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“Poca è la terra che ricopre il mio furore”. “Prigione” di Emmy Hennings

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di Alice Pisu

(fonte immagine)

“Poca è la terra che ricopre il mio furore. In me cova un urlo, e se non sto attenta, eromperà”. La voce di Emmy Hennings risuona tra le pagine di Gefängnis, del 1919, pubblicato per la prima volta in italiano da L’orma (trad. Marco Federici Solari) a un secolo di distanza dalla sua prima uscita. Poetessa, scrittrice, attrice, cantante, Emmy Hennings diventerà una figura tra le più originali nella scena dadaista e sarà fondamentale nel fondare e animare, con il marito Hugo Ball, il Cabaret Voltaire, luogo di aggregazione di giovani artisti in fuga dagli orrori della Prima Guerra Mondiale.

Una vita perennemente in bilico la sua, dominata dalla precarietà anzitutto economica: la ricerca di un riscatto dall’umile realtà d’origine prende forma coltivando il sogno di diventare un’attrice, pur nella costrizione a svolgere qualsiasi lavoro per sopravvivere. Appena ventenne inizia a calcare le scene tra la Germania e i paesi del centro e dell’est Europa. Le relazioni tormentate incideranno sulla sua instabilità: dal breve primo matrimonio con il tipografo Paul Hennings alle frequentazioni di varia natura con artisti e letterati. Farà parte ben presto dell’ambiente intellettuale di Berlino, partecipando alle attività del Café des Westens, luogo di riferimento per le avanguardie artistiche, e al Neopathetisches Cabaret del Neue Club. A Monaco lavorerà al Simplicissimus, dove avrà occasione di conoscere intellettuali come Frank Wedekind, il rivoluzionario Erich Muhsam e, ben presto, Hugo Ball. Le sue prime composizioni in versi compariranno su diverse riviste dell’epoca, poi racchiuse nella prima raccolta del 1913.

La sua esistenza travagliata sarà segnata dalla dipendenza da droghe e alcool, arriverà anche a prostituirsi per sopravvivere finendo in carcere in più occasioni, la prima per furto nel luglio 1914. La durezza di quell’esperienza prenderà forma nel suo romanzo d’esordio Gefängnis. In breve tempo sarebbero seguiti un nuovo arresto per presunta correità nella diserzione dello scrittore comunista Franz Jung e la successiva fuga in Svizzera con Ball. Sarà questa condizione di perenne incertezza, con la fuga dalla guerra e il rifiuto del nazionalismo serpeggiante, a spingerla al trasferimento a Zurigo per fondare con Ball, nel 1916, il Cabaret Voltaire da cui nascerà il movimento Dada.

“Però la vera stella di questo Cabaret è Emmy Hennings – Scriverà il Zürcher Post – . Stella di mille notti e mille poesie. Come anni fa stava in piedi dinanzi a un giallo sipario frusciante di un cabaret berlinese, con le braccia allargate sui fianchi, florida come un cespuglio in fiore, così anche oggi presta il suo corpo alle stesse canzoni con fronte sempre più altera, ma rispetto ad allora un po’ più scavata dal dolore”.

La figura di Emmy Hennings non ricalca l’immagine comune dell’artista dadaista: identificherà una propria e personale via per dare forma alla sua idea di arte inscindibile dalla vita, dove assumerà un rilievo particolare anche il suo cattolicesimo. L’idea condivisa di arte rappresenta il pretesto di discussione e ricerca, l’occasione di critica al vero sentimento dei tempi, come scriverà Hugo Ball il 5 aprile del 1916 nel suo diario. “Siccome la bancarotta delle idee ha sfogliato l’immagine dell’uomo fin negli strati più profondi, escono fuori in forma patologica gli istinti e i pensieri occulti. E siccome non c’è forma di arte, di politica o di fede capace di arrestare questa rottura degli argini, quello che resta è solo lo scherzo e la posa sanguinaria” (Cabaret Voltaire, Castelvecchi, 2016).

Lei e Ball si allontaneranno dal movimento nel 1917 per andare a vivere in Ticino e condurre un’esistenza dominata dalla scrittura e dalla fede, nel corso della quale compone anche un altro romanzo, Das Brandmal, ispirato alle miserie e ai vagabondaggi della prima giovinezza, che avrà grande risonanza in Germania. Il matrimonio con Ball avrà un peso decisivo anche nelle scelte che avrebbe intrapreso successivamente alla sua morte nel dedicarsi, in particolare, al lavoro biografico e a curare la sua produzione letteraria.

La sua esistenza travagliata si consumerà in estrema povertà, ma troverà il conforto amicale di  intellettuali capaci di intravedere l’originalità e il valore della sua arte, in particolare Herman Hesse. Leggere oggi il suo romanzo d’esordio permette di individuare alcune delle grandi riflessioni esistenziali che innerveranno la produzione successiva e, più in generale, la sua idea di emancipazione.

Alla sua uscita in Germania nel 1919 Gefängnis viene immediatamente percepito come un impetuoso grido di denuncia nei confronti dei soprusi e dell’inumanità del carcere, associato a opere come Memorie dalla casa dei morti di Fedor Dostoevskij e Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde. Tra la confessione e il diario intimo, la narrazione alterna la descrizione degli sconvolgimenti interiori che Hennings vive, alla meticolosità dell’annotazione degli eventi e degli incontri che la turbano.

La condizione della detenzione diventa qui l’oggetto narrativo d’indagine attraverso un flusso ininterrotto in prima persona, reso nello spaesamento e nello sconcerto provati nella graduale presa di coscienza della privazione della libertà. Si interroga costantemente su ciò che la circonda alla ricerca delle radici della malinconia: “Non è per curiosità che si ascolta l’infelicità degli altri”.

La dimensione della cella diventa il microcosmo in cui si avvicendano storie disparate, e che porta la protagonista a vivere con angoscia la percezione della mancanza di profondità anzitutto dello spazio fisico ma anche della società che la circonda, dominata da una miseria umana che continua a descrivere con sconcerto: “Per la prima volta scopro la spudoratezza di tutto ciò che vive”.

La scrittura è cadenzata da un tempo dilatato, percepito in giorni che sembrano piombare addosso alla protagonista. La custodia cautelare e poi la pena avranno ben presto un riflesso anzitutto fisico in lei, reso nelle descrizioni di un corpo improvvisamente incapace di alcuna reazione, debole e fragile. Sente di aver dimenticato persino il suo aspetto. “Sono al contempo giovane e vecchia. La stanchezza sorride delle cose più puerili: non curarti del mondo, non è niente”.

Vive l’urgenza di dominare le inquietudini che la attanagliano, cerca distrazioni per salvare se stessa dalla percezione crescente di perdere ciò che la connatura: il suo ardore di vivere. Osserva ciò che la circonda alla disperata ricerca di qualche elemento di colore nello spietato ordine della cella, qualcosa a cui appigliarsi anche solo per nutrire il suo immaginario. Lo trova in uno spioncino, che si farà custode dell’invenzione della realtà attraverso l’illusione e l’attesa.

L’incedere della narrazione ricalca i tortuosi percorsi mentali resi nelle incertezze, nelle paure e nella difficoltà a parlare con gli altri per la convizione di una generale incomprensione. Ne prende coscienza a partire da dettagli minimi che diventano veicolo di riflessioni e elaborazione del suo presente, dallo spioncino da cui “inventarsi un universo di sogno” al bottone della sua giacca verde da detenuta, ormai perduto, come già presagito da giorni. “Incredibile che mi preoccupi di questioni del genere! Ma a questo punto la mia vita è una serie infinita di constatazioni, interessanti o noiose, comunque del tutto inutili. Cerco un senso in ogni dove, ma più lo cerco meno lo trovo”.

Immagini del quodidiano in un carcere dei primi decenni del Novecento, come la consegna dei libri al sabato in una cesta di pane,  l’ora d’aria nel girare perennemente in cerchio, senza una meta, come se fossero immobili, contribuiscono alla percezione di un graduale e inesorabile distacco dal reale, al pari dell’indifferenza provata per le lettere degli amici recapitatele dalla pensione in cui viveva prima dell’arresto: “Nulla del loro contenuto trova spazio nel mio presente”.

Nonostante sia dominata dalla sofferenza, non riesce a essere immune a un senso di colpa legato alla percezione di tradire chi ancora è costretto a subire quella condizione, caratteristica collegata a una velata percezione di inadeguatezza nella relazione con l’altro che accompagnerà tutto il corso della sua esistenza.

Che cos’è il peccato?, si domanda, e nel suo modo di reagire o restare inerte rivela al lettore quella sorta di innocenza che caratterizza il suo modo di essere nel mondo. Mai immune al dolore altrui, fa proprie le storie che ascolta tra le mura della cella, negli scambi in infermeria o in poche occasioni di incontro con altre detenute: le illusioni infrante della signora Hafner, la perdita di speranza di Marie, la sofferenza di una giovane madre, Therese, separata da suo figlio.

Quel dolore cresce dentro di lei, nutrendo la sua scrittura dell’urgenza di una critica sociale e del contributo a una profonda riflessione sulla condizione femminile di quegli anni. Perennemente altro rispetto al contesto in cui vive, Emmy Hennings non smetterà mai di urlare la sua irriverenza. “Sono una straniera che giace in una tomba”.

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