riferissi a loro!
    Complimenti a tutti!

  2. E’ un articolo molto interessante, che coglie un problema o anche un’opportunità da non sottovalutare.
    Sono un biblioterapista letterario, e mi è venuta in mente un’esperienza che hanno fatto alcuni colleghi nelle carceri di Milano (ma sul luogo posso sbagliarmi) di biblioterapia in carcere. Li erano seguiti anche da equipe di Psicologi. Il pregetto fu seguito dalla dott.ssa Barbara de Rossi.
    Complimenti.

  3. P.s. il nome della dottoressa è Barbara Rossi. Mi scuso per l’errore.

  4. franco scrive:

    Il diritto alla parola è il diritto all’espressione e con quello il diritto all’inclusione e alla bellezza.
    Leggere, così come scrivere, è un atto democratico e compito di ogni civiltà democratica è quello di sviluppare le capacità di ogni individuo, a partire dai ragazzi, eliminando le disparità di accesso al ragionamento individuale, all’istruzione condivisa, all’apertura a ogni patrimonio di conoscenza non escludendo nessuno e superando le barriere del pregiudizio e i baratri culturali e linguistici affinché ognuno possa rivendicare a sé qualsiasi cultura. Sentendosene legittimamente parte.

  5. giuseppe scrive:

    Più libri più liberi sicuramente ma non in un paese suddiviso in caste non solo politiche ma anche di editori chiusi ermeticamente in corporazioni, nel senso che pubblicano autori della loro scuderia, che scrivono spesso libri di scarsa qualità letteraria. Ne è un esempio l’attuale crisi delle vendite.

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