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Fare politica, dopo il voto

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Riprendiamo un intervento di Martina Testa apparso originariamente su Medium.

di Martina Testa

I miei amici di Facebook li conosco tutti; sono, quasi senza eccezioni, persone mediamente colte, e progressiste come me. E, senza eccezioni, gli voglio bene. Ma tutti i loro post che ho letto prima durante e dopo le elezioni, post di accuse, controaccuse, sconforto, indignazione e presa per il culo nei confronti, complessivamente, di ogni forza politica italiana, nessuna esclusa, mi hanno stomacata. Tutti salvo uno, quello della mia amica Sabrina, militante di un certo movimento politico fin dalla prima ora, che ha postato una sua foto sorridente con il badge di rappresentante di lista al collo. Era felice di prestare servizio quel giorno al seggio, ed è stata felice del risultato.

Non ho votato né penso che voterei mai il movimento politico di Sabrina, ma il suo post mi è sembrato la lampante dimostrazione del fatto che certo, oggi in Italia la politica sarà spesso una merda, ma di sicuro è sempre una merda per chi la lascia fare agli altri e la segue in tv, sui media e sui social network.

Non potendone più di pensare alla politica come una merda, di piangere (letteralmente) per quanto è una merda, sabato 17 marzo ho fatto una cosa che in 42 anni non avevo mai fatto: mi sono svegliata alle sei di mattina per prendere il treno e andare in una città lontana dalla mia a sentire un’assemblea — gli Stati Generali — del partito italiano a cui, dalla sua fondazione, mi sento più vicina. Sono stata seduta per sette ore e mezza in un cinema ad ascoltare gli interventi di un segretario dimissionario, della dirigenza e di circa sessanta delegati provenienti da ogni regione italiana, dai grandi centri e dalla provincia, che facevano l’analisi di un voto disastroso, raccontavano gli errori e le storture della formazione delle liste e della campagna elettorale, caldeggiavano diverse prospettive per il futuro.

Alcuni interventi li ho capiti e altri no, alcuni li condividevo e altri no, alcuni erano rabbiosi e frustrati, altri potenti e pieni di entusiasmo, alcuni avevano la lingua tecnica e a volte verbosa dei documenti di partito, altri erano informali e a volte un po’ confusi, altri ancora avevano la precisione e l’efficacia che si vorrebbe sempre dai leader. Particolarmente belli mi sono sembrati quelli di due donne membri della dirigenza, e quelli dei delegati sotto i 25 anni.

Dagli interventi è apparso chiaro che l’assemblea avrebbe riconfermato a grandissima maggioranza l’incarico al segretario uscente, il quale però ha obiettato che non era interessato a una frettolosa riconferma per mancanza di alternative, e ha proposto di tenere in tempi brevi un congresso per ragionare meglio sulle questioni organizzative e la linea politica, e per scegliere eventualmente un’altra dirigenza. Mozione approvata all’unanimità.

Pur non essendo iscritta al partito, non avendo mai fatto politica in prima persona, non dovendo scrivere di questa giornata per nessuna testata, pur non avendo insomma nessuna concreta posta in gioco, ma essendo spinta solo dalla curiosità e da un’urgenza che direi esistenziale, per sette ore e mezza non ho mai aperto Facebook, non mi sono mai distratta, non mi è mai venuto sonno, non mi è mai venuta voglia di uscire a fumare. A me piace andare ai festival letterari, alle presentazioni dei libri, ai concerti, a guardare la partita con gli amici, a ballare, alle serate di stand up comedy, nei posti dove la gente sta insieme a fare cose. Ma raramente mi è capitato di rimanerci per così tanto tempo di fila senza perdere interesse. Quando sono uscita avevo un umore molto migliore di quello che avevo quando ero entrata (che era suppergiù: ma come cazzo ti è venuto in mente, hai dormito tre ore e ti sei fatta 400 chilometri per venire a sentire quattro marginalissimi come te che si parleranno addosso). Non mi illudo che questa esperienza possa ripetersi due, cinque, dieci volte con lo stesso effetto. Ma stavolta è andata così, e sono contenta di averla fatta.

C’è una morale? C’è una morale, sì, ed è questa: se la politica non vi interessa, a posto così, avrete altro a cui pensare; ma se riveste per voi qualche interesse, se occupa dello spazio nei vostri pensieri, se vi stimola delle reazioni emotive a volte forti, allora vorrei raccomandarvi, non so, non dico di provare a farla, ma anche solo di cominciare ad andare a guardarla fare. Possibilmente da chi la fa con autentica passione e competenza. Credo che dobbiamo smettere di mortificarla soltanto guardandola in tv, leggendola sui giornali, scrollandola su Twitter, commentandola su Facebook e riducendola a meme. In quel modo lì mi sembra che la politica ci stia facendo solo schifo, e che ci stia facendo solo male. Questa cosa può (e deve, in fretta) cambiare.

Commenti
4 Commenti a “Fare politica, dopo il voto”
  1. Ernest scrive:

    Bell’articolo. Io da parte mia me ne sto ben lontanuccio. Ciao.

  2. Sergio Falcone scrive:

    “La politica e’ la cultura che diventa azione”, Cesare Pavese. Cosa che oggi non è, affatto.

  3. asd scrive:

    amen

  4. Roberto scrive:

    Le opzioni politiche sono tante;a volte anche l’astensione può avere un significato politico più utile di una partecipazione disinvolta ed irrazionale. L’importante è che non si perda di vista la democrazia,in quanto rispetto delle idee altrui e confronto aperto e positivo. Negli ultimi tempi ho temuto che la demagogia avesse la meglio ed ancora questo è il mio timore principale.Se abbiamo imparato qualcosa dalla storia, dobbiamo innanzitutto vigilare affinchè nessuno possa prevaricare sulla libertà di pensiero e di espressione.

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