Ennio Flaiano

Polvere di Flaiano

La nostra saggezza è nel ritenerci poco mortali.

Ennio Flaiano

di Edoardo Pisani

Ennio Flaiano ha pubblicato sei libri da vivo e oltre sedici libri da morto, cioè postumamente, e per quanto sedici libri siano tanti si vorrebbe che le sue opere postume non finissero mai, che si pubblicassero anche gli appunti apparentemente più insignificanti e l’integralità del suo epistolario, che per ora consta di circa trecento lettere ricevute e spedite, nell’ormai introvabile Soltanto le parole, edito da Bompiani nel 1995. Malgrado l’eleganza delle sue edizioni, specie della Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi finora non è stato un ottimo editore, per Flaiano, tanto da non aver ancora ristampato la splendida Spirale tentatively, compresa ne La valigia delle Indie, se non nel troppo costoso e piuttosto ingombrante cofano/sarcofago delle Opere scelte, nella collana La Nave Argo. Di sicuro preferiamo i due più portatili e pratici volumi delle Opere dei Classici Bompiani, editi nel 1988 e nel 1990 e anch’essi introvabili.

Ennio Flaiano è dunque uno scrittore in prevalenza postumo, nonostante il relativo successo conosciuto in vita, i sei libri pubblicati, con l’assegnazione del Premio Strega nel 1947, per Tempo di uccidere, ristampato recentemente proprio da Adelphi, e la selezione per il Premio Campiello nel 1970, con Il gioco e il massacro, scritto poco prima di morire a soli sessantadue anni, lasciando una moglie (Rosetta) e una figlia (Luisa) e molti manoscritti e appunti pubblicabili fra le sue carte, da La valigia delle Indie al Quaderno degli errori, da Autobiografia del Blu di Prussia a Progetto Proust. Rosetta Flaiano muore nel 2003, a Lugano: era una matematica e una fisica plurilaureata, che prima di conoscere Flaiano aveva collaborato con i fisici di via Panisperna, il gruppo di Enrico Fermi; quindi si era sposata con Flaiano ed era nata Luisa, una bambina gravemente malata, divenuta cerebrolesa a causa di un’encefalite acuta subita a pochi mesi dalla nascita, e Rosetta aveva dovuto rinunciare ai suoi studi e alla sua carriera accademica per accudirla, per farle da madre. Luisa Flaiano, detta Lèlè, è morta nel 1992, a quarant’anni; Ennio Flaiano l’aveva soprannominata “Lèlè”, da bambina, perché quando piangeva urlava “lè! lè!”, a intervalli regolari, come se chiedesse del latte in francese (“le lait!”), racconta Flaiano nel Quaderno di Lè-lè, pubblicato nel 2000 in Cristo torna sulla Terra, un prezioso volumetto dedicato al Flaiano padre.

La malattia di Lèlè ha cambiato la scrittura e quindi il destino di Ennio Flaiano, spingendolo, per il bisogno dei soldi necessari alle cure, a collaborare sempre di più con il cinema, disperdendo il suo talento fra le tante sceneggiature da lui scritte e i frettolosi appunti dei taccuini e i suoi rari libri editi, le sue poche opere compiute e pubblicate in vita, quali Tempo di uccidere, Diario notturno, Una e una notte, Un marziano a Roma, Il gioco e il massacro e Le ombre bianche. Pure, Flaiano credeva molto nel proprio lavoro di sceneggiatore, come nelle sue pagine di critica cinematografica o teatrale e nelle sue opere tout court, nei suoi romanzi e racconti e commedie e appunti presi in fretta – in breve nella sua scrittura. “Perché scrive così poco?” gli chiedono, ne La solitudine del satiro. E Flaiano risponde: “Caro signore, io non ho una vocazione narrativa. Scrivo, che è una cosa molto diversa.”

Scrivere è una cosa molto diversa. Non significa per forza raccontare, non soltanto, ma anche ritrovarsi emozionalmente nella scrittura, sentire la Parola in sé e non più fuori di sé, non più altro da sé, rivoltando le proprie esperienze e sofferenze umane sulla pagina, facendone arte e ritmo e visione e poesia. “La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità” dice Anna, cioè Flaiano, nel primo quadro di Un marziano a Roma. “E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia.” La scrittura per Flaiano è questa fulminazione, la ricerca del pensiero più autentico e della verità esibita o celata e rivelata attraverso le parole, comunque mai ignorata. Così lo scrivere, o il tentativo di scrivere, diviene sentimento o ricerca del sentimento e del reale, come ne La spirale tentatively, oppure gioco e finzione apparentemente “leggero” ma in realtà altrettanto profondo e sentito delle sue pagine più tragiche, come nel Dialogo per provare una penna nuova, sempre ne La valigia delle Indie: “Scrivere versi è voler dare / al pensiero il suo numero perfetto / chi sfoglia paga il pegno / di un pensiero mancato / e il cattivo poeta va a letto.” Ne La spirale tentatively i versi del Poeta sono invece come i battiti di un tamburo: “Il suonatore di tamburo / non crede che i rumori esistano nella realtà / ma li produce lui percuotendo una pelle tesa / sulla misura dei suoi battiti. / Il suonatore di tamburo non crede / che la melodia possa essere altra cosa / dal battito interno che lo guida. / Da tempo egli rispetta soltanto il tempo / e da questa contemplazione esclude / tutto ciò che accade incidentalmente, / né sa disporre i suoi rumori di tamburo / in modo da farne un romanzo, o qualsiasi / altra cosa utilizzabile, se si esce / dal campo dei rumori. Quel che conta sono certi / colpi che ogni tanto gli provano la sua presenza / e quindi l’utilità del tentativo / di dare un significato al tempo.” Ecco: bisogna scrivere per dare un significato al tamburo che batte, cioè al mondo e allo scandire del mondo e del tempo che è dentro di noi, che pure è insensato.

Rosetta Flaiano, in una delle poche interviste rilasciate dopo la morte del marito, si lamenta che Flaiano sia spesso ricordato e letto (o sfogliato) non tanto come un vero scrittore bensì come un battutista più o meno mordace, negandogli ogni profondità che non sia ridanciana o “cattiva” o caustica o epigrammatica, comunque minore, mentre il suo stile e la sua malinconia, nei romanzi e nei racconti e negli appunti e nei testi teatrali, nelle rare e magnifiche poesie e talora nelle sceneggiature, è altro, è anche racconto e visione e desolazione e rimpianto di ciò che non è mai stato o di ciò che non si ripeterà, è il tempo che diventa un fiume immemore di sguardi e attimi irripetibili (“Di tutto un grande amore / di tutto un mare di particolari voluttà…”) e che trascina via con sé la scrittura, la parola, l’infanzia e la morte e l’impossibile nostalgia di ciò che non siamo riusciti a essere, il pensiero cosmico dello scrittore che fugge o nega se stesso e che non scrive, che non vuole ricordare, riviversi, se non frammentariamente, perché “scrivere è così difficile”, diceva Flaiano, e perché “scrivere spaventa”. Quindi ci si ripara nella battuta, nel fulminante aforismo, proteggendo con lo spirito il proprio complesso e indefinito e indefinibile io, divenendo così uno “scrittore satirico”, per gli altri, magari pure divertente. Perciò Un marziano a Roma non poteva avere successo, non poteva semplicemente “piacere”, essere applaudito, giacché, nella triste parabola di un uomo-marziano-profeta che approda sulla Terra e viene prima celebrato e poi frainteso e infine ignorato e deriso (“Perché ridevano? Perché sono così spietati? Perché volevo amarli? Perché mi abbandonano?”), c’è il tragico destino del Poeta, che è altro da ogni uomo e che pure all’umanità, agli altri, appartiene, che l’umanità, la propria fragile e insensata e dolcissima e sofferta umanità, racconta, deve continuare a raccontare. Kunt è il Marziano che è ormai divenuto Ennio Flaiano agli occhi degli altri, uno straniero al mondo che non può più vivere e che pure vive, uno scrittore che non può più scrivere e che tuttavia scrive. “Viviamo o ci sembra di vivere?” si chiede, nell’ultimo quadro della commedia. “Ora la stanchezza si insinua in noi come un ladro deserto. Che guaio. Ora l’amore è fastidio, il vivere una certezza che peggiora, il sonno un agitarsi tra larve senza luce, e il giorno arriva, per ricominciare tutto daccapo. Dovrei rivedere i miei appunti…”

Non ci sono speranze, per il Marziano, per Ennio Flaiano; tutto è già deciso nell’attimo stesso della nostra nascita (o venuta al mondo, cioè atterraggio a Roma) e la scrittura, la parola, non salva, semmai fissa e addolcisce l’inenarrabile presente, la voluttà del poter essere vivi e l’incanto dell’errore, sebbene a niente valga dibattersi e sbagliare ancora e ancora e vivere davvero né tantomeno scrivere, continuare a scrivere e a illudersi di potersi salvare, magari accettando il gioco e la noia e la ripetibilità dell’esistenza, perché “la strada da percorrere è già tracciata nelle sue linee essenziali”, e perché non c’è nessuna libertà o scelta o salvezza possibile e tutto dell’Uomo è già da sempre e per sempre definito, parole comprese, poesia compresa. Da ultimo rimangono i ricordi, gli affetti, come il volto di una madre o di una moglie o di una figlia malata e amata, la piega di un labbro ritrovata in altri volti, in altri affetti, la spirale logaritmica degli errori che si succedono nel tempo e che con il tempo e attraverso il tempo ci accompagnano, fino alla cosiddetta “fine”, la reale morte che improvvisamente e incredibilmente avviene (“e infine la sorpresa che stia davvero accadendo / e la preoccupazione dei cassetti lasciati in disordine / e il desidero di non scendere vestito nella cassa…”) e che lascia spazio ad altre vite, ad altri corpi e ricordi e sbagli e incanti che a loro volta moriranno, che a loro volta nel tempo si esauriranno.

Ennio Flaiano, pur nella satira e nonostante il suo supposto umorismo, è uno scrittore anche e soprattutto tragico, con una visione insensata e disperata dell’esistenza, che non appartiene veramente all’essere umano né al suo carattere ma a tutto ciò che lo travalica, che si chiami Dio o Destino o Universo. “Il musicista crea, assieme al poeta e all’artista, un ordine consolatorio” scrive in un appunto del Diario degli errori. “La natura va per conto suo, l’Universo è insensibile al pensiero umano, non conosce l’Uomo, né la vita è il suo scopo. L’Eterno e l’Infinito non possono avere altri scopi che quelli che li definiscono. L’uomo invece è nato per morire, può diventare eterno e infinito solo organizzando la mistificazione dell’Universo e delle sue leggi. Mentre la conoscenza scientifica dell’Universo e delle sue leggi lo portano forse al benessere, ma anche alla diminuzione di se stesso, al riconoscimento della sua profonda inutilità.” E in altre pagine, più rare, recensendo 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, in Nuove lettere d’amore al cinema (a riprova che Flaiano è sempre scrittore, dai romanzi agli appunti nel diario fino agli articoli sui giornali o alle sceneggiature): “Se la teoria dello spazio curvo è giusta, noi (a patto di possedere una vista ottima; anzi, di essere molto presbiti) potremmo teoricamente vederci la nuca. Il cosmonauta di Kubrick si vede invece invecchiare e morire, per poi rinascere in embrione e ricominciare daccapo. È, se vogliamo, una proposta di lieto fine, con una complicata ipotesi di immortalità. Per il principio di Einstein, dell’equivalenza della massa e dell’energia, è possibile infatti immaginare le radiazioni diffuse dello spazio che si congelano, una volta ancora, in particelle di materia, che potrebbero combinarsi per formare daccapo larghe unità, le quali a loro volta potrebbero riunirsi per la loro propria influenza gravitazionale in nebulose, in stelle e finalmente in sistemi galattici e dare via al ‘grande ritorno’, con la vita che riappare su miliardi di pianeti, eccetera. Occorre soltanto molta pazienza. Dare tempo al tempo. E sapere prima di tutto con una certa chiarezza che cos’è il tempo.” E quindi bisogna riaprire il Diario degli errori, che dice: “Quando avremo sondato l’Universo alla ricerca della nostra incapacità di dominarlo e di capirlo, dovremo ritornare al Poeta e concludere che a muovere il Sole e le altre stelle (a muoverle, ma non a spiegarle) è l’Amore. Allora la nostra fede non sarà più liberatrice, ma deduttiva, accettata per la nostra incapacità di andare oltre. Crederemo perché è evidente, non perché è assurdo.”

Il pensiero per così dire “filosofico” di Ennio Flaiano è cosmico ma saldamente collegato all’umano, a ciò che limita la nostra imperfetta comprensione del mondo. Per afferrarlo, cioè per leggerlo e capirlo e dargli un senso compiuto, in qualche modo per ricrearlo sulla pagina, occorre fare un vero lavorio di archeologia letteraria, unendo brani di diversi libri, come abbiamo fatto per il Diario degli errori e la recensione di 2001: Odissea nello spazio, rovistando fra gli appunti e i romanzi e i racconti e le recensioni teatrali e cinematografiche e il teatro e persino fra le lettere; il pensiero di Flaiano affiora nella sua interezza (e inevitabile frammentarietà) unendo i pezzi di quel puzzle postumo e affascinante che sono la sua opera e la sua esistenza. Così la vita è insensata e inspiegabile eppure il Poeta, cioè la parola nel suo senso più profondo e reale, cioè la scrittura stessa e l’arte, può aiutarci nell’accettazione di un mondo e di una vita umana che non hanno un significato se non nell’errore, nella ripetizione dell’errore che porta allo spavento o all’inedia e alla morte e quindi alle infinite nascite altrui che ci cancelleranno e che dureranno ancora “miliardi di anni”, per quanto assurdo sia, e in tutto questo, nella prosecuzione inspiegabile dell’essere umano, può esserci bellezza e forse speranza. (“Ricordarsi i sorrisi di tutti” scrive ancora il Flaiano postumo, nel Diario degli errori. “Bambini, donne, ragazze, uomini…”).

Anche Tempo di uccidere si basa su un errore, ovvero sull’assassinio accidentale di una ragazza indigena, Mariam, da parte del protagonista, un ufficiale italiano di stanza in Etiopia che è e non è lo stesso Flaiano che scrive, e che andò davvero in Africa nel 1935, per la campagna d’Etiopia. La ragazza muore per caso, per sbaglio, per l’assurdità dell’esistenza che ci fa commettere gesti nostro malgrado, per la spirale logaritmica che appoggia ogni errore al successivo, e al narratore non resta che provare lo sgomento e il senso di colpa dell’involontario assassinio, che rimarrà segreto e dunque impunito, come la stessa guerra colonialistica del fascismo, che Flaiano ripudiò presto, di ritorno in Italia, come ripudiò il fascismo stesso, sperando fin dal 1935 che “la cosa finisse, brutalmente, nella sconfitta”. E allora pensiamo, per tornare al Flaiano padre, alla commovente lettera scritta a Lèlè il giorno della caduta di Mussolini, nel 1943, quando la piccola Luisa aveva meno di un anno: “Cara Lèlè, questa è la prima lettera che ti scriviamo per dirti che oggi il tiranno d’Italia è stato mandato a casa. Si chiamava Mussolini. Un giorno tu ti sorprenderai quando ti racconteremo quello che si è sofferto in ventun’anni di miseria morale. Non vorrai crederci. E forse ci rimproverai dicendo: ‘Perché non l’avete cacciato prima?’ Lè, era impossibile. Aveva un esercito di spie, di poliziotti e di mascalzoni: un esercito armato che teneva l’Italia bene ingabbiata. […] Ma ora è finita, grazie a Dio! E tu potrai essere educata libera da ogni nefasta influenza fascista.” La lettera conclude bruscamente il Quaderno di Lè-lè; infatti proprio in quel periodo Flaiano viene a sapere della malattia incurabile della figlia, della lesione al cervello e dell’impossibilità per Lèlè di vivere una vita normale. Sono giorni tristi, “crudeli”, che gli fanno scrivere, oltre ai molti articoli, il postumo Amleto ’43 (“A me, ombre della malvagità e nero coraggio della follia!”). Quanto a Mussolini e al fascismo, per comporre un altro puzzle flaianeo, stavolta politico e satirico e non filosofico, Flaiano avrà la forza di riderne, almeno sulla pagina, malgrado il dolore per il male di Lèlè e la sua vita disastrata, scrivendone sul Risorgimento liberale di Pannunzio, analizzando scherzosamente l’evoluzione del fascismo in base al cappello di Mussolini, per esempio, fra tube e berretti e elmetti nazisti e così via, oppure affermando, sempre a proposito dell’ormai sconfitto Mussolini: “In questo paese di cantanti egli prese la parte principale. Interminabili romanze, duetti, cavatine, laceranti ‘do’ di petto, applausi e fiori. I panni del dittatore, gli orpelli di cattivo gusto della nostra opera lirica, gli conferivano quella regalità che molti italiani amano in chi comanda. Fu il superuomo dei poveri, più figlio di Verdi e Leoncavallo che di Nietzsche o di Hegel: applaudito per oratore ed era soltanto un tenore. La gente, spesso, si accontentava del suo canto senza seguirne le parole. Eppure parlava chiaro: fin dall’inizio ci aveva promesso questa guerra e questa sconfitta. Ma ‘l’aria’ era così orecchiabile!”

L’aria del fascismo era orecchiabile, gradevole all’udito ma destinata alla disfatta, al disastro umano e storico che comporta ogni dittatura. Mussolini è caduto e morirà presto, come Hitler, suicidatosi nel suo bunker di Berlino, per la tanto agognata fine della guerra, guerra di cui gli italiani sono stati partecipi se non complici, seguendo e applaudendo il Mussolini pifferaio per oltre un ventennio, suggerisce Flaiano sul Risorgimento di Pannunzio, il suo cattivo gusto e la sua supposta orecchiabilità di tenore. Ora però l’Italia può rialzarsi, seppure faticosamente. È la fine del 1946. Longanesi, passeggiando per le vie di Milano, chiede a Flaiano un romanzo per la sua casa editrice, e Flaiano, superata qualche perplessità iniziale, accetta. Nasce così Tempo di uccidere, pubblicato l’anno successivo e vincitore della prima edizione del Premio Strega (e riedito quest’anno, come dicevamo, per Adelphi). Racconta Flaiano, nel Frasario essenziale per passare inosservati in società: “La mortificazione del successo – e la certezza di non esservi tagliato – le provai durante la pubblica premiazione, in un albergo romano, del mio primo e unico romanzo: Tempo di uccidere. […] Tornai a casa solo. Ricordo che un cane randagio si intestò a seguirmi fin sulle scale e volle entrare. Come rifiutarsi? Gli preparai una zuppa di latte e lo feci dormire sullo scendiletto: la mattina dopo andò via. Ma neanche la sua compagnia era riuscita a confortarmi. Avevo in tasca un assegno (duecentomila lire) e la certezza che non mi appartenesse. Il guaio era che mi serviva assolutamente. […] Forse condivido i pregiudizi della mia generazione post-dannunziana, che rifiutava di proposito il successo, se ne teneva anzi lontano, per non coinvolgere in un unico giudizio la propria vita e le proprie opere. E anche perché a decretarlo allora erano i male informati.”

Tempo di uccidere, si è detto, è un romanzo sulla guerra in Etiopia, sulla campagna colonialistica del fascismo; mentre la maggior parte degli scrittori italiani (Pavese, Calvino, Vittorini, Moravia) cercavano di fare i conti “narrativamente” con la guerra appena conclusa, spesso scrivendo di Resistenza al nazifascismo, Flaiano faceva un passo indietro e raccontava della sua guerra, dell’Africa, come a dire che gli italiani non erano certo incolpevoli – e in fondo l’Italia del 1946 era molto più vicina all’assassinio accidentale e insensato di una giovane etiope che alle vicissitudini più o meno avventurose del Pim di Calvino o di Enne 2 di Vittorini. La guerra d’Etiopia è difatti ancora oggi una delle pagine più nere della nostra Storia, con la quale non ci siamo saputi o non ci siamo voluti riconciliare, come dimostrano le recenti polemiche sugli amori africani del giovane Indro Montanelli – che peraltro era amico di Flaiano e che avrebbe potuto egli stesso, come chiunque di noi, come lo stesso Ennio Flaiano, amare e uccidere la povera Mariam. Anche per questo Tempo di uccidere, romanzo privo di eroismi e pieno di malinconie e inettitudini e sbagli, è rimasto un grande romanzo, uno dei più belli e turbanti del secondo dopoguerra italiano, ed è un bene che sia ristampato da Adelphi.

Ennio Flaiano, con l’eccezione del breve e notevole Melampus (1970, ne Il gioco e il massacro), dopo Tempo di uccidere non scriverà altri romanzi. Il suo secondo libro edito è il Diario notturno, pubblicato nel 1956, a quasi dieci anni dall’esordio, con molte pagine già stampate in rivista o sui giornali, talune risalenti addirittura al decennio precedente. È l’opera che fa di Flaiano uno scrittore “satirico”, con racconti e raccontini e schizzi e appunti geniali (“La vita è un Hemingway inimitabile”) e brani di diario “pubblico” e la prima versione di Un marziano a Roma, anch’essa scritta sotto forma di diario (“Oggi un marziano è sceso con la sua aeronave a Villa Borghese, nel prato del galoppatoio. Cercherò di mantenere, scrivendo queste note, la calma che ho interamente perduta all’annunzio dell’incredibile evento…”).

C’è chi ha detto, e sono in tanti, che Flaiano era uno scrittore pigro, che per pigrizia o noia o svogliatezza scriveva e pubblicava pochissimo; in realtà era semplicemente uno scrittore che (per troppa intelligenza, cioè autocoscienza) non amava o non sapeva ripetersi, spaziando di volta in volta dal racconto al romanzo agli epigrammi alla poesia al teatro e via di seguito, esaurendo ogni possibilità di scrittura e mai ripetendosi esteticamente, come creando un paesaggio letterario che, in poche e puntuali e decisive pubblicazioni, fosse il più ampio e personale possibile. Così l’altra versione del Marziano, del 1960, quella teatrale, messa in scena da Vittorio Gassman e pubblicata da Einaudi, è in realtà un’opera di poesia, con molti versi scanditi dai personaggi e tenuti su dal susseguirsi dei dialoghi, delle scene, talvolta dei canti, e con autentici brani di poesia in prosa, specialmente nei monologhi del Marziano o di Adriano o di Anna (“La solitudine è una compagna dolce da quando gli uomini cercano in me soltanto una bellezza che io detesto…”). Nel personaggio del Marziano c’è la crisi narrativa e artistica e umana di Ennio Flaiano, che rilegge i propri appunti e le proprie battute e che non ride, perché c’è un fondo di tristezza e di orrore da cui neanche la scrittura, ossia l’arte, ossia la diversità e la poesia di un Marziano che sbarca a Roma e si commuove e agogna di amarci, può salvare. Come nel racconto Adriano, pubblicato un anno prima di Un marziano a Roma e altre farse, nel volume Una e una notte, Kurt è una possibile versione di Ennio Flaiano, un Flaiano in crisi, che scrive e legge a stento e che pure sa ancora abitare poeticamente il mondo, che sa trascriverlo artisticamente. Come nel dittico de Il gioco e il massacro, pubblicato un decennio dopo il Marziano, opera che fa proprie le lezioni narrative di Henry James, Flaiano è uno scrittore che non riesce a scrivere o un uomo, Adamante, che non sa fare fronte al caos della cosiddetta realtà, anche ma non solo esistenziale (caos letterario, poetico, sociale, perfino televisivo), una realtà sempre troppo “moderna” e insensata e dunque invivibile. Molte delle sue frasi più belle o più conosciute provengono proprio da o sono incluse in Oh Bombay!, ne Il gioco e il massacro, fra i deliri dell’infernale televisore giapponese, che il protagonista annota febbrilmente sul suo taccuino: “Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire”; “Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui”; “Vivere è diventato un esercizio burocratico”; “La vita e il pensiero sono perpetui solo in modo statistico e non assolvono alcuna funzione nell’evoluzione dinamica dell’Universo”; “So più di Amleto che di qualsiasi mio amico”; “I topi abbandonano l’aereo che cade?”; “Se lo scrivere, che consiste nel lasciar correre del liquido in una cannuccia, assume il significato simbolico di coito, allora lo scrivere verrà sospeso, perché altrimenti è come se si compisse l’azione sessuale proibita”; etc. Eppure Flaiano odiava chi lo trovava “divertente”, un semplice battutista o aforista, poiché, scrivendo, egli non si divertiva affatto – o almeno così dice in una lettera a Enzo Forcella, ringraziandolo per una stroncatura al Diario notturno: “Detestavo chi mi trovava ‘divertente’, perché io non mi divertivo affatto e le tue parole misero un po’ di limone nel pasticcio dei miei consensi inutili. Erano le più giuste e da quel giorno ebbi per te la stima e l’affetto offeso che riserviamo soltanto alle persone sincere e con le quali il discorso conta.”

Le lettere di Flaiano, specie per chi ne conosce i libri e trova in lui un complice e un maestro d’arte e di vita e un compagno postumo, dicono della sua opera e della sua non sempre facile e felice esistenza forse di più che molti suoi scritti. In Soltanto le parole Flaiano attraversa la propria vita con grazia, con stile, con l’ironia che gli è propria anche nei momenti più difficili, come dopo il primo infarto, nel 1970, quando scrive a Sergio Corbucci: “Come saprai il cinque marzo aspettavo l’uscita del mio nuovo libro in-folio e invece è uscito un in-farto”; o come quando, sempre in quei giorni di convalescenza, scrive a Guido Ceronetti, con grande coraggio e disincanto: “Ebbi un invito a rispondere a certe domande sugli scrittori e le malattie. Ne stavo preparando qualcuna quando ai primi di marzo ebbi un infarto al miocardio. Da allora vivo tra le iniezioni e le medicine. Non ho più nulla da dire. Le malattie e le medicine esistono e ci sopravviveranno, questo è il guaio”; oppure dieci anni prima, quando ancora si arrabattava fra il cinema e i viaggi di lavoro e la stesura dei racconti e i taccuini e la terribile malattia di Lèlè: “La vita che si offre oggi all’osservazione di un autore è varia e impetuosa, soverchiante: mille fatti sorprendono e addolorano, pochi incontri aprono il cuore alla speranza”; o come quando, nel 1964, rompe il sodalizio con Fellini, dichiarando: “Le amicizie frivole finiscono per una frivolezza”; o quando difende un proprio racconto, Oh Bombay!, dalle critiche del direttore del Mondo, Arrigo Benedetti: “Non si scrivono racconti per i direttori”; o in brevi e illuminanti note letterarie, per esempio scrivendo di Moravia e dell’amato Gadda a Giuseppe Prezzolini: “Moravia dice che Gadda (che se lo mangia dodici volte) è un ‘grande umorista’, ma per escluderlo – non per elogiarlo…”

Nelle lettere Flaiano scrive insomma di letteratura, di teatro, di cinema, di vita, di malattie, di amicizia; i suoi interlocutori sono Nicola Chiaromonte, Edoardo Tiboni, Vittorio Gassman, Leo Longanesi, Ceronetti, Albertazzi, Prezzolini, Wilcock, Fellini e così via, fino a scrittori “giovani” che cercano in lui un aiuto o un maestro, dei ragguagli letterari o editoriali, come un ventiseienne Alberto Arbasino, che gli spedisce diversi manoscritti, compresi i primi racconti e L’Anonimo lombardo, o una diciassettenne Ginevra Bompiani, a cui Flaiano scrive una bellissima e elaborata lettera, dicendole, fra le altre cose: “Perché non si affida più al suo occhio che alla sua immaginazione? In poche parole, lei ha davanti a sé anni e anni di lavoro proficuo da svolgere. Non cominci dalla parte sbagliata, non guardi avanti, si guardi intorno. Sfugga la ‘novella’, che presume sempre una conclusione letteraria o sentimentale, e vada verso il racconto, cioè verso i fatti, non cercando per ora di interpretarli, ma porgendoli in modo che offrano di se stessi, per la loro scelta, un’interpretazione. Non so se mi sono fatto capire…” – e chissà se quello che consideriamo il libro più bello e prezioso di Ginevra Bompiani (un’autrice nascosta e discreta, dai toni walseriani, che abbiamo cominciato a leggere proprio grazie a Ennio Flaiano), L’incantato, che è per l’appunto una raccolta di tre racconti che spaziano tra vecchi maestri (vecchi poeti) e giovani discepoli (giovani poeti) e belle ragazze, sarebbe piaciuto a Ennio Flaiano, rispondendo, seppure con oltre quindici anni di ritardo (L’incantato è del 1987), alla sua lettera.

Leggendo le opere e gli appunti e le lettere e persino alcune sceneggiature di Ennio Flaiano si ha l’impressione di conoscerlo, di essergli prossimo, tanto è particolarmente umana la sua voce, la grazia anche poetica di molte sue pagine, postume e non, e addirittura la sua voce reale e il suo modo di muoversi, nel documentario Oceano Canada, ripreso nel primo volume delle Opere dei Classici Bompiani. L’ultimo Flaiano, quello della Spirale tentatively, è un uomo che sa di dover morire e che perciò fa i conti con se stesso e con la propria vita, con quanto gli è rimasto di sé e degli altri, con i suoi sbagli, con i suoi amori, soprattutto con le sue disgrazie. Il tempo, da ultimo, non sembra essere passato invano, perché si è vissuto e scritto e amato, e perché si è combattuto. La morte non coglie impreparato Ennio Flaiano. È il venti novembre del 1972, un lunedì. Flaiano è malato, sta per morire, e infatti il secondo infarto gli sarà fatale. “Se guardo a quello che ho fatto” aveva scritto, con tristezza e lucidità, “è povera cosa, /un continuo rimestare le prove / di un’inqualificabile crisi di volontà, / il rinviare, il compromettere, il soprassedere, / tutto ha il senso di una finzione assurda, / la futilità di aver vissuto ai margini / fuori di ogni corrente decisiva e costruttiva, / contro me stesso, gli altri, le donne soprattutto, / uno sbaglio volutamente barocco / che si pasce delle sue stesse evoluzioni / in una ricerca di prevedibili analogie / e nei fregi che invocano la polvere…” Ma i fregi e la polvere di Ennio Flaiano, come la sua tristezza, come i suoi indolenti cafards esistenziali e il suo infinito e commovente amore, sono magici, pervasi da uno charme e da una dignità umana che non si trovano in nessun altro scrittore del Novecento, italiano o europeo, e che rendono la sua opera una necessità e un conforto per chiunque scriva o legga o tenti più semplicemente – nonostante tutto – di vivere.

Edoardo Pisani, nato a Gorizia nel 1988.
Commenti
4 Commenti a “Polvere di Flaiano”
  1. sergio falcone scrive:

    Altra generazione. Oggi è il deserto.

  2. Alessandro Ficara scrive:

    Un deserto dove prosperano quelli come te, Sergio. A Flaiano non piaceresti affatto.

  3. sergio falcone scrive:

    Questa è davvero divertente. Primo: lei non mi conosce affatto. Secondo: che io prosperi, non avendo e non volendo visibilità alcuna come autore, e’ la più carina della settimana.
    Ho avuto il piacere di frequentare altri scrittori, ma non Flaiano. Trovi, caro Alessandro Ficara, altri argomenti per attaccarmi. Non questi.
    Viviamo nell’epoca del falso totale e lei lo ignora.

  4. Valeria Sanguini scrive:

    Tempo di uccidere e’ uno dei romanzi piu’ crudeli che abbia mai letto. Leggerlo e’ stato come prendere una brutta malattia. La lettura si fa’ insostenibile nella banalita’ del male e nel suo torpore goffo. Straordinaria forma per denunciare non solo la guerra e il fascismo ma una modalita’ malata che ha negato e nega tutt’ora la possibilita’ dell’Altro, il colonialismo con la C maiuscola.
    Importante ricordare la forza della scrittura di un lucidissimo Fraiano, grande nella dolorosa pratica della compassione quanto capace di scartarla.

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