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Post-Trump America. Note personali e pubbliche

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È uscito l’ultimo numero di Nuovi Argomenti, a tema “Il fantasma dell’opera”. Di seguito un testo di Silvia Giagnoni. Ringraziamo autore e editore per l’anteprima.

di Silvia Giagnoni

Eccomi, la sera dell’otto novembre, sono forse le 10 qui a Montgomery, in Alabama, le bimbe dormono, finalmente, e io e mio marito, come milioni di altri americani, siamo sintonizzati sulla CNN. Ma ho anche lo smartphone in mano: mi aggiorno in tempo reale, con altre fonti, usando Twitter. Sul tappeto, accanto al nostro cane sonnolento, c’è il portatile, così posso controllare altri siti ancora. Perché ci deve essere un errore. Rido, sebbene non sia affatto felice, né provi alcuna soddisfazione né adesso né nei giorni a venire nel vedersi realizzare quella che però mi sembra una terribile profezia.

I giornalisti della CNN stanno proiettando i risultati delle elezioni e non nascondono la propria preoccupazione: Donald Trump sta diventando Presidente degli Stati Uniti. I giorni che seguono sono strani, mi si alternano dentro rabbia, indignazione, tristezza, depressione, soprattutto un senso di straniamento da cui non riesco a riemergere.

Litigo con mio marito, cerco di reprimere queste emozioni negative, nel tentativo di essere professionale e dignitosa in classe, davanti agli studenti che questo semestre hanno scelto di studiare le rappresentazioni mediatiche degli immigrati, un corso special tòpics, frutto di anni di ricerche e soprattutto del mio impegno a sostegno degli immigrati, specie clandestini, qui in Alabama. 138 POST TRUMP AMERICA Il mattino successivo alle elezioni, i miei studenti, pochi in classe, sono in stato di shock. Proseguo con il programma e parlo di come Fox News e in particolare l’O’Reilly Factor, il più seguito cable news show sulla più seguita fonte di notizie americana, e msnbc con The Rachel Maddow Show abbiano rappresentato la crisi dei rifugiati siriani nell’autunno del 2015. Parlo dei differenti approcci, dell’uso o meno di immagini di repertorio, della credibilità delle statistiche e delle testimonianze, delle fonti usate.

Gli studenti intervengono, ma meno del solito. La testa è altrove. Accenno al risultato delle elezioni, ma non riesco a dire niente di costruttivo oggi. D’altra parte, mio suocero – bianco, conservatore, uomo di chiesa – è in vena di chiacchiere. Chiama suo figlio di primo mattino, forse perché sollevato dalla vittoria di Trump, o meglio, dalla perdita dell’abortista Clinton. Ad un certo punto della chiamata, definisce il Presidente eletto «a man of character». C’è una lunga pausa. Mio marito, a cui raramente mancano le parole, lascia che a riempire quel silenzio sia la coscienza del padre.

A gennaio di quest’anno, dopo tredici anni negli Stati Uniti, ho deciso di diventare cittadina americana. Essendo italiana, posso avere la doppia cittadinanza, un privilegio che le mie amiche tedesche, per dire, non hanno. Ho preparato la domanda, senza avvocati, facendo tutto da sola, superando così il mio terrore di fare errori nel compilare la modulistica. Avevo motivazioni forti.

Innanzitutto, con la carta verde, puoi sempre venire espulso dagli Stati Uniti se commetti (o sei accusato di aver commesso) un reato. Un po’ per via del mio attivismo politico, un po’ per la scarsa fiducia che ho nel sistema giudiziario americano, diventare cittadina statunitense mi è parsa una buona misura preventiva. Poi, certo, avrei potuto votare alle elezioni presidenziali. In primavera, come molti altri giovani e meno giovani progressisti mi sono galvanizzata per la candidatura di Bernie Sanders. Un politico onesto, integro, che auspicava un autentico cambiamento. Poteva esserci un’America socialista democratica? Mi sono permessa, come milioni di altri, di sognare. Infine, diciamo la verità: «mi sento» oramai americana. In questi anni trascorsi negli Stati Uniti, ho trovato un lavoro intellettuale che paga (una rarità, in Italia), ma soprattutto fiducia in me stessa, chiarezza di obiettivi e la capacità di agire facendo leva sul mio sistema di valori. A me c’è voluta l’America per diventare così.

Così a luglio, ho ricevuto l’avviso per presentarmi all’intervista; ho dovuto rimandare perché ero in Italia. Nel frattempo, Hillary Clinton ha vinto la nomination; ero amareggiata, sapevo quanto lei fosse «compromessa con il Sistema» e percepivo una voglia di cambiamento che la Clinton, sebbene prima donna Presidente, non sarebbe riuscita a trainare. Gli inglesi avevano appena votato per uscire dall’Europa. Ho cominciato a temere il peggio, ho perso interesse per la campagna elettorale e non ho mosso un dito per la candidata dei democratici.

È il primo settembre ed eccomi davanti agli uffici dell’us Citizenship and Immigration Services (uscis) di Atlanta: mi faccio un selfie vicino al cartello. Sono visibilmente nervosa ma anche orgogliosa. È l’ultimo ostacolo verso la cittadinanza, verso il diritto al voto. Ho imparato bene le cento risposte al questionario di educazione civica, sono pronta. Passo il test nonostante la stronza che mi è toccata e che mi ha messo di pessimo umore. Mi consolo andando da ikea a fare compere per le bimbe. Tra qualche giorno, mi dico, ci sarà la cerimonia e allora mi potrò godere questo momento circondata dalla mia famiglia americana.

Nei giorni successivi, penso spesso che voterò per la prima Presidente donna. La Clinton non è malaccio, la vedo sicura nei dibattiti, la sua piattaforma mi sembra buona, mi convinco che ce la possa fare, ce la farà, e dopotutto ci sarà una donna al potere, finalmente. Decido di dimenticare che la scelta adesso è tra il neoliberalismo della Clinton e il neofascismo di Trump, come mi ricorda Cornel West (1). Solo che la notifica per andare a giurare non mi arriva in tempo. Di fatto, non mi è ancora arrivata.

In classe, parliamo della piattaforma sull’immigrazione di Trump. Poi accenno all’invito del Presidente eletto a fermare le manifestazioni di odio razziale, omofobico, antisemita che si sono viste un po’ ovunque nel paese nei giorni successivi alle elezioni. «Francamente, mi sembra un po’ tardi», interviene calma ma decisa una studentessa africoamericana. «Per scusarsi, intendo… Ma anche per ripudiare certe manifestazioni d’odio che ha alimentato lui stesso». Le parole, dunque, contano ancora, ma evidentemente solo per chi non ha votato per Trump. Temo violenza, risultato forse inevitabile di divisioni che adesso sembrano sul serio insanabili. Il risultato delle elezioni per tanti viene vissuto come un insulto. Per il movimento Black Lives Matter innanzitutto. Ma perché sorprendersi tanto? Invece di cercare di capire cosa vuol dire essere nero in America, non se n’erano venuti fuori con All Lives Matter? Il 53% delle donne bianche ha votato per Trump (2), nonostante tanta retorica sessista, le accuse di violenza sessuale e persino di stupro di una ragazzina di 13 anni (3). Ma se il 91% dei dirigenti al top delle multinazionali è composto ancora da uomini bianchi (4),  ci dobbiamo davvero sorprendere se la maggioranza delle donne bianche ha voluto come Presidente un businessman bianco? L’importanza delle rappresentazioni… La scarsa presenza delle minoranze nelle posizioni di potere. Si prendano i Latin@s: sono oramai oltre 55 milioni, il 17,3% della popolazione (5).

Nonostante ciò, sono costantemente stereotipati in televisione, al cinema, nei videogame: gli uomini sono criminali, clandestini, se colombiani sempre spacciatori, le donne sono esotiche, lascive, dalla moralità ambigua, come spesso le donne straniere in generale, prostitute – pensate ai ruoli che la messicana Salma Hayek interpreta. E perché? Si prenda la liberal Hollywood: solo l’1% dei registi e produttori è Latin@s, in una metropoli come L.A. in cui oltre la metà della popolazione è ispanica (6).

Eppure i millennial che frequentano il college, i miei studenti, non capiscono cosa sia successo l’otto novembre. Loro sono cresciuti con amici di tutti i colori e orientamenti sessuali, hanno vissuto l’intera adolescenza con Barack Obama come Presidente. Da dove cominciare? Avevo diciassette anni quando Silvio Berlusconi «scese in campo» e vinse le elezioni nel giro di pochi mesi. Per tutta la mia vita adulta, Berlusconi ha fatto parte del mio orizzonte politico: ho visto la sinistra politica entrare in crisi d’identità senza mai riprendersi veramente. Per anni, prima del ’94, Berlusconi aveva turbato la mia infanzia, la mia identità di ragazzina, con le sue trasmissioni sessiste, con le ballerine seminude e le loro risate cretine. Quando sono arrivata in America nel 2003, non vedevo l’ora di lasciarmi dietro l’Italia, la politica italiana soprattutto. Poco importava se il Presidente era George W. Bush, che aveva appena invaso l’Iraq in cerca di fantomatiche armi di distruzione di massa. Ero in fuga. Qualche anno più tardi ho conosciuto i braccianti di Immokalee in Florida, ho visto come lottando per una causa giusta, il cambiamento, in America, sebbene lento, sia possibile.
Stava accadendo davanti ai miei occhi. L’elezione di Barack Obama ne era la riprova. «Yes we can».

Alcuni, pochi, dei miei studenti hanno votato per Trump. Samantha (7), per esempio, una mia studentessa bianca che viene da Alex City, un paesino dell’Alabama rurale. L’ha dichiarato su Facebook, qualche giorno dopo avermi chiesto l’amicizia; forse non se l’era sentita di difendere la sua scelta in classe ma ha voluto comunicarlo a me e al suo mondo via Facebook. Samantha ha votato per Trump perché è un «businessman», anche se ha dichiarato bancarotta, come lei stessa riconosce, «ma lo fanno tutti e solo un businessman può tirarci fuori dal debito pubblico…»; lei poi crede che «il feto sia una persona» e Hillary è per l’aborto, «a qualsiasi punto della gravidanza».

Anche per quanto riguarda la sua posizione in materia d’immigrazione, la mia studentessa difende Trump: «Non è vero che vuole espellere tutti i clandestini. Vuole solo che vengano negli Stati Uniti secondo le regole» («the right way»). Evidentemente, dopo settimane di discussioni, letture e video su cosa significhi essere «illegal» negli Stati Uniti, non ho fornito dati e spiegazioni sufficienti. Oppure, la dissonanza cognitiva era troppo forte per Samantha che viene da una famiglia di repubblicani.

E poi è più semplice credere ad uno slogan, «Make America Great Again», quando si hanno le rate da pagare dell’auto, la retta universitaria che è raddoppiata da quando hai cominciato il college, c’è insomma questo senso diffuso che nessuno ti ha regalato proprio un bel niente, e quindi se ti parlano di «white privilege» tu non capisci, non capisci proprio a cosa diavolo si stiano riferendo… (Questo sul «white privilege» era un altro lungo post di Samantha). Il padre, ha rivelato durante una delle conversazioni in classe, che una volta le ordinò di non portarle mai a casa un fidanzato nero.
Lei si autodefinisce diversa dai suoi, a cui non piace per niente che la figlia viva adesso a Montgomery visto che il 57% della popolazione qui è africoamericana – e il 62% dei voti è andato di fatto alla Clinton, oasi blu nel mare rosso dell’Alabama (8).

Sono da Starbucks, è passata una settimana dalle elezioni. Sto aggiornando delle statistiche per il mio libro sul sito dell’uscis, quando decido di controllare lo status della mia domanda per la cittadinanza. È la prima volta che lo faccio da un pezzo, sebbene sia questione di secondi dato che ho salvato il numero del mio caso sul computer. Lo status è di fatto cambiato: dice che presto mi arriverà via posta la notifica con istruzioni su data, ora e luogo della cerimonia per il giuramento. Chiudo il portatile. Dopo pochi minuti sono in macchina diretta verso Birmingham, strillo nel cellulare perché ancora non mi è passata la scottatura. Prometto a mio marito che andrò in fondo a questa storia.

Secondo il «New York Times», siamo quasi un milione ad aver fatto domanda di cittadinanza nel 2016, incoraggiati dall’amministrazione Obama che però non è riuscita a smaltire il numero elevatissimo di richieste di naturalizzazione (9). Impongo a Siri di annotare che intendo trovare quanti come me in ciascuno stato (e in particolare negli stati in cui ha vinto Trump), per poco, non hanno potuto votare per via di questi famosi backlog. Immagino il titolo della storia, a chi potrei proporla, poi lo dimentico.

Arrivo alla riunione all’Adelante Worker Center di Hoover appena a sud di Birmingham. Il tema dell’incontro stasera è «AltoTrump – Stop Trump». Mi guardo intorno, vedo tante facce nuove, e tante persone che stasera sono qui perché hanno paura. Ci sono tanti immigrati, per lo più Latin@s, molti clandestini, ma anche alcuni «ospiti»: rappresentanti della comunità islamica, del Black Lives Matter e del movimento lgtbq. Perché adesso è il momento di formare alleanze. «Non saremo tanti ma quando ci uniamo, non ci ferma nessuno,» dice la giovane Khuala Hadeed, rappresentante del Council of American-Islamic Relations (cair) per l’Alabama. Dopo due ore di riunione, i leader Latin@s lanciano un invito a organizzarsi.

E soprattutto, a conoscere i propri diritti. Le comunità ispaniche in Alabama ci sono già passate nel 2011 con la hb56, una legge anti-immigrazione più restrittiva di quella attuata in Arizona. Giornalisti e osservatori politici hanno parlato di «Alabamificazione» dell’America (10). Nel giugno 2016, Mike Hubbard, ex Presidente della Camera, è stato condannato a quattro anni di reclusione per violazioni etiche (11). Il settantaquattrenne governatore Robert Bentley è tuttora sotto inchiesta per uno scandalo sessuale con una tipa del suo staff di trent’anni più giovane. Durante i suoi due mandati, oltre ad aver sostenuto la legge anti-immigrazione, ha rifiutato milioni di dollari da parte del governo federale solo per opposizione di principio alla «Obamacare» producendo una crisi del Medicare in Alabama di proporzioni catastrofiche (12).
E per non parlare del giudice che presiedeva alla Corte Suprema dell’Alabama, Roy Moore, recentemente rimosso dall’incarico per aver ostacolato l’applicazione della legge federale in materia di matrimoni tra i gay (13).

Gli immigrati, poi, conoscono bene quello che sembra diventerà il nuovo Procuratore Generale, Jeff Sessions, uno dei paladini dell’approccio repressivo e militarizzato al problema dell’immigrazione clandestina (14).

«Siamo più preparati,» insistono i leader, «a ciò che verrà». Undocumented and Unafraid. «Sono un volontario qui», dice Cesar che viene da Città del Messico. «Sono clandestino, ma non ho più paura. Perché conosco i miei diritti». Sa che non si può evitare l’inevitabile, che nemmeno il miglior avvocato può impedire la deportazione a volte, ma sa anche e soprattutto che l’unione fa la forza e tante espulsioni vengono fermate proprio grazie alla pressione dell’opinione pubblica tramite i social media e le telefonate ai centri di detenzione e all’Immigration and Custom Enforcement (ice), all’impegno quotidiano di gente comune che non accetta la crudeltà della costante criminalizzazione a cui sono sottoposti oramai i clandestini in America.

Alcuni commentatori politici, inclusa la figlia, Peggy Wallace Kennedy, hanno visto delle somiglianze tra Donald Trump e George Wallace, il governatore segregazionista dell’Alabama (15): nel modo di sfruttare le paure dei bianchi working class e meno istruiti; e nello stile – entrambi degli «straight talker». Suo padre però, a differenza di Trump, conosceva e rispettava i limiti del potere esecutivo (16)… Continuare a credere che logica e ragione governino le decisioni politiche (e non) dei più è non aver capito niente di come funziona la realtà mediata in cui viviamo. Molti repubblicani, ci dicono le ricerche, tendono a credere a tutto ciò che circola su internet (17).

Anche alle bufale più incredibili tipo che qualcuno venga pagato $3,500 per protestare ad un raduno di Trump come lo stesso Presidente eletto a ritwittato (18)? È arrivato il momento di riconoscere che l’analfabetismo, specie mediatico, il potenziale diabolico di internet con la sua enorme quantità di informazioni, all’apparenza tutte ugualmente importanti, credibili, in quanto facilmente disponibili, ci hanno condotto alla Presidenza Trump: ad avere, cioè, milioni di persone incapaci di riconoscere l’ovvio: un candidato disonesto, bugiardo, voltagabbana, opportunista, capace di tutto pur di dimostrare che può anche diventare Presidente.

Ma soprattutto, tocca riconoscere che milioni di americani aventi diritto al voto non sono andati alle urne l’otto novembre: certo, in parte perché non si sentivano rappresentati dai candidati (19) ma anche perché tutti lavorano di martedì, perché in stati come l’Alabama adesso gli elettori hanno anche bisogno di un documento per votare (20), sebbene il fenomeno delle frodi elettorali sia praticamente inesistente (21) (ma non secondo l’opinione pubblica), perché negli Stati Uniti ci si deve registrare per votare, tranne in una manciata di stati (22), perché se sei finito in prigione e poi esci devi talvolta far domanda per riacquisire il diritto al voto (23), insomma ci sono tanti, tanti ostacoli che fanno sì che votare sia un’opzione per pochi.

A dieci giorni dalle elezioni, mi ritrovo una sera in un locale all’aperto ad ascoltare questi quattro musicisti, tutti uomini, bianchi, sulla sessantina: fanno una bella versione di «Knocking on Heaven’s Doors», mentre le mie figlie gli ballano davanti usandone le percussioni. I musicisti sorridono, io pure. Un altro mondo è possibile. Però dobbiamo imparare a guadagnarcelo.

 

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1. Ben Norton, «Cornel West: Trump is a Narcissistic Neofascist in the Making’; Clinton is a Hawkish Milquetoast Neoliberal», salon.com 23 maggio 2016; Cornel West, «Goodbye, American Neoliberalism. A New Era is Here», TheGuardian.com, 17 novembre 2016.
2. Katie Rogers, «White Women Helped Elect Donald Trump» NewYorkTimes.com, 9 novembre 2016.
3. Ryan Grim, «Donald Trump Is Accused Of Raping A 13-Year-Old. Why Haven’t The Media Covered It?», HuffingtonPost.com, 2 novembre 2016.
4. Laura Mather, «Dear White Men: Five Pieces of Advice for 91 Percent of Fortune 500 ceos», 8 aprile 2015, aggiornato 4 agosto 2015, HuffingtonPost.com.
5. Renee Stepler e Anna Brown, «Statistical Portrait of Hispanics in the United States», PewHispanicCenter.org, 19 aprile 2016.
6. Latinos Beyond Reel: Challenging a Media Steretype, Media Education Foundation, dvd, 2013.
7. Ho usato uno pseudonimo.
8. «2016 Presidential Election Results».
9. Julia Preston, «Immigrants Eager to Vote Obeyed All the Rules. It Didn’t Pay», NewYorkTimes.com, 30 settembre 2016.
10. Kyle Whitmire, «Roy Moore, Robert Bentley, Mike Hubbard and the Alabamafication of America», AL.com, 7 maggio 2016 e Josh Moon, «The Alabamification Has Begun», AlReporter.com, 6 dicembre 2016.
11. Bryan Lyman e Kelsey Davis, «House Speaker Mike Hubbard Convicted of 12 Ethics Charges,» MontgomeryAdvertiser.com, 11 giugno 2016.
12. Brandon Moseley, «Bentley Rejects Obamacare», Alreporter.com, 12 novembre 2016; Kyle Whitmire, «Medicaid Expansion and Bentley’s $3 Billion Blunder», AL.com, 20 novembre 2016; Josh Moon, «It’s Time for Bentley to Resign,» AlReporter.com, 29 novembre 2016.
13. Bryan Lyman, «Roy Moore Suspended from Chief Justice for Remainder of the Term,» 30 settembre 2016, MntgomeryAdvertiser.com.
14. Keegan Hamilton, «Trump’s Attorney General,» Vice.com, 18 novembre 2016.
15. Ben Schreckinger, «Trump, Alabama and the Ghost of George Wallace», Politico.com, 21 agosto 2015, aggiornato 23 agosto 2015; Jamelle Bouie, «Our George Wallace», Slate.com, 27 agosto 2015; Andrew Kaczynski and Nathan McDermott, «George Wallace’s Family, Former Staff: Donald Trump Is Doing What He Did», BuzzFeed.com, 6 gennaio 2015.
16. Peggy Wallace Kennedy in «Donald Trump, the New George Wallace? Head of Segregationist’s 1968 Bid on gop Front-Runner’s Racism», DemocracyNow.org, 15 gennaio 2016.
17. Caitlin Dewey, «FaceBook Fake-news Writer: I think Donald Trump is in the White House Because of Me», WashingtonPost.com, 17 novembre 2016.
18. Louis Jacobson, «No, Someone Wasn’t Paid $3,500 to protest Donald Trump; It’d Fake News», PolitiFact.com, 17 novembre 2016.
19. Solo il 53,5% (equivalenti a circa 126 milioni) degli aventi diritto ha votato nel 2016. Gregory Wallace, «Voter Turnout at 20-year Low in 2016», cnn.com, 30 novembre 2016.
20. «New Voting Restrictions in Place for 2016 Presidential Elections», BrennanCenterforJustice.org, 2 novembre 2016.
21. Justin Levitt, «The Truth about Voter Fraud,» Brennan Center for Justice, 9 novembre 2007.
22. «Automatic Voter Registration», BrennanCenterforJustice.org, 9 novembre 2016.
23. «Felon Voting Rights», NCLS.org, 29 settembre 2016.

Commenti
3 Commenti a “Post-Trump America. Note personali e pubbliche”
  1. Sergio Garufi scrive:

    ho l’impressione che considerare Trump solo un bugiardo patentato che a furia di inganni (le fake news) e complotti internazionali (gli hacker russi) è riuscito a farsi votare da un elettorato ingenuo e credulone sia molto consolatorio (per noi), ma non meno mistificante.
    qui cerco di spiegare meglio i motivi per i quali secondo me è stato eletto
    https://lavienbeige.wordpress.com/2017/03/15/elite/

  2. Paolo scrive:

    Sakma Hayek come altre attrici latine al cinema non interpreta affatto ruoli stereotipati, interpreta ruoli credibili, persone che esistono; al cinema e nelle serie tv ci sono personaggi di ogni etnia, non solo criminali e sono credibilissimi. Comunque gli Oscar di quest’anno (Moonlight, l’oscar come miglior film straniero a un film iraniano, i due migliori attori non protagonisti) sono stati la miglior risposta di Hollywood al trumpismo

  3. Marilena scrive:

    Sono tra quelli che pensavano che Trump non avrebbe mai vinto, eppure eccolo eletto.
    Se è andata così qualcuno lo avrà votato, molti scontenti ma comunque tanti votanti.
    E non si smentisce nemmeno negli atti successivi, quanto meno è coerente.
    Ora ha 4 anni per dimostrare quali cambiamenti intende portare avanti e quali saranno i risultati raggiunti, intanto io penso alla mia povera Italia ed a quella politica che non riconosco più e che non fa che indignarmi.
    Sono troppo preoccupata per una crisi che non si risolve ed un Governo menefreghista che si allontana sempre di più dalle necessità del cittadino e sinceramente quelli che vogliono raggiungere il trono non mi ispirano più fiducia.

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