Premi, Grant e cattedre: idee per il mestiere di scrivere in Italia

Vi proponiamo un intervento di Giordano Tedoldi apparso come commento a questo post, perché riteniamo che la sua proposta, diretta e operativa già nel discorso, abbia valore autonomo.

di Giordano Tedoldi

Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano. Così, ognuno affondi la sua sonda e dica cosa esce fuori e, se farà proposte, ci vedrà immediatamente solidali. Parliamo a nome dei minatori della letteratura, la metafora non sembri irriverente, lavoriamo duro su filoni che forse non daranno neanche una pepita, e conosciamo quali sono i nostri disagi e le nostre mancanze d’ossigeno. Esse sono, oggi, essenzialmente la misvalutazione dolosa e corrotta del lavoro letterario e di conseguenza la frustrazione artistica e economica che a tale misvalutazione si lega come conseguenza. Diciamo misvalutazione e non sottovalutazione perché nessuna sottovalutazione è mai stata ingiusta o condannabile; essa non è che un’opinabile svista del gusto del tempo. Ma la misvalutazione, cioè la tecnica per cui si costruiscono sistemi, istituzioni, organi di valutazione culturale corrotti, ipocriti, asserviti a ragioni esterne a quelle artistiche, è la perenne frustrazione dell’arte. Parliamo, ripetiamo, della nostra provincia, che è la letteratura. Abbiamo individuato innanzitutto tre punti critici dove opera al massimo livello di indecenza la misvalutazione del nostro operare:

1) I premi letterari tutti, senza eccezione alcuna. Autentica elemosina, penosa, patetica e umiliante in egual modo per vincitori e perdenti. Della loro opacità di regolamento, della loro talora conclamata falsità sappiamo già, ma essi soprattutto sono come la carota dell’asino. Dopo il bastone di un lungo e spesso furibondo apprendistato, agiscono da normalizzatori dell’eccezionalità, della legittima aspirazione a cambiare e introdurre un’originale visione dell’opera letteraria, servono a spegnere con un colpo la rabbia e la forza espressiva decretando lo scrittore premiato un vero ragioniere della letteratura. Tale operazione di sedazione avviene o tramite un miserabile assegnino, articoletti di giornale, o tramite moltiplicazione delle copie vendute, in ogni caso nasce da questo ragionamento: ti diamo per qualche mese successo commerciale, un po’ di spiccioli (la paghetta dell’adulto), e il tuo nome pubblicato senza criterio né onore sulle pagine dei quotidiani – questo solo il giorno immediatamente successivo alla premiazione o poco prima, in ogni caso, abbastanza per restarne sfregiati a vita. Il tutto condito da un cinismo d’accatto per cui “le polemiche che accompagnano il premio sono il suo bello, in fondo senza di esse il premio non sarebbe quello che è”, cioè, ovviamente, merda. Questa merda, cui gli scrittori sono condizionati a aspirare con lingua penzoloni appena superata l’iniziazione dell’esordio o, in qualche caso, per decreto dei loro editori, battezzati in questa merda già all’esordio, è funzionale a non fare spazio vitale a meccanismi critici autentici, a sovvenzionamenti e sostegni economici ragionati e calibrati sulle concrete esigenze del lavoro letterario, costringendo invece gli scrittori a vivere solo di nobilissime marchette, lavori extra-artistici (fare il doppio lavoro), applaudire chi non ha alcun merito, inchinarsi alle case editrici o ai grotteschi fondatori dei premi, mummie di dinastie sfarinate. In conclusione, proponiamo agli scrittori volenterosi e lavoratori seri di non concorrere più, senza alcuna eccezione, ad alcun premio letterario italiano, e battersi invece per il punto 2 e 3.

2) Sgretolata la falsa e miserabile elemosina dei premi letterari, primo acido della misvalutazione, occorre risanare la situazione. Altrove essa è già sana, ad esempio dove esistono le Fellowship o i Grant, le borse di studio, spesso finanziate da privati ma non solo, assegnate per meriti artistici. Come sapete, sono un meccanismo che consente non per una settimana o per un mese, ma per un anno o anche più di lavorare a un’opera d’arte senza occuparsi d’altro, grazie a un sussidio economico di entità variabile ma comunque sufficiente a non distogliersi dal lavoro. In Italia il meccanismo delle Fellowship e dei Grant non esiste, siamo all’età della pietra, abbiamo al loro posto come se fossero alternativa presentabile la miseria dei premi letterari, psicologicamente siamo ridotti a considerare i premi letterari una soddisfazione pari a essere sostenuti da una borsa ma non è così, è solo un’illusione ottica che perpetua un sistema assistenzialistico nel verso senso del termine, cioè inadeguato all’effettivo lavoro dello scrittore in termini sia economici che culturali. Quindi l’abbattimento totale di ciò che potrebbe tornare, in un secondo momento, come un’eccentrica eccezione, cioè il circo degli animali addomesticati dei premi letterari, deve essere contemporaneo alla regolare e robusta istituzione di Fellowship e Grant, con i quali ogni anno vengano scelti da un comitato di saggi, a loro insindacabile giudizio, quegli scrittori meritevoli del supporto economico per lavorare senza distrazioni per un dato periodo. Conosciamo l’obiezione darwiniana per cui agli scrittori è meglio non offrire aiuti, ma lasciarli lottare per la vita. Purtroppo, lottando per la vita in un ambiente selvaggiamente incolto (il mercato editoriale e i suoi sottomercati delle vacche) col solo miserabile e umiliante sostegno di un premio truccato, si confermano le previsioni di Malthus, gli scrittori muoiono per mancanza di risorse o si rieducano in animali addomesticati per accomodarsi a quelle inadeguate che sono disponibili. Il darwinismo non implica la distruzione di una specie, laddove una specie riesce a migliorare l’ambiente per la sua sopravvivenza, lo fa. I premi letterari appestano l’ambiente, le Fellowship o i Grant darebbero ossigeno e quindi vita e lavoro.

3) Infine, è urgente che il ruolo dell’arte letteraria, della composizione narrativa o poetica o altre forme a queste affini o dipendenti, venga riconosciuto come merita nel sistema universitario, e se quello pubblico non è pronto o non è in grado di farlo, che ci si rivolga senza indugio a quello privato. Parliamo della istituzione di cattedre d’insegnamento per merito artistico. Così come esistono in Europa e in America. Oggi nelle università la letteratura italiana è rappresentata da storici della letteratura la cui incapacità tecnica nell’arte della prosa o della poesia è imbarazzante. Anche quando scrivono un articolo di giornale riescono a mostrare la loro ineleganza, ignoranza e monotonia. Non c’è possibilità alcuna che nelle università dove si insegna letteratura salga in cattedra un maestro in grado di insegnare agli allievi il lavoro della composizione letteraria. Né che un allievo possa, se lo desidera, laurearsi scrivendo come tesi di laurea un romanzo o un poema o una raccolta di racconti o altro del genere, così come ci si diploma in composizione scrivendo una sonata per pianoforte. Stiamo insomma dicendo che l’università non fa arte, gli scrittori vengono talvolta arruolati in marginali seminari di “scrittura creativa” che hanno un ruolo tecnicamente incomparabilmente inferiore a quello dei corsi veri e propri tenuti dai docenti che pietosamente li elargiscono. Stiamo dunque chiedendo, ribadiamo, l’introduzione di corsi universitari della durata e dell’importanza curricolare pari a ogni altro, tenuti da scrittori, chiamati all’insegnamento per merito e non per concorso, con l’obbiettivo di portare tra le discipline universitarie la scrittura e di rendere dunque il suo insegnamento un’attività riconosciuta tra i compiti del sistema educativo e economicamente protetta.

Altre proposte sono immaginabili, ma queste tre, immodificabili e coordinate, ci sembrano le più urgenti. Quelle che possono arrestare prima possibile la falla aperta nel terreno dal quale fuoriescono i liquami della continua misvalutazione dello scrittore in Italia, considerato un dropout, un fallito, un dopolavorista, quando è il più serio e concentrato dei lavoratori.

Commenti
11 Commenti a “Premi, Grant e cattedre: idee per il mestiere di scrivere in Italia”
  1. cdm scrive:

    finalmente qualcosa che mi sento di sottoscrivere dalla prima all’ultima riga.

  2. ivres scrive:

    Posto un contributo, vogliate prenderlo come spunto per discussioni future.

    Viviamo in una particolare congiuntura dove il rispetto per la scrittura ha raggiunto il suo minimo storico, siamo i figli della libertà digitale incontrollata, e al primo accenno all’impubblicabile si grida piuttosto alla censura. Ci sarebbe da stabilire che cosa è pubblicabile e cosa non lo è, e chi lo decide, sbagliando o meno. Ma tutto ruota attorno a una questione più fondamentale, dal sapore più metafisico, che cos’è la scrittura, cosa sono le parole, di che stiamo parlando quando ci confrontiamo con letteratura e poesia?
    Anzitutto è andata perduta la sacralità della parola, poi è crollato un intero sistema, lo scrittore si è mescolato allo scrivano, lo scrivano allo scribacchino, e via dicendo, la poesia non ha più alcun contatto con la sensazione primordiale e carnale del rapimento mistico che si trasforma in parola, e la letteratura assomiglia più a una caterva di racconti non-sense (‘’il racconto è un romanzo di un pigro’’ diceva Tabucchi). A un livello più profondo ancora si è smesso di leggere, e uno scrittore che non si ciba di parole non può pretendere di saper gettarsi anima e corpo nell’impresa tormentosa di scrivere. Ah, non facciamo dannate generalizzazioni – ci sono anche fervidi lettori tra gli aspiranti scrittori postmoderni, e tuttavia bisogna pure fare i conti con quello che si legge, ovvero tentare un distinguo tra ciò che è autentica letteratura e ciò che non lo è, e pretende di imitarla. Non ci sorprenda poi che un giovane narratore del ventunesimo non riesca ad avere la profondità di Checov ed Edgar Allan Poe quando scrive un racconto. Non ci sorprenda perché, primo non ha mai neanche pensato di leggerli, di misurarsi con loro; secondo perché non ha mai fatto sua la lezione di Paul Auster: ‘’Fare lo scrittore non è una scelta di carriera, come fare il medico o il poliziotto. Più che sceglierlo, ne vieni scelto, e una volta constatato che non sei adatto a fare nient’altro, ti devi preparare a percorrere per il resto della vita una strada lunga e difficile. A meno di scoprirsi un favorito degli dei (e peste colga chi vi fa affidamento), il tuo lavoro non ti procurerà mai abbastanza per mantenerti, e se ci tieni ad avere un tetto sopra la testa e a non morir di fame, è meglio che ti rassegni, per pagare conti e bollette, a fare un altro lavoro. Lo capivo, ero preparato, non avevo rimostranze. In questo senso, ero enormemente fortunato.’’
    Questo spunto ci offre l’occasione di riflettere sul perché la letteratura sta morendo dissanguata e nessuno si opera per salvarla.
    1. Il punto. Il punto ha creato i nuovi mostri della scrittura, ovvero ha aperto a chiunque la possibilità di scrivere i pensierini delle elementari. E’ facile scrivere coi punti. Dinamico. Pensi a rate. Coi punti. Inserisci parole assatananti. Tormento. Sangue. Erezione. Ci dispiace che siamo tornati a usare i punti, James Joyce, in verità non immaginavamo mica di arretrare andando avanti, ma lo dice pure Pasolini insomma, il progresso non è sempre una cosa buona, può essere un regresso, cazzo, e in quanto a questioni stilistiche di lingua stiamo regredendo all’interruzione, al singhiozzo di versi, cose che neanche i babilonesi coi cuneiformi sulle loro fottute tavolette d’argilla, hanno ammazzato lo stream of consciousness per creare altari al pensiero breve, in fondo tutto l’esistenzialismo è stata una gran balla mr Sartre, avrebbe dovuto smettere di pensare e guardare più quella scatola infame che è la televisione, ma quale Parigi, ma quale Cafè Cluny, ma quale filosofia mr Sartre, vada a raccogliere pensieri brevi nei supermarket di paese, e ci metta la punteggiatura sulla sua nausea, la virgola è superflua come il sole di mezzogiorno per un insonne, gloria al punto. Nei secoli. Dei secoli. A. Men. Lo scrittore a singhiozzo è uno dei peggiori attentatori della letteratura.
    2. Il carrierismo. E’ il punto affrontato da Paul Auster, legato a quel vago tormento che deve prendere uno scrittore, a quella che lui chiama addirittura una vocazione letteraria o poetica. L’autentico scrittore considera la sua vocazione come una maledizione, alla stregua di una brutta malattia che la sorte gli ha destinato, basti pensare a quella poesia di Baudelaire dove la nascita del Poeta (non quella particolare di Charles, ma quella del poeta universale) è vissuta dalla madre come una tragedia inumana, ‘’perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto?’’ – è l’invocazione della madre a qualche insperata divinità, eppure il bambino poeta ‘’gioca col vento, discorre con la nuvola, s’ubbriaca’’, e cresce finchè non incontra la moglie che è grata dell’adorazione con la quale si narra di lei, eppure è turpe e finisce per gettare il cuore del poeta in pasto agli animali peggiori. E tuttavia il Poeta di Baudelaire si crogiola in questa maledizione, s’inebria della sua malasorte, e vive questo furore estatico. Quanti di questi poeti (e scrittori) esistono oggi?quanti ne leggiamo di contemporanei complessi che scaraventano il loro travaglio sulla carta?quanti vivono questa vocazione a cui non si sfugge? E quanti invece scrivono per trovare il tetto, e la casa, e l’assegno, e la vanità ricoperta di carta straccia. Eccola lì, Virginia Woolf si carica di pietre le tasche e si getta nel fiume per sfuggire alla maledizione letteraria, Rimbaud parte per l’Africa e muore giovane, Franz Kafka non sa neanche chi è diventato, Jack Kerouac si lamenta nei suoi diari di gioventù per tutti gli scrittoracci che ci sono in giro e parte alla volta dell’America per cercare la sua storia, quella che gli freme dal sottosuolo, e la trova porca puttana, vi è servita sulle ginocchia mentre reggete i vostri bicchieri di vetro. Riuscite a sentire questo strazio nei vostri più profondi modi di sentire, e la priorità della vita su tutto? Per ogni creazione ci vuole buon gusto e buon sentire, per scrivere l’Urlo anche il più avanguardista dei beaters ha dovuto leggere Majakovskij, Walt Withman e Garcia Lorca. Poi è esploso il talento incontrovertibile di Allen Ginsberg. Siete pronti a rischiare di morire di fame per l’urlo?
    3. Print on demand, cricche editoriali, globalizzazione e rete internet. Ovvero come la parola ha perso a poco poco il suo fascino, come è stata profanata dal merchandising. Vi capiterà di tanto in tanto di trovarvi a qualche presentazione di nuove uscite. In generale ogni nuova uscita è una fregatura a meno che non stiamo comprando Philip Roth o Franzen, tuttavia considerando il sovrapprezzo d’uscita che nel corso di un anno o due scenderà naturalmente, possiamo anche permetterci il lusso di pazientare comperando qualche classico d’occasione (soluzione alternativa è la lettura in libreria). Dicevamo, le presentazioni dei contemporanei. Teniamo pure da parte gli show fraudolenti di Isabella Santacroce che neanche Malevich sarebbe capace di rappresentare per astratto, e tentiamo di scovare le ragioni morali ed estetiche delle cricche editoriali. Ebbene, non esiste nient’altro che il puro elogio partizan dell’editore al suo autore giustificato da un tornaconto economico. Ci sono le storie in voga, e dunque l’editore vi chiederà di scrivere proprio quelle storie, e poi c’è l’editing che colpisce chiunque, anche Piperno e Saviano, che costringerà le parole all’interno delle logiche editoriali. L’editore dice ‘’scrivi questo’’ e lo scrittore si piega a quella storia, tenta di tirare fuori lo straordinario dal convenzionale. La maggior parte delle nuove uscite assecondano un gusto che è perfettamente creato su misura per i lettori, dove l’ispirazione e la maledizione di cui si parlava poc’anzi non hanno posto. E’ l’editoria che domanda, è il sentimento del tempo, ma un sentimento istantaneo, una rappresentazione a tempo determinato, un disagio che ha una fase ascendente. Tutti questi libri diventeranno carta riciclabile a meno che non vogliate conservarli in casa per tenere dritta la gamba rotta del tavolo. Peggio ancora se parliamo del print on demand. Che poi è anche il peggior sistema con cui alcune case editrici fanno cassa: vuoi stampare il tuo romanzo?pagaci e lo avrai, tutto per te in tot copie da distribuire e vendere ai tuoi amici e conoscenti. Ora, un qualunque imbranato che abbia rispetto per se stesso e per quello che fa non cadrebbe mai in questo gioco che si ciba di pura vanità – e tuttavia succede, si pagano e fanno sopravvivere case editrici fantasma col sistema del print on demand o del falso concorso letterario e poetico, ci si auto-compra, ci si auto-legge, e siamo alla grande masturbazione letteraria. – Hey John, ho qui per te il libro che ho pubblicato con la casa editrice XZY, dai compramene una copia, sto cercando di rifilare in giro questo capolavoro ma nessuno lo vuole, chissà perché! – E’ perché parli troppo di melograni Lou! Non te l’ha detto nessuno che dovresti scrivere di delitti e drammi sociali? Cazzo, l’ultimo di Gilles lo vende l’edicola del Marione, vallo a leggere quello lì, c’è una donna con una gamba sola che piange per il suo amore ucciso in un apparente incidente d’auto! – Eh John, quindi se inserisco uno psicopatico che dopo aver mangiato melograni viene rapito da un’insana voglia di uccidere tedesche secondo te me lo compra qualcuno? – Eh certo Lou! Cazzo è una storia fantastica, ma non dimenticarti lo stile, devi mettere più punti tra una frase e l’altra!
    (Parentesi. E’ così che sono stati ammazzati storie e personaggi. Prendiamo il caso di Marcel Proust che nel mezzo del cammin di nostra vita inizia a scrivere La Recherche in sette – sette! – volumi. Immaginiamo il signor Proust andare dall’editore XZY, ‘’no caro oggi i romanzi lunghi non si portano, devi tenerti sulle 150 cartelle!’’, ‘’ma guardi io non sto mica scrivendo in base a un programma, mi sono venuti sette volumi insomma, c’è un filo del discorso, è una lunga ricerca interiore, insomma ogni parola lì dentro ha un senso’’, ‘’guarda, anche avessi scritto Guerra e Pace o La Recherche di Proust, non posso pubblicare più di 150 cartelle oggi, sarebbe da pazzi!’’. E così il signor Proust torna a casa, mangia una madelaine e pensa, ma chi cazzo me l’ha fatto fare di scrivere tutto questo giro di parole esistenzialista sulla madelaine quando potevo parafrasare così: ‘’Il profumo di una madelaine. L’infanzia’’.)
    Ancora. L’ambiente letterario fa veramente schifo, provocherebbe la nausea dei migliori parigini degli anni Venti del Novecento. I corsi di scrittura creativa, anzitutto: l’illusione che per diventare uno scrittore ci voglia l’accademia della scrittura è quella che ci farà vendere i peggiori libri che bombarderanno la letteratura e la poesia del secolo ventuno. Seguite l’esempio di Garcia Lorca, vivete, cantate, ubriacatevi. Bisogna essere dei maledetti vitalisti per scrivere la letteratura di razza. L’ambiente letterario e poetico invece è impantanato da due mali atavici e perversi: accademismo e dilettantismo. Della passione ardente se ne riesce a fare a meno in questa solfa tremenda, del fremito violento che ti può rapire in qualsiasi momento sotto forma di ispirazione se ne fa volentieri a meno nelle cricche editoriali, figuriamoci come sta messo l’inquietante mondo del print on demand, e quali sceneggiature verranno fuori dalle scuole di cinema, e quali mostruosi libri dai corsi di scrittura creativa (?). Dunque: l’ambiente letterario fa schifo. Credete che sappiano chi è Rembrandt o Pollock, e che si animino di fronte a una jam session?credete che abbiano mai sentito parlare del dialogo tra le arti, delle notti di sesso tra Anais Nin e gli scrittori i pittori e persino gli psichiatri, dell’amicizia tra Dalì e Lorca, dell’amore tra la Sontang e Annie Leibovitz? No, lo scrittore in erba postmoderno è auto-refenziale, ama il circoletto di Pickwick in cui riesce a non sentirsi un ritardato. Cortazar sentiva il jazz, Bolano i Doors, e Paul Auster parlava dell’importanza del ritmo musicale nelle parole, e Garcia Lorca suonava la chitarra, perché la poesia è anche ritmo, orecchio, musica, bocca. Bisognerebbe dirlo ai vari poetastri sui loro blog che le parole hanno anche una tribalità ritmica, una musica, un’intuizione, e il lettore va posseduto da questo ritmo come se danzasse. Purtroppo le parole sono cambiate.
    E’ successo tutto a un tratto, mentre avanzavamo nel nuovo millennio. La scrittura ha perduto la sua carnalità, e si è ammuffita in soffitta: sono entrati i personaggi da copertina nella letteratura, i nostri miti globali, tutta la serie di cazzate che ci circondano, la logica del mi piace, i social newtwork, le marche storiche, l’intero spettacolo del trash ha invaso la poesia, e l’immaginario letterario si è popolato di superfluo, come i romanzi rosa dell’Ottocento.
    4. L’emigrazione del poeta. Dagli anni ’50 in poi si è assistito a un particolare fenomeno, ovvero il poeta è fuggito dal suo mondo di inchiostro e carte e si è rifugiato nella musica. Parliamo qui di cantautori in special modo ma non esclusivamente, e andiamo a memoria citando Zimmerman, Leonard Cohen, De Andrè, e anche Jim Morrison che senza incontrare Mazareck sarebbe probabilmente finito per diventare un poeta americano, e via discorrendo. E’ chiaro, la tentazione di avere un pubblico più ampio di quello che riserverebbe la carta straccia coglierebbe chiunque, e in un certo momento il poeta ha avuto l’occasione di declamare la sua poesia a una moltitudine di persone, di cantarla, di far sentire la musica e il ritmo delle parole. Di questa violenta emorragia il circoletto Pickwick se n’è accorto ben poco o niente, e ha preferito rintanarsi nella lettura dei poetastri analogico-digitali. I poeti scappavano, e nessuno li rincorreva per il colletto con la domanda, ‘’hey Bob, perché non pubblichi un’antologia di poesie con noi?’’.
    A questo punto rimangono aperte delle questioni per il futuro della letteratura e della poesia, ovvero come potrà sopravvivere, o per riprendere il discorso del nostro conterraneo Eugenio Montale a Stoccolma ‘’E’ ancora possibile la poesia?’’. Per scrivere poesia bisogna partire da una grande verità che ci presenta proprio Montale: è un prodotto assolutamente inutile. Non c’è nessuna serietà nelle parole, il mondo non cambierà. ‘’La poesia non vive solo nei libri o nelle antologie scolastiche’’ – aggiunge l’Eugenio nazionale. La poesia è qualcosa di mobile, che vaga di bocca in strade attraverso le parole. E ovviamente bisogna tener conto di un’altra questione: ‘’un poeta è un fingitore’’ ma deve restare sincero a se stesso, a quello che sente, altrimenti scriverà merda. E’ inutile fingere di non sapere che anche nelle storie più assurde e surrealiste si nasconde l’autore, che l’insetto è Kafka, che Kafka è un insetto! L’altro trucco è vivere la contemporaneità, cercare di comprenderla per quanto si può, ammazzarcisi dentro, aprirsi curiosi agli stimoli, e pensare che la vita, quella sì! viene prima della poesia.

  3. Larry Massino scrive:

    La poesia viene prima della vita, nel senso che una poesia senza vita è forse concepibile, ma non il contrario. Per il resto mi sembra un bell’intervento quello di SERVI a rovescio.

    Riguardo l’intervento principale ribadisco che non sta né in cielo né in terra che gli scrittori vengano dichiarati docenti universitari per merito invece che per concorso (e perché no, conti, duchi o baroni, con diritto di prima notte?). Del resto, vogliamo parlare della fangosa macchina distributrice di merito nei nostri liberali sistemi sociali?

  4. simone battig scrive:

    @Giordano

    Come scritto precedentemente sono d’accordo con le tue proposte, a patto che gli scrittori siano coinvolti in un processo di revisione del loro modo di porsi nei confronti della letteratura e soprattutto dell’editoria intesa come passaggio che porta alla pubblicazione. Larry Massino ha ragione quando di fatto dice che non esiste una nomina ad honorem, ma una considerazione per merito deve esistere, non per essere un docente universitario a tutti gli effetti ma per poter dare comunque il proprio al sistema universitario italiano come succede in altri paese e qui non accade,
    Nel 1999 io e Davide Bregola (giovani ventenni ispirati dal dogma di Von trier..) scrivemmo questa dichiarazione che riporto, proprio perché già esasperati dagli editori che chiedevano il nulla come scrittura e diffondevano già migliaia di titoli l’anno. E’ ovviamente una sintesi di un discorso molto ampio che demoliva anche i premi letterari tra l’altro. All’epoca nessuno la volle pubblicare perché era eresia parlare male dei premi letterari o di porsi dei freni nella produzione (in questo senso deve essere intesa la parte che riguarda la scrittura a mano…la scrittura a computer NON è la stessa cosa, influisce sui testi ed è per questo che oggi abbiamo libri che sembrano scritti dalla stessa mano…oltre che per il lavoro di editor non all’altezza…). Come vedi c’è molta carne al fuoco, ma se ne parla almeno da quando io ho messo piede in una casa editrice nel 1995 e in un paio d’anni ho capito che sarebbe stata una guerra scrivere e pubblicare…nessuno ha mai voluto cambiare il proprio fare personale, e ora siamo messi come siamo messi. Da parte mia ho continuato a seguire i principi qui esposti, perché nella loro ingenuità giovanile in fondo per me rappresentano ancora una poetica.
    Poi scrivere il capolavoro è un’altra storia, qui si parla dei blocchi di partenza.

    VIA 99

    via 99 è una libera associazione di scrittori e lettori che si scelgono l’un l’altro come soggetti e oggetti dello scrivere e del leggere fondata a Comuna Santuaria nell’inverno del 1999.
    via 99 ha come scopo la partecipazione attiva tesa alla rinascita di più consapevoli e potenti generazioni di lettori e scrittori.
    via 99 è un atto selvaggio di onestà.

    Questo secolo e questo millennio si chiudono in un clima di grande smarrimento, uno smarrimento che è al contempo interiore ed esteriore, psichico e planetario. Le nostre identità esplodono come i perimetri delle nostre città. Il caos delle anime rispecchia, riproduce e fomenta il caos del mondo. Le biografie e le storiografie si disgregano, si perdono in melme corrosive.
    I linguaggi dominanti (informazione, scienza, economia) possiedono e ribadiscono ossessivamente le loro ragioni, ma perdono e ci fanno perdere a velocità crescente il ricordo del nostro sensibile bisogno di sensibile.
    La letteratura è sempre stata una via per ritrovare e arricchire la percezione della nostra realtà che è onnicomprensiva. via 99 esprime il bisogno di rivedere il senso del creare e leggere letteratura, di ripristinare il naturale passaggio tra scrittori e lettori. Ciò è interrotto in questo momento da una mediazione esasperata (che ha anche una sua connotazione editoriale e commerciale indirizzata ad accatastare ogni genere di libro ad una velocità insostenibile di fruizione) imposta, nella maggior parte dei casi, da una critica d’accatto o compiacente, da responsabili di collana mestieranti sia della letteratura che del settore marketing/investimenti, da un giornalismo culturale di stampo clientelare e da un’inaccettabile confusione di ruoli.
    via 99 vuole ripristinare un’intesa pura tra lettori e scrittori che abbia come luogo esclusivo di comunicazione l’opera.
    via 99 vuole esporre ora la sua via e dichiarare un patto d’onestà con se e con i lettori.

    via 99, credendo fermamente che fare letteratura sia un processo individuale connesso ad un’abilità psicocinetica e non un concetto astratto, propone una serie di principi ispiratori e di purezza letteraria:
    1- La letteratura è una ramificazione della nostra realtà mediata dall’immaginazione.
    2- Scrivere non è un fine (perché non risolve nulla), ma una necessità e un mezzo di espansione della percezione.
    3- Il concetto di evoluzione è principio primo e ispiratore. La scrittura deve porre l’autore di fronte all’opera da compiere con uno stato d’animo atto a portare un punto di vista evolutivo rispetto ai suoi testi precedenti.
    4- La tensione interiore e lo stile dell’opera sono proiettati verso il tentativo di creare una letteratura di potenza che scuota le emozioni dello scrittore e del lettore. S’intende fare letteratura di potenza la capacità di produrre un forte mutamento e di subirlo al punto tale da esserne coinvolti fino al parossismo.
    5- Il concetto classico di autobiografia (o parziale autobiografia) non esiste perché deve essere chiaro che la letteratura è narrazione e invenzione. L’unico concetto è che ciò che facciamo è autobiografico perché è un’emanazione importante del nostro sentire.
    6- La stesura organica di un unico corpo narrativo non preclude l’uso indistinto di testi comunemente considerati romanzo, racconto, poesia, testo teatrale.
    7- Leggi il più possibile, ascolta i consigli di lettura ma segui un tuo percorso sia esso casuale o autoindotto.
    8- E’ vietato il confronto con altre persone che sia specificatamente incentrato sull’opera compiuta o in fase di scrittura. Questo perché il dialogo che non sia generale ma direttamente riferito all’opera dell’autore può dall’esterno mutarne l’originalità e indebolirne la potenza.
    9- Non è ammessa la scrittura diretta del testo a computer tramite tastiera o word vocali; essa deve avvenire su carta, e solo al termine dell’intero processo di scrittura e riscrittura è consentito riportare il testo a computer. Nel momento della stesura definitiva su file si possono apportare solo lievi modifiche formali (es: punteggiatura, correzioni di parole…)
    10- E’ vietato prestarsi a qualsiasi lavoro di editing (sia che si tratti di un romanzo, di una raccolta di racconti o di poesie) condotto da editor di case editrici o comunque da altri autori ad esse collegate. Il lavoro di revisione del testo è un processo esclusivo ed individuale dell’autore, che ha il dovere di non uscirne finché non si sente soddisfatto, e deve comunque essere precedente al momento in cui si tenta la via della pubblicazione.
    11- E’ vietato farsi imporre dall’editore o concordare con esso il titolo dell’opera (sia che si tratti di un romanzo, di una raccolta di racconti o di poesie), in quanto l’autore è responsabile unico delle parole.
    12- Via 99 non considera e riconosce alcun premio letterario atto a dare un riconoscimento formale ad un’opera comunque già pubblicata da qualsiasi casa editrice. Via 99 sostiene e incoraggia tutte le altre iniziative per la diffusione e l’incentivazione della letteratura che non riguardino opere già pubblicate.
    13- Tutte le opere pubblicate successivamente a Via 99 devono riportare l’intero testo del presente documento come certificazione di purezza.
    Giuro di attenermi a Via 99 tenendo fede alla mia coerenza e sensibilità con tutti i mezzi disponibili, sotto la mia responsabilità e affrontando qualsiasi tentativo di corruzione.

    Comuna Santuaria, domenica 28 febbraio 1999
    Simone Battig Davide Bregola

  5. Giordano Tedoldi scrive:

    Simone, solo velocemente su una cosa, con più calma magari parliamo anche del resto. Zadie Smith, scrittrice di cui non ho mai letto l’opera e non è il caso qui di discutere le capacità artistiche, è “tenured professor” nel programma di scrittura creativa della new york university. Credo significhi che è un professore a contratto, chi ne sa di più mi corregga. Insomma è un “docente universitario a tutti gli effetti”. Dubito che per arrivare lì, lei inglese, abbia fatto tutta la trafila accademica, o l’analogo, che si fa in Italia (a parte il fatto che quel tipo di ruolo accademico in Italia non esiste). Mi preme solo dire che sì: altrove – in Europa anche – si ha una cattedra all’università per insegnare scrittura e si è alla pari con gil altri professori e ci si arriva perché si ha scritto White Teeth, non perché si è fatto il dottorato, poi una mezza dozzina di concorsi, ecc. ecc.

  6. Cristina scrive:

    Mi sono piaciuti molto gli interventi di Giordano e Ivres, a cui voglio solo aggiungere che le case editrici attuali non solo non prendono in considerazione romanzi in sette volumi, ma nemmeno racconti. Capisco la mole di lavoro che deriva dall’invasione di opre di aspiranti autori da quattro soldi, ma in questo modo molte perle vanno perse insieme al letame che si butta. L’editore italiano vuole l’opera quasi pronta, il diamante grezzo non interessa. Quindi “perché leggere una decina di racconti, se poi dovrei fargliene scrivere altri cinquanta?” Non solo Proust, nemmeno Carver avrebbe trovato un editore quaggiù. Bisogna farsi furbi anche solo per farsi leggere e proporre quello che vogliono. Peccato, però, che questa non sia più letteratura, bensì marketing.
    Grazie

  7. simone battig scrive:

    Si, capisco bene cosa intendi Giordano, e ripeto, se il percorso è realmente aperto sono d’accordissimo riguardo l’università. La mia perplessità è dovuta solamente al fatto appunto che la nostra università non è organizzata come quella americana e ha sempre avuto percorsi di baronato e amicizie più che di merito…come si fa ad evitarli facendo una cosa del genere? E’ un punto molto importante su cui bisognerebbe riflettere a lungo altrimenti il disastro editoriale lo portiamo anche dentro le università….
    Ma ripeto, capisco bene il senso della tua proposta.

  8. damiano scrive:

    Ma di andare a lavorare come tutti non se ne parla proprio?

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  1. […] Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso. […]

  2. […] pure un decalogo di azioni positive (proposte ne sono state fatte diverse, per esempio qui e qui, e altre in passato), ma non perdiamo di vista l’insieme, che chiede una puntuale […]

  3. […] Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso. […]



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