1truppi

Poesia e civiltà, nel mondo di Giovanni Truppi

1truppi

di Alessio Altieri

Chiunque sa chi è Pelè, solo gli amanti ricordano Garrincha.

Garrincha, “la Gioia del popolo”, è letteralmente l’archetipo di un certo modo di intendere il numero 7 nel calcio, ma soprattutto l’uomo che, con un fisico inadatto allo sport, con una una gamba più corta dell’altra, è riuscito a diventare la più grande ala della storia del calcio.

Giovanni Truppi da piccolo a calcio per le strade del quartiere Arenella di Napoli non ci poteva giocare, a causa di una displasia dell’anca, e però, un Garrincha lo è diventato lo stesso, perché quello che fa lui con la musica e le parole non lo fa nessuno, come il brasiliano con la palla.

Una delle peculiarità di Giovanni Truppi è proprio il suo sfaccettato rapporto con le parole, tanto estroso e giocoliere quando si tratta di incastrarle nella forma canzone, quanto reticente e accorto nel dispensarle nelle interviste. Truppi è uno che misura le parole che dice, e forse per questo non pare sprecarne mai: è un timido e, si intuisce subito, lo è davvero, lontano dall’ormai immancabile posa del disagio che, bene che vada, spesso non cela altro che spocchia, se non vuotezza.

E così, quando dopo la sua esibizione a Stracult di Amori che non sanno stare al mondo, il presentatore Fabrizio Biggio, parafrasandolo, gli chiede se vuole dire una cosa incredibile in una situazione improbabile e lui risponde “no, meglio di no”, non ha un tono sbruffone, non è l’artista che fa il personaggio, ma il musicista che in quanto tale sa di aver detto quello che aveva da dire un attimo prima, con la chitarra e la voce. Anche il fatto in sé che negli intervalli piuttosto dilatati tra un disco e l’altro tenda a starsene per conto suo e che inizi a farsi vivo solo in prossimità di una sua uscita, non dà l’idea che lo faccia solo per pubblicizzarsi, quanto che appartenga a quella rara categoria di persone che parlano solo quando hanno qualcosa da dire.

È evidente che in qualche misura questa riservatezza danneggi un po’ quella che lui chiama la sua “piccola impresa” e che certamente potrebbe avere più follower, ma questo è Giovanni Truppi, prendere (fatevi del bene) o lasciare (peggio per voi).

Ma allora perché Giovanni Truppi è così importante?

Tra le tematiche fondamentali dei nostri giorni, quelle che si potrebbe dire che inquadrano un’epoca, il discorso sull’identità è evidentemente una delle più pressanti e centrali. Non tanto chi siamo (quella è vecchia come l’uomo), quanto cosa possiamo essere, fino a che punto possiamo mostrare di essere qualcuno, chi decidiamo di essere in relazione all’altro. In questo senso la ricerca di Truppi, musicale e testuale, rappresenta un incredibile patrimonio, iniziato ufficialmente proprio dieci anni fa con il disco d’esordio C’è un me dentro di me, e che culminerà il 22 marzo con Poesia e Civiltà, di cui i singoli L’unica oltre l’amore e Borghesia ne hanno anticipato l’uscita.

Per il suo modo di scrivere, spessissimo in prima persona e talvolta citando il suo stesso nome, ha alimentato l’impressione che la ricerca artistica sull’identità parlasse direttamente della sua propria ricerca esistenziale, se non addirittura della sua esistenza, interpretazione che frequentemente ha ammesso di accogliere con un certo fastidio, precisando che “non è affatto detto” che nelle sue canzoni parli di se stesso.

Sarà per fugare queste domande, o più probabilmente per un’evoluzione nel suo percorso, ma nei primi due pezzi usciti da Poesia e Civiltà l’indagine su di sé (o su di un sé) sembra aver assunto toni più astratti e secolari, ma non per questo meno mirati. Non è più “Io mi chiamo Giovanni, e il mio nome è un plurale”, ma il tentativo di capire cosa sia l’unica oltre l’amore che dice davvero chi sei, qualcosa che oltrepassa la storia e la geografia. Ogni espressione però stimola una domanda, e se prima, quando parlava di Giovanni, la domanda era “ma quel Giovanni sei tu?”, adesso questa apparente intangibilità può stimolare dubbi come ma-di-cosa-sta-parlando? Truppi, per sua stessa ammissione, sapeva benissimo di questa possibilità, tanto da prepararsi persino una risposta*, come se fosse tenuto a spiegare.

Ma le risposte dell’artista sul significato dei propri lavori sono sempre da prendere con le pinze, perché anche il più onesto tenderà ad argomentare come se avessero ancora il controllo sulla propria creatura, come se fosse più padrone dell’opera di quanto non lo sia ora io, spettatore o ascoltatore. Quindi facciamo così, guardate un telegiornale o leggete qualche notizia di attualità e poi ascoltate L’unica oltre l’amore, se qualcosa dentro di voi si accenderà, non importa dove e non importa come, quello è il senso. E altrettanto vale per Borghesia, dove la risposta alla domanda sembra contenuta già nel titolo: sta parlando della borghesia. Ma se riuscite a pensare che sia solo una canzone su una classe sociale novecentesca, e il disastro a cui porta l’ossessione di avere sempre un po’ di più, un pochino di più, un pochino di più non vi tocca direttamente e nel profondo, allora auguri.

E nel profondo, Truppi, ha la capacità di arrivare a molti, e infatti se, come detto, dal punto di vista dei fan ha uno sfavorevole scarto quantitativo rispetto a molti altri colleghi, ne ha certamente uno qualitativo a suo favore, perché chi sente Truppi non lo ascolta e basta, lo vive. Basta andare a un suo live per capire (le prossime date inizieranno il 4 aprile e fino al 9 maggio sarà il giro per l’Italia) che il fan di Truppi è uno a cui Giovanni è entrato sottopelle, e l’atmosfera che si respira sembra dirlo in ogni modo. Innanzitutto perché Truppi è uno dei pochi capace realmente di confrontarsi (e quindi far confrontare il suo pubblico) con il vuoto del silenzio, di modularlo e renderlo a tutti gli effetti uno strumento come gli altri nella costruzione dell’impalcatura sui generis delle sue canzoni. E poi perché fa anche ridere, ma la risata è più che altro un nostro iniziale meccanismo di autodifesa. David Foster Wallace in Infinite Jest scrive che “è come se esistesse una regola per cui le cose vere possono essere nominate solo se si roteano gli occhi o si ride come scemi”. Ecco, la prima reazione davanti a quello che dice Truppi è ridere, perché non siamo abituati a sentirle, le cose vere, tipo questa:

quindi chissà quali saranno il loro futuro (dei giovani di oggi ndr) il loro immaginario e la loro identità.
Ve lo dico io quali saranno
Anzi: ce lo dicono i cinesi.
Perché oggi la realtà somiglia molto di più a un negozio di cinesi
che a quello che vediamo in televisione.
Perché su scala globale
i cinesi sono molto più reali di noi,
e sono una delle poche cose che ci ricorda che il mondo intorno al nostro mondo è un altro mondo.
E che noi siamo
come quelli che quando c’era la peste
si chiudevano in casa a fare le feste.

Perché una canzone di Truppi è un processo di elaborazione, ti fa sorridere, guardare dentro, e,un attimo dopo, piangere.

Un detto brasiliano dice che se chiedi a un vecchio chi sia Pelè, si toglie il cappello in segno di rispetto e gratitudine, ma se gli parli di Garrincha, abbassa gli occhi e piange.

Perché è questo che fanno i Garrincha come Giovanni Truppi, ti rubano il cuore e non te lo ridanno più.

__________

*“la canzone parla di una posizione in cui, quando ci rifletto, mi sembra possano dividersi le persone: questa sensazione di empatia nei confronti di chi vince piuttosto di chi perde”, ha spiegato al programma radiofonico condotto da Alessandro Pieravanti su Radio Sonica “Raccontami di te”, lo scorso 13 marzo al locale ‘na cosetta di Roma.

Aggiungi un commento