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Su Post-Pink, l’antologia di fumetto femminista

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di Simone Tribuzio

Che il linguaggio del fumetto abbia cominciato a parlare al femminile? Una domanda che risulta errata sin dal principio, perché il fumetto italiano vede coinvolte a pieno, e da un bel po’, diverse autrici; che con il tempo sono riuscite ad ottenere grandi riconoscimenti accademici. Basta pensare al nome di Bianca Bagnarelli, o solamente a quello di Sara Pichelli, creatrice grafica di Miles Morales, nonché protagonista del film vincitore del Premio Oscar (miglior film d’animazione) Spider-Man: Un nuovo universo.

Quest’ultimo esempio, poi, smonta definitivamente il cliché dell’autrice che deve a tutti costi rivolgersi ad un pubblico esclusivamente composto da donne. Nel frattempo non è stata ancora eliminata la tampontax, giusto per dire che nelle aule del Parlamento italiano non viene fatta – e anche questa volta – alcuna considerazione di una problematica che vede un bisogno.

Post pink – antologia di fumetto femminista, da poco nelle librerie, è un progetto volto a smontare pezzo per pezzo cliché, modi di dire, dogmi e recinti di ogni forma. Una raccolta in grado di dirci che il diritto di scegliere è il loro, così come l’identità che si vuole mantenere nella società.

Per comprenderne meglio meccanismi e comportamenti ho fatto qualche domanda a Elisabetta Sedda, curatrice del progetto; e a Silvia Rocchi, autrice dell’episodio Destino anatomico.

N.B.: a qualche settimana dall’intervista, Post pink è stato insignito del Premio Coco per il miglior libro di autori italiani a Etna Comics 2019.

Elisabetta, quali di queste autrici già conoscevi?

Tutte: l’antologia è nata insieme alla scelta delle autrici.

“Letteratura femminile, roba per donne, prodotti pensati per un pubblico femminile”, “le donne non possono fare rock o cimentarsi in alcuni generi”. Se ne dicono di ogni anche nell’intrattenimento letterario e non solo.
Possiamo invece dire letteratura di impegno civile femminista mettendo da parte ghettizzazioni e generi? E ce lo aveva dimostrato già trent’anni fa Margaret Atwood – per mezzo di una distopia – con Il racconto dell’ancella.

S.R.: I tempi sono bui ma maturi per poter affermare che sì, una donna può scrivere su di sé e al di fuori di sé senza per forza ghettizzarsi o limitarsi a piccoli spazi o confini ben delimitati. Ciò che è sicuro è che non bisogna mai abbassare la guardia o dare le cose per scontate, è lì che si annidano le paure dei più e si creano i pregiudizi o anche più superficialmente e semplicemente le etichette.

E.S.: Diciamo letteratura, punto. E in questo caso anche divulgazione: le donne che sanno raccontare sono tante e parlano a tutti. Dovremmo ascoltarle, sapendo che possono insegnarci qualcosa. Il termine “femminista” che compare nel sottotitolo di questa antologia è molto chiaro riguardo agli intenti e al contenuto del libro: dice che all’interno non si faranno differenze di genere, né ci saranno ghettizzazioni, anzi.

Il femminismo è inclusivo e vuole abbattere gli stereotipi che insegnano l’intrinseca incompatibilità di pensiero tra uomo e donna. Chi crede che le donne che parlano di donne (o che parlano in generale) non siano interessanti perché si rivolgono solo a un pubblico femminile sta mangiando solo una metà della mela.

Quando è germogliata l’idea di raccogliere le voci delle autrici più riconosciute del fumetto italiano e per una raccolta di racconti come Post pink?

E.S.: L’idea è maturata nel tempo ed è diventata concreta quando, dopo il #metoo, oltre a una corretta e consapevole presa di posizione di donne e uomini, si faceva strada anche una forte semplificazione del pensiero femminista, che di certo non può essere ridotto al solo Girl Power. L’idea di raccogliere tante autrici in un volume che parla del corpo femminile nasce dalla volontà di scrollarsi di dosso l’idea che non esistano singoli individui, ma “la donna”, con un solo destino di genere. La formula del fumetto, invece, deriva dalla mia formazione e dalla mia passione per questo linguaggio.

Di alcuni fatti più recenti (quello raccontato da Silvia Rocchi) e contesti storici (come in Mea vulva, di Cristina Portolano) ne eri già a conoscenza? Se no qual è stato il primo impatto leggendo le storie?

E.S.: L’impatto con tutte le storie, per fortuna, è avvenuto in una fase molto precedente alla lettura del racconto finito: per tutti i capitoli, il primo step è stato il soggetto, a cui poi è seguita la sceneggiatura o il layout, e infine la versione finale.

Ma prima ancora di individuare le autrici dell’antologia partivo da una riflessione personale che mi aveva portato non solo all’idea di un libro sul corpo della donna, ma anche alla mappa delle parti (fisiche o meno) da sviluppare, ai pregiudizi che mi premeva sfatare. Questi spunti mi hanno guidata nella scelta delle autrici: mi premeva sì fare un discorso corale, ma coerente, senza rinunciare all’emozione di vedere l’idea originale plasmata dall’artista.
Quando è arrivato il momento di trovare l’interprete del capitolo sul piacere, non ho avuto dubbi: sapevo di voler chiedere un contributo a Cristina Portolano. Lei però mi ha preso in contropiede, proponendomi l’ultima cosa che mi sarei mai aspettata di sentire. “Un racconto erotico? Ho quello che fa per te” mi ha detto. “Una storia su Ildegarda di Bingen.”

Non c’era niente di più calzante e al tempo stesso di più originale per trattare il tema. L’ho trovata un’intuizione geniale: ancora oggi la libido femminile suscita scalpore o ilarità, eppure la prima descrizione dell’orgasmo femminile l’abbiamo avuta in un’epoca di mortificazione della carne come il Medioevo, a firma di una figura tra le più eclettiche della Storia. Fa riflettere molto anche il fatto che tra le molteplici possibilità di parlare del piacere, la scelta sia caduta sull’autoerotismo. Forse è una prova di quanto sia giusta la riflessione di Sophia Wallace (citata nella storia di Silvia Rocchi).

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(vignetta di Cristina Portolano)

Come è stato invece leggere il racconto di Silvia Rocchi, dove è protagonista l’artista concettuale Sophia Wallace con la sua opera Cliteracy?

E.S.: Cliteracy è stato, se non il perno, uno dei punti di partenza da me condivisi con Silvia quando le ho presentato il progetto e in particolare il capitolo che avevo pensato per lei. L’anatomia femminile è un mistero per molti, ancora oggi. Mi premeva fare luce sia sugli stereotipi, sia sulla verità.

Quando Silvia ha accettato di far parte della squadra, oltre al lavoro di Sophia Wallace abbiamo considerato saggi, romanzi e altri spunti particolarmente ficcanti, non solo visuali o audiovisivi. Silvia ha poi rielaborato e arricchito ogni input, imbastendo così una fra le storie più articolate e complesse dell’antologia. Quindi, più che la scelta del cosa, in Destino anatomico mi ha colpito il come. L’atmosfera e le sensazioni che Silvia ci trasmette sono molto cupe, oscure, il suo “apparato femminile” è un non-luogo astratto e spaventoso in cui per tanto tempo hanno regnato pregiudizi, ignoranza, soprusi e violenza. Il finale giunge inaspettato e liberatore.

Quali visioni e impressioni sul tema hai riscontrato, leggendo i racconti delle tue colleghe?

S.R.: Mi sembra che il punto di questa antologia sia molto chiaro e ben esplicitato, si affrontano le più varie tematiche legate al nostro corpo per spezzare i pregiudizi, per iniziare a chiamare le cose con il loro nome, per parlare ad esempio anche di maternità in modo aperto e sincero. Credo che ogni storia sia ben pensata e calibrata, siamo consapevoli che un libro dichiaratamente femminista si porta dietro una serie di aspettative e conseguenze, per questo ognuna ha cercato di lavorarci in modo originale e aperto al dialogo con la nostra curatrice.

Quali letture ti hanno ispirata durante la lavorazione? Ci sono lavori di fumettiste che ti hanno formata?

S.R.: La lettura principale a cui ho pensato durante la stesura del mio racconto è stata “La noia” di Moravia. Il confine sottile che distingue l’amore dal possesso, quello che prova il protagonista della storia per la sua amata, è stato quello che più mi ha fatto riflettere nel momento in cui cercavo le metafore visive che ho cercato di esplicitare. In fondo il destino della donna per secoli è stato legato a quello dell’uomo. Un marito decideva che una donna era isterica: manicomio, una comunità (patriarcale) decideva (e amaramente aggiungo, decide) che una donna ha qualcosa che non va: strega, manicomio, o anche peggio. Queste frasi sono molto riduttive, ma spero diano l’idea del fatto che la donna raramente ha potuto decidere per sé nel corso della Storia.

Parlando di fumettiste in senso stretto, ce ne sono alcune che amo molto come Ellen Forney, Vanna Vinci, Marjane Satrapi, Rutu Modan, ma anche in questo caso non mi piace fare distinzioni di generi, un fumetto mi piace a prescindere dal sesso dell’autore che lo ha pensato, costruito, disegnato.

Quale aspetto di Sophia Wallace ti ha spinto a realizzare questo racconto?

S.R.: La Wallace entra nella mia storia cupa verso la fine. La sua rivoluzione dorata fatta di talk (conoscenza), gadgettistica legata all’anatomia del clitoride (consapevolezza) e del suo renderlo altro, memore di un certo maestro del ready-made, dà uno spiraglio di luce in fondo al tunnel di questo “malefico” destino che ci è toccato in sorte. Sei donna? Non sei meravigliosa per forza, ma puoi essere consapevole del fatto che la tua anatomia è fatta in questo modo, che è stato scoperto non troppi anni fa e che la strada per la parità è una lotta lunga e faticosa, ma che si attua tramite la conoscenza, cercando di allontanare le paure – non solo nostre o dell’altro sesso ma – di tutti.

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(vignetta di Silvia Rocchi)

Cliteracy, e il tuo racconto (Gli organi femminili, “Destini anatomici” ndr), punta i riflettori su sentenze quali “se l’è cercata”, o “sposare il principe azzurro a tutti costi” et simila.
Quale elemento ha bloccato il meccanismo della convivenza con la vita delle donne, e perché questa ossessione nel controllare le scelte delle stesse?

S.R.: Cliteracy, come spiegato sopra, cerca di illuminare la strada tramite la conoscenza, la mia scelta di introdurla è dovuta al fatto che Sophia Wallace è consapevole di cos’è stato il passato per la Donna, ma preferisce guardare al Futuro. È un distinguo necessario per comprendere la sua opera e per non affossarsi da sole in quelle che sono sicuramente doverose e agguerrite critiche volte al passato, e pensare piuttosto alle bambine del domani, a che cosa riserverà il futuro per loro.

Qual è ad oggi il concetto più difficile da far passare nella fitta rete di dogmi che la società si è imposta? Vedi anche la manifestazione pro famiglia (“tradizionale”) a Verona, lontana dal nostro tempo per idee e nell’aggressività con cui vengono sostenute?

S.R.: Per me la cosa più difficile è guardare fuori e comprendere che ci sono veramente persone che vanno in giro regalando portachiavi a forma di feti e che difendono un’idea di famiglia che fondamentalmente non è mai esistita. Faccio fatica a non guardarli in faccia e pensare: sul serio? Sei un coglione! Però purtroppo per chissà quale ragione educativa e/o psicologica esistono e dobbiamo farci i conti se non vogliamo che i proseliti siano sempre di più. Quindi di nuovo, l’educazione, la conoscenza sono le uniche chiavi che possiamo usare.

E.S.: Il concetto più arduo da accettare e far accettare è che “tradizionale” o “conosciuto” non sono necessariamente sinonimo di “giusto”. La tradizione è una convenzione perpetrata più a lungo di altre, spesso circoscritta a un’area ben precisa. La famiglia tradizionale non è più una certezza neanche fra le coppie etero e cisgender. Francamente, credo che una società moderna possa fondarsi su valori ben più efficaci del genere biologico.

 

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