SIMBOLICA GIUSTIZIA AGENZIA BETTOLINI (Agenzia: DA RACHIVIO)  (NomeArchivio: PAV-G1ig.JPG)

Populismo penale. Una risposta a Massimo Gramellini

SIMBOLICA GIUSTIZIA AGENZIA BETTOLINI (Agenzia: DA RACHIVIO) (NomeArchivio: PAV-G1ig.JPG)

Massimo Gramellini, nel suo editoriale del 2 giugno sul Corriere della Sera, si scaglia contro il sistema giudiziario reo di non aver saputo, a suo dire, intuire la pericolosità sociale di Serif Seferovic. Il giovane, gravemente indiziato di essere il responsabile della morte delle tre ragazze rom morte carbonizzate il 10 maggio scorso a Roma, è anche l’autore del furto della borsa della studentessa cinese Zhang Yao, morta travolta da un treno mentre inseguiva lui e l’altro autore dello scippo.

Gramellini, pur ammettendo “che, dal punto di vista giuridico, la decisione di lasciarlo uscire non facesse una piega”, puntualizza sul fatto che “ci sono casi in cui questo esito ripudia al nostro senso più profondo di giustizia”. E quindi tuona: possibile che “la morte accidentale della vittima […] non abbia suggerito qualche precauzione speciale” come un obbligo di firma o un braccialetto elettronico? Gramellini ovviamente sa che la sua è una domanda capziosa, che se la morte di cui parla è accidentale e non provocata nemmeno per effetto colposo non può produrre alcun effetto restrittivo. Ma preferisce cavalcare l’indignazione e regalarci una perla di “populismo penale” sapientemente costruita dal punto di vista retorico.

Ovviamente non ha senso alcuno – e non è l’obiettivo di questo articolo – difendere le azioni indifendibili di Seferovic (che è comunque, al momento, ancora “gravemente indiziato”). Ammettiamo pure che sia colpevole di tutto ciò che gli si ascrive e che meriti, giustamente, la nostra riprovazione più convinta. Resta, tuttavia, da domandarsi che cosa avrebbe dovuto fare un giudice di fronte ad uno scippo, per quanto con un esito – “accidentale”, a detta di Gramellini – tragico. Probabilmente avrebbe dovuto saper scrutare nelle nebbie del futuro. Perché, a meno che non si voglia ritenere potenziali omicidi tutti i ladri e ladruncoli, magari con l’aggravante dell’origine razziale, non è dato sapere con quali criteri si sarebbe dovuto procedere.

Per la cronaca – che Gramellini omette nel suo pezzo – Serif Seferovic è stato condannato a due anni di reclusione per lo scippo ed era fuori perché, come accadrebbe a ogni persona incensurata, ha usufruito della sospensione condizionale della pena. Proprio perché stiamo parlando di uno scippo. Qualcosa di molto lontano dalla “licenza di uccidere” a cui allude Gramellini con il titolo del suo editoriale, disegnando l’Italia come un paese dove “scontare la pena è ormai considerata una bizzarria”. Un paese – aggiunge dopo – “costretto a rimettere in strada i condannati che non è in grado di ospitare nelle sue poche e fetide carceri”. Il che, a dirla tutta, è una bella contraddizione, perché non si capisce come mai le carceri siano così tanto piene visto che la pena, secondo lo stesso autore del pezzo, non la sconta più nessuno.

Ammettiamo però che la catena di eventi innescata dalla liberazione di Seferovic, che avrebbe portato a un esito tremendo come l’omicidio delle tre ragazze di Roma, non sia qualcosa di imponderabile, ma un vulnus del sistema giudiziario. Un effetto indesiderato e deprecabile. Gramellini, che a marzo in quello stesso spazio del Corriere si scagliava contro i genitori che non vaccinano i propri figli, dovrebbe sapere bene che gli effetti di un sistema si valutano sui dati generali e non sul caso singolo. Chi sostiene l’utilizzo dei vaccini esorta a guardare alla situazione nel suo complesso, che vede praticamente debellate alcune malattie, piuttosto che al singolo caso dove si manifesta un effetto indesiderato. Se guardiamo alla situazione generale italiana vediamo che gli omicidi sono calati anche quest’anno, nonostante l’Italia sia un paese afflitto dalla piaga della criminalità organizzata. I fattori che portano a questo risultato sono molteplici e non riguardano solo il sistema della giustizia. Ma sicuramente un simile quadro lascia intendere che, dal punto di vista della prevenzione di questo specifico reato, l’Italia stia lavorando bene.

Forse ha ragione l’editorialista del Corriere quando dice, in conclusione del suo pezzo, che “la Giustizia non sa più parlare alla Vita”. È quello che capita quando un’istituzione gestisce un meccanismo complicato e difficile da raccontare come quello giudiziario, che deve mantenere un equilibrio difficile affondando le mani in vicende che provocano reazioni profonde, dall’indignazione per i colpevoli alla compassione per le vittime. Forse il compito di tradurre tutto questo in una lingua “comprensibile alla Vita” dovrebbe spettare ai professionisti della comunicazione. Ovviamente quando non preferiscono parlare la stessa lingua della pancia del paese.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
4 Commenti a “Populismo penale. Una risposta a Massimo Gramellini”
  1. mauro scrive:

    Mi colpisce questo disprezzo per la pancia – come se un uomo dotato solo di cervello fosse meno mostruoso di uno dotato soltanto di pancia. Per il resto il populismo penale di Gramellini non mi pare confutato da questa esibizione di garantismo altrettanto populista, mi pare, anche se il popolo cui si rivolge è quello dei cervelli indubbiamente illuminati e delle coscienze certamente più civili: populismo, per me, è dira al popolo cui si pensa di appartenere quello che il popolo vuole sentirsi dire, senza per questo scomodare se stessi e soprattutto la verità. Resta poi da definire quale delle due esibizioni porti più acqua al mulino dei Salvini, per esempio, che del populismo sono l principali beneficiari politici. Io sono soltanto ignorante di legge e mi chiedo se la sospensione condizionale della pena valga in automatico per tutti gli incensurati oppure se il giudice possa concederla o meno, a seconda delle circostanze e dei fatti. In questo secondo caso, non dopo aver scrutato nelle nebbie del futuro, ma dopo aver guardato la foto di Zhang Yao, non avrei scarcerato Seferovic, e gli avrei fatto scontare i due anni di pena per scippo fino all’ultimo giorno previsto dalle nostre leggi.

  2. Isa scrive:

    Il dramma legato alla scarsa conoscenza dei meccanismi di base del diritto civile e penale (che a mio avviso, e non sono persona di legge, dovrebbero essere insegnati almeno nei rudimenti fin dalle scuole medie, perché ci riguardano tutti), è la facilità con cui si finisce per confondere il diritto stesso con la “giustizia”. A rischio di sembrare cinica, sono due cose diverse: e per giunta, là dove la giustizia è un ideale quasi trascendente, a cui tendere sempre ma senza mai alcuna certezza di raggiungerlo (il che non lo rende molto diverso da una chimera), il diritto è invece uno strumento umano, e dunque fallace per definizione, e per giunta in continuo divenire, mai fissato una volta per sempre (e per fortuna). Non possiamo tutti laurearci in legge, certo: però, se ci sentiamo ignoranti, oggi abbiamo più strumenti che in passato per provare a chiarirci le idee (per esempio, https://it.wikipedia.org/wiki/Sospensione_condizionale_della_pena). E documentandoci un poco, forse, possiamo arrivare a capire che nel pezzo di Graziani non c’è alcuna esibizione di garantismo populista (che poi, cosa sarebbe? E semmai, per stare nel “gioco” di Graziani si dovrebbe dire “populismo garantista”…), bensì un tentativo di spiegare, nemmeno troppo in punta di diritto, quale fosse la ragione concreta per cui l’individuo di cui si parla fosse a piede libero, e quali siano i limiti dell’azione giudiziaria… che, va ripetuto, ha per oggetto l’uso più corretto ed equanime dello strumento-diritto, e non la ricerca della giustizia. Perché di giustizia ognuno concepisce la sua, mentre il diritto (a fatica, tra continui scivoloni lievi e gravi, quel che si vuole) tenta di essere uguale per tutti.

  3. Isa scrive:

    (…quale fosse la ragione concreta per cui l’individuo di cui si parla ERA a piede libero. Mi scuso per lo spreco di congiuntivi scriteriati.)

  4. Daniel Di Schuler scrive:

    Nessun sistema di prevenzione-repressione può essere perfetto. Siamo diventati, però, uno dei paesi più sicuri del mondo. Se proprio vogliamo occuparci di sicurezza, potremmo forse dedicare elzeviri ai fenomeni che ci hanno portato a ridurre di cinque volte (nell’arco di un solo quarto di secolo) il numero annuo degli omicidi. E’ la giustizia civile, piuttosto, ad essere un nostro vero problema. Per più di un verso, addirittura il Problema. I nostri tribunali sono i più lenti del pianeta, inclusi i paesi in via di sviluppo e quelli che non si svilupperanno mai. Secondo l’Ocse, i tempi della nostra giustizia civile sono la causa prima (altro che art. 18) della mancanza di investimenti stranieri in Italia. Perché non ce ne occupiamo? Perché l’informazione ridotta a business deve fornire a lettori e telespettatori la loro razione di paura quotidiana e non può certo sprecare titoli in prima pagina per delle fatture non pagate. Perché la nostra peggior politica, che di quell’informazione è figlia (il mezzogiorno della democrazia liberale coincide con quello dei grandi quotidiani; il suo tramonto …) preferisce cavalcare quest’assurda ondata di paura che scontentare decine di migliaia di elettori (giudici, uscieri, avvocati o quel che siano) proponendo loro di cambiare i propri inveterati comportamenti. Detto questo, Gramellini ha deluso anche me. Non serve un grande giornalista per unirsi ai cori che sulle prima pagine e nelle piazze chiedono sempre maggior “severità”. E’ un operazione che, in questi tempi assurdi, è alla portata di qualunque politicante in cerca di facili consensi.

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