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Il populismo antipedagogico, il controriformismo e il ruolo degli intellettuali

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di Simone Giusti

In questi giorni di inizio estate, durante i quali assisto al triste rito della discussione pubblica sugli esami di maturità e provo a fare il punto su quanto ho letto e ascoltato in questi ultimi mesi su scuola e formazione degli insegnanti, mi capita di riaprire un libro scritto una decina di anni fa da Paolo Giovannetti, all’epoca uno dei pochi esperti di didattica della letteratura del nostro paese. Il libro si intitola L’istruzione spiegata ai professori (sottotitolo: Elogio dei saperi massificati nella scuola e nell’università), è stato pubblicato da ETS di Pisa nel 2006 ed è curiosamente passato quasi inosservato – forse perché, mi dico, metteva sotto gli occhi di tutti l’insipienza degli intellettuali di allora.

Ne trascrivo di seguito un brano (dalle pagine 21 e 22).

«Perché il riformismo non piace alla gente, e dà tanto fastidio agli intellettuali? E perché, invece, il controriformismo sembra dar poco fastidio agli uni e agli altri? Perché, oggi, quando ci si lamenta, più esattamente si frigna, da parte di tanti insegnanti e accademici, sulla scuola e l’università in rovina, lo si fa scagliandosi più contro i danni – realmente, oggettivamente – causati dal centrodestra? Perché tanta incoerenza, tanta – più che miopia – presbiopia?

Qualcuno, e io per primo, non solo è perplesso, ma è proprio stanco. È stufo di udire frasi generiche intorno a quanto siano diventate burocratiche le scuole, al fatto che gli studenti appaiano sempre più impreparati, che le vecchie discipline stiano sparendo, che le lauree brevi servano solo a professionalizzare, che l’istruzione produca consumatori. Qualcuno non ne può più di udire elogi di tutto ciò che ricorda la tradizione, sentendosela magnificare come democratica e progressiva: il liceo classico in quanto fucina di critica e cultura, il latino quale anticamera della civiltà, la selezione scolastica riabilitata alla stregua di una forma di giustizia sociale, le antiche lauree lunghe e gli studenti fuori corso come baluardi della vera formazione. E così via: il qualunquismo “di sinistra”, il progressismo populista oggi dilaga, ed è materiato – troppo spesso – di frasi fatte e di disinformazione; esibisce anzi non di rado, con qualche orgoglio, il proprio desiderio di non documentarsi, in ultima analisi denunciando la scarsa professionalità di lavoratori, educatori stipendiati, che dovrebbero essere (che sono!) investiti di un ruolo pubblico. Ormai, si è arrivati a risultati che vanno oltre il ridicolo. Pamphlettisti di estrazione accademica che attaccano lo strapotere dell’informazione manipolante, ma che citano rumors sulla scuola diffusi dagli odiati mass media, senza verificarne la veridicità: e quindi lavorando su false notizie. Professori di liceo i quali sono giunti al successo letterario mettendo in piazza la propria ignoranza dei regolamenti scolastici che viceversa dovrebbe far rispettare. Presidi che non solo ridicolizzano con parole decisamente infamanti i comportamenti dei docenti da loro diretti, ma pure spiattellano impudicamente il più totale disprezzo verso i contenuti aggiornati della pedagogia e della didattica, su cui – per contratto – dovrebbero, o avrebbero dovuto lavorare».

Undici anni dopo, gli stessi attacchi ostili al cambiamento e favorevoli a un ritorno a un’epoca d’oro dell’insegnamento (si pensi alla lettera dei 600 professori, a cui ho risposto su “La ricerca”), le stesse discussioni “contro” le riforme – è il caso del recente articolo Sinistra, serve una battaglia di civiltà per rifondare la scuola di Anna Angelucci, che ancora mette in discussione la legge 59/1997 sull’autonomia scolastica senza riportare un dato utile ad argomentare una qualsiasi tesi – e, soprattutto, le stesse rivendicazioni di un primato degli intellettuali di formazione umanistica sui pedagogisti e sugli esperti di didattica.

Risale a qualche settimana fa, sul Domenicale del «Sole 24 ore», l’articolo di Claudio Giunta, professore ordinario di letteratura italiana all’università di Trento, intitolato significativamente Didattica della fuffa, nel quale si passa in un balzo dal racconto della propria esperienza di lettore di testi pedagogici (sarebbe interessante e utile sapere quali, e con quali criteri sono stati individuati) al giudizio sull’intero ambito disciplinare:

«Ho passato giornate a leggere alcune delle più recenti pubblicazioni nel campo della didattica e della pedagogia scolastica, e per una parte ho avuto anch’io l’impressione di un gigantesco apparato teoretico mobilitato in vista di un impalpabile beneficio pratico; per un’altra parte devo confessare che spesso non ho capito quello che l’autore o l’autrice stavano cercando di spiegarmi. Problema mio, che non sono portato per la Pedagogia e la Didattica generale; ma problema anche di quelle discipline e dei suoi esperti, se non riescono – nonché a convincere – a farsi intendere da coloro che, come me, sarebbero i loro primi e anzi unici destinatari: gli insegnanti».

A conclusioni analoghe sulla pedagogia e sulla didattica era giunto Giulio Ferroni nel suo libro La scuola sospesa (Einaudi 1997), uno dei capisaldi del controriformismo di sinistra, che ha per primo creato un collegamento diretto tra riformismo e pedagogia, tra “mito della riforma” e “imperialismo pedagogico”.

Si legge a pagina 81:

«Sostegno determinante al mito della riforma è stato costituito dalla pedagogia e dal suo definirsi in modo sempre più articolato ed ambizioso come scienza e come istituzione: parallelamente allo sviluppo delle varie scienze umane, la pedagogia si è affrancata da quella funzione di ancella e di esplicazione pratica della filosofia che in Italia le aveva attribuito la tradizione idealistica, ha conquistato un vastissimo terreno accademico, ha creato reticoli teorici e programmatici sempre più complessi. Sia le ricerche di tipo teorico che quelle di tipo sperimentale si sono moltiplicate all’infinito, con una miriade di pubblicazioni che a uno sguardo d’insieme appare davvero inquietante».

E poi, poco più avanti, a pagina 82:

«Un immenso universo accademico-libresco si è costruito intorno agli eventi quotidiani della scuola: immenso universo che, nella sua vastità, ha comportato naturalmente anche progetti importanti, ha visto in azione studiosi di grande serietà e valore; ma nel suo insieme fa l’effetto di una abnorme superfetazione, ponendosi come una delle manifestazioni più intricate di quel delirio quantitativo che aduggia tutta la cultura contemporanea».

Sarebbe fin troppo facile rispondere che un’impressione analoga di sovrabbondanza potrebbe averla un professore ordinario di pedagogia generale che voglia trovare informazioni sulla poesia dei simbolisti minori tra Ottocento o Novecento, o un professore di matematica intento a capire cosa accade nell’ambito della ricerca sulle angiosperme: rimane da capire il motivo per cui, anziché avviare e promuovere una ricerca interdisciplinare seria e scientificamente fondata sulla didattica della letteratura, molti letterati si prodighino da vent’anni nella scrittura di articoli e pamphlet contro la pedagogia – anticipando, tra l’altro, un atteggiamento tipicamente populista, che nell’epoca dei social media sembra rendere impossibile ogni argomentazione approfondita e fondata su quei famigerati dati quantitativi e sperimentali che Ferroni con tanta leggerezza demonizzava, e che ancora oggi non sembrano interessare agli intellettuali, pronti a criticare “l’impalpabile beneficio pratico” degli studi pedagogici ma meno disposti ad occuparsi di didattica se non attraverso la mediazione dell’editoria scolastica, che peraltro avrebbe più di una responsabilità nella trasmissione inconsapevole di determinate teorie pedagogiche attraverso tecniche didattiche facilmente standardizzabili (rinvio su questo al mio Che effetto fa l’insegnamento).

Paolo Giovannetti nel 2006 richiamava i letterati alle loro responsabilità. Temo sia stata l’ultima chiamata, poiché dal 2007 la scuola italiana ha intrapreso un percorso riformista che di fatto non si è giovato del contributo degli intellettuali di area umanistica, che erano forse impegnati altrove o che, più probabilmente, non erano attrezzati per discutere con gli odiati “tecnocrati” di Bruxelles.

Oggi che queste riforme – penso soprattutto alle Indicazioni nazionali – andrebbero responsabilmente applicate – perché su questo si fonda il rapporto tra la funzione pubblica dell’insegnante e i cittadini, sul rispetto della legge – gli intellettuali potrebbero dare un contributo fondamentale innanzitutto tirandosi fuori dal populismo antipedagogico che loro stessi hanno inventato, e poi collaborando alla costruzione di un clima favorevole all’analisi critica dei bisogni educativi e degli effetti dell’istruzione (di tutta, e nel caso specifico di quella letteraria) sui nuovi cittadini.

Abbiamo bisogno di dati, di verifiche, di conferme o di smentite, è inutile nasconderlo. E se quelli che abbiamo sono inadeguati – come io stesso penso e dico pubblicamente da anni riguardo alle prove Invalsi – diamo una mano a fare meglio di quanto siamo riusciti a fare fino a oggi. Abbiamo bisogno delle scienze sociali, psicologiche e pedagogiche per poter parlare in modo fondato del rapporto le discipline, gli oggetti culturali, e le persone, i nostri alunni.

Siamo ancora in tempo, noi letterati, a collaborare alla costruzione della scuola democratica: ho l’impressione che il nostro vero lavoro debba ancora cominciare, e che debba necessariamente iniziare dall’abbandono definitivo di quella posizione egemonica che più o meno esplicitamente rivendichiamo ogni volta che attacchiamo gli esperti delle altre discipline.

Commenti
4 Commenti a “Il populismo antipedagogico, il controriformismo e il ruolo degli intellettuali”
  1. Daniel Di Schuler scrive:

    Non so nulla di motori e non mi permetterei mai di dare consigli al mio meccanico. Se però la mia auto non dovesse partire, dopo una riparazione, non esiterei a fargli notare che qualcosa ancora non va. Con lo stesso spirito, mi sento poter dire che nostra scuola non suscita curiosità né diffonde cultura come dovrebbe. Non lo fa ora né lo ha mai fatto. Qualche arida cifra, per capire a cosa mi riferisco. L’italiano medio acquista solo un libro l’anno e in meno della metà dei casi si tratta di un’opera letteraria. Non solo; il 40 per cento dei diplomati e il 20 per cento dei laureati smettono di leggere nel momento stesso in cui consegue il proprio titolo di studio. Dati che fotografano un paese sull’orlo dell’analfabetismo ma che sono in miglioramento, seppur lievissimo, rispetto a quelli del recente passato; che non possono essere contrapposti a quelli di un’età dell’oro che non c’è mai stata. Non so a cosa si debbano. Non so perché da noi si legga tanto poco (una frazione a volte minima di quel che si legge negli altri paesi sviluppati). Sospetto che una scuola che ancora segue sostanzialmente il modello prussiano non sia estranea al fenomeno. Immagino che un insegnamento delle lettere che prevede che gli autori si “facciano” ma, in buona sostanza, non si leggano, contribuisca assai poco a far nascere negli studenti l’amore per i testi. Quel che è sicuro è che il nostro sistema educativo (tutto il sistema, famiglie comprese) non funziona. Non devo citare i dati Ocse sulla tragica impreparazione della nostra forza lavoro per tornare a dimostrarlo. Non devo neppure fare riferimento agli studi recentemente condotti sulla bassissima comprensione degli scritti della nostra popolazione adulta. Mi basta guardare allo stato in cui è ridotta la nostra democrazia. Non c’è più dibattito politico, inteso come confronto tra soluzioni possibili a problemi reali. Resta, appunto, solo uno scontro di populismi per guadagnarsi il voto di cittadini disinformati e privi di strumenti critici.

  2. /quasiscrive/ scrive:

    “Non c’è più dibattito politico, inteso come confronto tra soluzioni possibili a problemi reali. Resta, appunto, solo uno scontro di populismi per guadagnarsi il voto di cittadini disinformati e privi di strumenti critici.”

    Questa è la politica come la intendevano i Sofisti, aborrita da Platone. Scrivi per difendere il Bene senza volerlo conoscere. Solita solfa di sinistra.

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