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Populismo Borges

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di Andrea Meregalli

Tra le semplificazioni attorno al nome di Borges, quella che più mi disturba e al contempo interessa è relativa alla sua presunta esclusività. Quando si dice Borges si intende lo scrittore per pochi. Il cerebrale, intellettuale, mentale Borges. Lo scrittore per gli scrittori, per gli uomini – ovviamente uomini – di cultura, per i professoroni (cit.), per gli acculturati, per i borghesi con il vizio dell’ipercorrezione (cit.), per i vincenti e altre cazzate simili.

Mi disturba perché leggendo Borges da vicino e ormai da un po’ mi sembra che la sua opera vada addirittura nella direzione opposta e che Borges abbia sofferto questa posizione decentrata, poco sociale e pochissimo popolare. E che ora sia sventolato da gente tipo Alessandro Meluzzi oppure Matteo Renzi in rappresentanza di soggetti sovraesposti – rappresentanza che probabilmente anelava tanto quanto respingeva – mi sembra ingiusto.

C’è questa intervista in italiano dove, in maniera patetica oppure tenera, dice che si innamora tutti i giorni, pure adesso, dice, a ottant’anni suonati. Ecco, questo era Borges.
Oppure se pensiamo ai suoi trenta, quarant’anni; quanto deve averlo tormentato l’amicizia, la vicinanza con Bioy Casares, un uomo che si portava a letto una donna sposata nell’incedere di un pomeriggio, a Parigi?
Jorge, una cosa tira l’altra. Voglio dire, sai com’è. Certo, Bioy, figurati se non lo so.

L’affascinante e atletico Bioy Casares, il tennista, perfettamente a suo agio con l’altro sesso, lo stesso Bioy a cui Borges fa dire nel racconto con cui inaugura di fatto la propria carriera – il primo racconto del suo primo libro di racconti – che “gli specchi e la copula sono abominevoli”.
Sembra la sottile vendetta da niente dell’amico introverso e con serissimi problemi di vista, Borges Jorge Luis.

E mi interessa perché dimostra come utilizziamo e consideriamo la cultura. Citare Borges esibendolo come fosse una patente, per dimostrare qualcosa, per assumere una posizione. Del tipo: sai, leggo Borges. Del resto, il mio titolo di studio attesta come mi sia concesso trattare taluni argomenti.
È forse l’ennesimo capovolgimento di fine e mezzi e la perfetta rappresentazione del XXI secolo in cui non aspettiamo altro che seguire indefessamente qualcuno che sia titolato a pensare per noi oppure che un nostro titolo ci preceda, parli o pensi per noi.

Ma Borges non era questa cosa qui. Non avrebbe messo delle foto con sguardo truce sui social network postando tutti gli articoli che parlavano del suo libro o le classifiche di vendita di Finzioni, altro cortocircuito di senso strettamente apparentato a quello di cui sopra. Non sei (necessariamente) bravo perché hai studiato. Non sei (necessariamente) bravo perché hai venduto.

Borges voleva essere populista senza essere popolare. Era un introverso che scriveva libri. Era nerd per davvero. Era una cosa e accettava di non essere il suo opposto. Era forse la sua unica forma di radicalismo; Borges, l’antiradicale se ne esiste uno.
Al di là di tutto il “filone gaucho”, praticamente metà della sua proposta narrativa, e del suo ultralocalismo, anche nei racconti per così dire cosmopoliti o come piace dire a me facendo inorridire un po’ gli amici che si parlano addosso utilizzando un linguaggio affettato ed escludente per farsi capire solo da sé stessi e dai loro sodali, di finzione scientifica – del resto Borges è un boss dello sci-fi e il suo nome dovrebbe comparire accanto a quello dei vari Poe, Le Guin, Clarke, Dick, Ballard o Chiang quando parliamo di sci-fi e affini– Borges assegna l’elemento fantastico attorno al quale muove lo stupore sempre o quasi all’uomo della strada, al tizio ordinario, periferico, anonimo, subalterno, sconfitto oppure banale quando non stupido. Normale: quello che Borges – chissà – avrebbe voluto essere. Un tizio da niente, che si gode l’esistenza.

Se leggiamo Borges ci accorgiamo che la cosiddetta narrativa colta di Borges è anche una presa di coscienza dell’inferiorità della speculazione dinnanzi all’azione. La subordinazione del libro davanti alla vita. Certo, è solo una delle chiavi di lettura di un’opera-bussola, che ha prefigurato molto, ma esiste ed è bella grossa per non cominciare a farci i conti sul serio.

Lo Zahir e L’Aleph

Accoppio questi due racconti perché hanno una struttura simile.
In entrambi muore una donna che non ricambia le attenzioni di Borges (che strano) e di cui Borges è innamorato (che strano) e in entrambi i racconti lo stesso Borges è uno dei protagonisti.
Nello Zahir, Borges ci spiega che cos’è un ossimoro. Ovvero l’applicazione a una parola di un epiteto che sembra contraddirla. Introduce il suo ingresso in una mescita dopo essere stato alla veglia per Teodelina Villar, come una “specie di ossimoro”. Dall’ultimo saluto alla mondana e aristocratica Teodelina – ortodossa nei confronti della moda come i fedeli di Confucio e gli osservanti del Talmud lo sono rispetto alle spiritualità cinesi ed ebree (un passaggio davvero memorabile) – all’ambiente popolare di una mescita dove alcuni uomini giocano al Trucco. È lì che Borges ordina un’aranciata (sic.) e nel resto gli rifilano lo Zahir, “una moneta comune, da venti centesimi”. Lo Zahir, l’oggetto magico, è una moneta che vale poco, tagliata e graffiata. E ce l’aveva una mescita, più un “bar-tabacchi-Campari-col-bianco”, come immagine, che un’enoteca dove fare l’aperitivo al calice.

Da lì partono oppure proseguono altre letture e altri racconti, ma a noi interessa capire dove Borges colloca lo Zahir, il fantastico. (Lo Zahir è una tigre, un cieco islamico lapidato, un astrolabio gettato in mare, una piccola bussola, una vena nel marmo di una moschea, il fondo di un pozzo in un ghetto).

Nell’Aleph, invece, il fantastico è situato nella cantina di una villa. Un ambiente diverso, non fosse che la villa è di Argentino Daneri, il cugino che si trombava Beatriz Viterbo (la morta) e che è uno scrittore iperborghese, istruito, moderno, arrivista e pedante che sembra prefigurare la schiera degli esibitori di Borges del XXI secolo. Borges lo descrive come una sorta di povero coglione; “tanto inette mi parvero quelle idee, così pomposa e vana la loro esposizione, che le posi immediatamente in relazione alla letteratura”. Dando così agio allo splendido e micidiale apparentamento “ostentazione-coglioneria” attraverso il quale ha bullizzato spesso e con gaudio.

Daneri voleva mettere in versi “la rotondità del pianeta”, nientemeno. Perché è suo, l’Aleph; “il luogo in cui si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, il punto in cui convergono tutti gli spazi e tutti i tempi. “È mio, è mio; lo scoprii da bambino, prima che andassi a scuola”. Gnegnegne.
Il fantastico è in uso a un tizio da niente, insomma; un tizio che occupa lo stesso spazio di Borges, la cultura, ma la interpreta in maniera opposta: un autore banale, mnemonico, machiavellico, superficiale e come se non bastasse capace di portarsi a letto sua cugina.

La scrittura del dio

Questo racconto, che forse ha popolato i sogni di Ted Chiang e del suo enorme Storie della tua vita, di cui sembra un prodromo, racconta la vicenda di “Tzinacàn, mago della piramide di Qaholom, che Pedro de Alvarado incendiò”; a parlare, cioè, è un messicano precolombiano prima della cancellazione della sua cultura.
Qaholom è una parola in lingua k’iche’, idioma mesoamericano che fa parte del gruppo delle lingue maya, significa “padre” e si riferisce a uno spirito primario che precedette la creazione del mondo. Secondo il concetto Quiché di spiritualità binaria, Qaholom era accompagnato da Alom (“per dare alla luce”), la Grande Madre. Nonostante non sembrino attestate piramidi di Qaholom al tempo della conquista del Messico, le piramidi erano di certo un’architettura standard delle culture Maya e Azteca.

Ed ecco un altro classico borgesiano: l’interpolazione. Borges sembra inserire un elemento possibile all’interno di un riferimento storico verificabile e dunque vero. Una piccola finzione all’interno di una verità, che piega il concetto dall’interno, facendolo diventare altro: qualcosa di non del tutto vero, qualcosa di non del tutto falso.
Borges negli anni Cinquanta ci stava già insegnando a uscire dalla dicotomia vero/falso per andare verso la più utile dicotomia possibile/impossibile, concetto che oggi determina la comunicazione convulsa e centrifuga che ci gira attorno. Ma è un altro discorso.
Torniamo a Tzinacàn, che decifra un messaggio divino, una scrittura divina, sul manto di un giaguaro con il quale condivide una carcere “profondo e di pietra”.

Dice Tzinacàn che si tratta di “una formula di quattordici parole casuali (che sembrano casuali)” e che “mi basterebbe pronunciarla ad alta voce per essere onnipotente”. Spoiler: non lo farà.
Ma è comunque lui ad avere avuto accesso al fantastico: Tzinacàn che si avvia all’estinzione, sconfitto dalla forza degli europei (gli stessi che genereranno via genocidio gli statunitensi che oggi determinano l’occidente e praticamente tutto quello che facciamo o guardiamo), un perdente nel senso letterale di un tizio che ha perso, condannato per sempre all’oblio.

Funes

Un argomento super sci-fi o come dicono quelli che hanno fatto l’Erasmus in Grecia, un topos della fantascienza, è ovviamente l’alterazione della memoria. L’abbiamo letta e vista in tutte le salse. Ci piace. In Borges ad averne le chiavi è “uno Zarathustra selvatico e vernacolare” e credo che in questo caso il nostro Georgie non potesse essere più esplicito di così. Ancora una volta l’accesso al fantastico è roba per tizi come Ireneo Funes (nome di gatto bellissimo, casomai), cioè un ragazzo “celebre per alcune stranezze, come quella di non frequentare nessuno e di saper sempre l’ora come un orologio. […] era figlio d’una stiratrice del paese, María Clementina Funes, e [che] suo padre, secondo alcuni, era un inglese O’Connor, medico agli stabilimenti; secondo altri, un ranchero del distretto del Salto. Viveva con sua madre in una fattoria dietro la villa dei Lauri”.
Funes, dotato di una memoria oltreumana, è dunque un giovane paesano solitario, figlio bastardo di una domestica, di lì a breve pure invalido (spolier), un ottimo esempio di subalternità sociale in salsa Borges.

Le rovine circolari

Comincia con uno sbarco. Il protagonista, destinato a diventare una divinità con ampio accesso al fantastico, possiamo definirlo una sorta di rifugiato e pure vagabondo. Occupa un recinto circolare “ciò che resta d’un tempio che antichi incendi divorarono, cui profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini”. Vive delle offerte degli indigeni, che lo temono e lo tributano in maniera eguale. In realtà è un mago. Un mago che preannuncia la sintesi tra pensiero positivo e chaosmagic con la quale l’alt right ha vinto le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, arrivando a fare eleggere un uomo come Trump alla Casa Bianca. Ma non divaghiamo.

In questo racconto Borges torna apertamente a parlare di magia, insomma. Della “sorella falsa della scienza”, come diceva qualcuno, la cifra ultima per dimostrare arretratezza nei popoli non europei; popoli da civilizzare e colonizzare. La magia come credenza degenerata e inferiore, simbolo di alterità; perfetto tema per un racconto di Borges che ci permette di guardare un ministro magico da molto, molto vicino. Ancora una volta il dito di Borges non punta in alto, ma in basso. O meglio: punta in alto, ma noi siamo a testa in giù.
Borges non ci fa guardare uno scienziato, da vicino. Borges del resto non è la televisione.

Tlön, Uqbar, Orbis Tertius

In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius il primo elemento fantastico compare all’interno di un libro. Ma non in un libro qualsiasi: in un’enciclopedia. Una forma compendio, sunto, bigino che piaceva enormemente a Borges. L’enciclopedia è un sistema di cognizioni flash, essenziali, semplificate attraverso il filtro della competenza al fine di risultare accessibili a un vasto pubblico. L’enciclopedia è una pubblicazione che mira alla vastità. È dunque il contrario di un oggetto elitario. Ed è ancora una volta all’interno di questi ambienti che Borges colloca il fantastico.

Più avanti, quando il fantastico comincia a bucare la realtà, in quello che è un racconto che potrebbe bastare a un lettore per tutta la vita, due personaggi sorpresi dalla piena del fiume Tacuarembò si coricarono in un rifugio d’occasione ma “ci tennero svegli fino all’alba le escandescenze d’un vicino invisibile, che pareva ubriaco e alternava bestemmie inestricabili con frammenti di canzoni lamentose: o meglio, con frammenti d’una sola canzone lamentosa. Com’è naturale attribuimmo quell’insistente baccano all’amicizia del padrone per il proprio vino… Ma all’alba, trovammo l’uomo morto nel corridoio. L’asprezza della sua voce ci aveva ingannato: era appena un ragazzo. Nel delirio, gli erano cadute dalla cintura alcune monete e un cono di metallo lucente, del diametro di un dado. […] Io lo tenni in mano per alcuni minuti e ricordo il suo peso intollerabile, che perdurò anche dopo che l’ebbi lasciato. [… ]Nessuno sapeva nulla del morto, tranne che “veniva dalla frontiera”. Questi coni piccoli e pesantissimi (fatti d’un metallo che non è di questo mondo) sono l’immagine della divinità in certe religioni di Tlön”.

Ancora, il possesso del fantastico – in questo caso addirittura extraterrestre e simbolo del divino – è affare per un ragazzino forse ubriaco e di certo blasfemo, che viene dalla frontiera, dai margini e che muore da solo in un corridoio.

E le donne?
Beh, la condizione di protoincel in cui versava Borges è rintracciabile nel trattamento del genere femminile. Nell’opera di Borges quando la donna non è morta – vedi sopra – oppure secolare e ombrosa (Ulrica) oppure compagna lussuriosa del gaucho di turno, è semplicemente assente o fa la fine di Juliana Burgos del racconto L’intrusa; contesa tra due fratelli, mercificata e schiavizzata, inevitabilmente uccisa, sacrificata in nome di una fratellanza vagamente incestuosa che cominciava a vacillare davanti all’amore che entrambi provavano per Juliana.

Fun fact: il finale del racconto è opera della madre di Borges e fa così: “Al lavoro, fratello. Poi ci aiuteranno gli avvoltoi. Oggi l’ho uccisa. Che resti qui con i suoi stracci. Ora non farà più danni”. E questa è la madre di Borges che conclude un racconto di Borges che parla di femminicidio.
Poi uno dice come mai non vedeva le donne manco da lontano.

Del resto Borges faceva l’amore con i libri.
Nope.
Ma di certo Borges parlava con chiunque come se chiunque fosse interessato alla letteratura.
Che eccentrico! No, no.
A Borges – l’autore raffinato, elitario, eccetera – sembrava normale abbattere, attualizzare, liberare un argomento come i libri, come la lettura, dall’appropriazione indebita da titolo di studio, prosperità, classe e prestigio sociale del quale i libri e la lettura sono ammantati. E dunque parlava con tutti di libri, come se tutti avessero un’opinione sui libri esattamente come ce l’hanno sul meteo, il calcio e la politica.
Forse il modo migliore per avvicinare le persone ai libri.
Una bella lezione che non abbiamo imparato.

Commenti
11 Commenti a “Populismo Borges”
  1. Andrea scrive:

    Grandissimo pezzo!

  2. cesare scrive:

    Molto interessante, peccato il populismo di quelle espressioni: “cazzate”, “coglione”

  3. Antonio scrive:

    Borges scandaglia la mente. Borges è di tutti, a patto di avere una struttura mentale che produca pensieri! Sarei curioso di sapere cosa suscita Borges in gentucola come Renzi o Meluzzi! Credo lo usino come esibizionismo d’accatto.

  4. sergio garufi scrive:

    Tutto molto approssimativo. Si lamentano le semplificazioni intorno all’argentino e poi vi si ricorre a man bassa. Un po’ come Renzi, che declamò una falsa poesia di Borges sull’amicizia all’università di Buenos Aires per suggellare il rapporto molto stretto fra i due popoli, facendo ovviamente una figura di merda. Ad ogni modo si può non essere elitari, non avere il titolo di studio giusto e non godere di alcun prestigio sociale ma amare lo stesso Borges e non amare questo tipo di scrittura finto populista e in realtà insopportabilmente snob.

  5. @sergio garufi
    Ecco, appunto. Che fortunello a ricevere un commento che corrobora l’articolo! Insomma, grazie per le tue precisazioni: ma è tutto nel pezzo. L’arcinota faccenda Renzi con link, voglio dire, ha pure un colore diverso.
    E “Ad ogni modo si può non essere elitari, non avere il titolo di studio giusto e non godere di alcun prestigio sociale ma amare lo stesso Borges e non amare questo tipo di scrittura finto populista e in realtà insopportabilmente snob” è letteralmente la tesi dell’articolo: 15k battute. Un po’ lungo da leggere tutto, in effetti.
    Dai, non ti arrabbiare se altri scrivono o parlano oppure hanno opinioni attorno al nome di Borges – hey, ecco un’altra tesi dell’articolo – è il bello della lettura, dei libri e di tutto quanto.

  6. sergio garufi scrive:

    interessante. quindi la tesi del tuo articolo è che anche chi scrive col tuo stile finto populista e insopportabilmente snob può essere un buon lettore? non credo proprio, e infatti non hai capito neanche un breve commento. ad ogni modo tranquillizzati, l’ho letto tutto il tuo articolo. purtroppo.

  7. Ma neanche nella più rosea delle aspettative, davvero!
    Cioè, sei la reificazione del mio pezzo: è incredibile!
    Un esemplare di Daneri look-a-like, sventolatore di Borges, Meluzzi delle belle lettere. No, va beh. Troppa, troppa grazia. Qualcuno potrebbe pensare che mi sia commentato da solo. No, no! Invece esisti. Facciamolo presente. Specifichiamolo pure. Sergio Garufi esiste. È uno scrittore vero. Uno scrittore che scrive per benino e che legge ancora meglio! È uno studioso di Borges! Lo ha pure incontrato e ha scritto resoconti miliari tipo “Scrivere per dimenticarsi”. Wow, (ma come ti vengono i titoli?). Che emozione, il nostro Alberto Manguel!
    Ma, perdonami. Curiosità. Perché te la prendi tanto? Perché sei così aggressivo? Perché pensi che la lettura di Borges sia roba per pochi? Per te e per chi, di grazia?
    Possiamo parlare anche noi di Borges? Possiamo leggerlo come ci pare e condividere le nostre impressioni e idee? Oppure dobbiamo tutti quanti scrivere di labirinti, specchi e tigri per altri 50 anni senza aggiungere nulla, perché così piace a voialtri? Saluti.

  8. sergio garufi scrive:

    nei commenti scrivi anche peggio che nell’articolo, il che è tutto dire. daneri-look-alike, noi-voialtri, che tristezza. en passant, i titoli li fanno i giornali, non gli autori dei pezzi. neanche le basi.

  9. Elena Grammann scrive:

    Gentile Sergio Garufi,
    l’autore dell’articolo rivendica il diritto di leggere Borges come gli pare e di condividere le sue impressioni e idee – diritto che nessuno pensa di negargli, così come nessuno dovrebbe alterarsi se i lettori esprimono le loro impressioni e idee riguardo all’articolo stesso.
    Detto questo, le tesi di Meregalli mi sembrano fondamentalmente due:
    – Borges non ha scritto per un pubblico di accademici – ma ci si chiede quale scrittore si autocondannerebbe all’irrilevanza facendo una cosa del genere;
    – i protagonisti di Borges non sono degli accademici vincenti (?), bensì piuttosto degli “sfigati”, o, se vogliamo usare un termine più corretto, dei marginali, eventualmente invidiosi di quelli che “si godono la vita”. Quindi il popolo dei più o meno sfigati (cioè più o meno tutti noi che leggiamo libri) sono autorizzati a sentirsi i destinatari dell’opera di Borges.
    A parte il fatto che chiunque legga con piacere un’opera è ipso facto un destinatario di quell’opera, mi pare che Meregalli analizzi (un po’) il cosa, ma trascuri di illuminare, anzi oscuri, il come – cioè alla fine tutto il fascino e la magia di Borges.
    Borges non è uno scrittore facile; richiede lentezza di lettura, riflessione, sedimentazione. Il suo fascino – e la sua bravura – stanno nelle profondità che vengono aperte una dopo l’altra e che sono – quelle sì – ossimoriche. Ad esempio io non sono affatto convinta che il giudizio che l’autore (non l’io narrante!) porta, e che il lettore dovrebbe percepire, su Carlos Argentino Daneri sia così inappellabilmente negativo. Se non c’è questa percezione della profondità (che è di ogni riga) il discorso rischia appunto di rimanere, come lei giustamente rimarca, approssimativo.
    Purtroppo viviamo in tempi bui – e non lo dico perché io sia contraria alle attualizzazioni, anzi. Il problema è che, nel buio piuttosto diffuso di questi tempi, attualizzare vuol dire mettere pari merito, nel gran calderone del fantastico, Ludovico Ariosto e Licia Troisi.
    Che fare allora? Io sono per resistere e protestare – e cercare altri criteri, ridefinire senza appiattire.
    Le esprimo, gentile Garufi, la mia sincera solidarietà.

  10. Stiamo volando sempre più alto. Grazie.
    Solidarietà a entrambi.
    Mi raccomando: resistete e protestate.

  11. Elena Grammann scrive:

    Mi scusi Sig. Meregalli, ha ragione, ho sbagliato tono.
    Non mi ero accorta che era tutto per ridere.

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