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Prendere la parola anche se non si ha voce

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Photo by Kilyan Sockalingum on Unsplash

Torniamo sul dibattito in merito al futuro del teatro ospitando un contributo di Gaetano Ventriglia, dalla Compagnia Garbuggino Ventriglia, compagnia teatrale indipendente. 

di Gaetano Ventriglia

Alla fine il Governo riconosce anche ai lavoratori dello spettacolo l’una tantum Covid-19 di 600 euro, con il solo limite delle 30 giornate di contribuzione nell’arco del 2019.

Ci sono artisti singoli e compagnie che restano fuori: non raggiungono le 30 giornate. Non accedono alla provvidenza Cura Italia.

Si dice: il Governo non sa niente del mondo del teatro, non conosce la reale situazione. Giusto. Ma il problema non è il Governo.

Mi chiedo:

Come è possibile che artisti che portano avanti un lavoro la cui qualità è riconosciuta, che raccolgono stima e apprezzamento non arrivino a 30 giornate alla fine dell’anno?

Come è possibile? Come si è arrivati a questo?

Come comunità teatrale (che poi non è una comunità, ma un insieme di situazioni diversissime e spesso non comunicanti se non confliggenti tra loro) è forse il momento di guardare al nostro interno, di ritrovare il senso profondo di questo lavoro nelle sue declinazioni.

Ora il tempo c’è.

E uscire nel mondo e viverlo consapevolmente, sovversivamente. E molto, molto dopo parlare con la politica: quando avremo ritrovate le nostre parole e le avremo sperimentate e di nuovo cambiate. Perché parlare il linguaggio del nemico è già una sconfitta.

Se pensiamo a come è regolamentato il settore, il sistema dei finanziamenti, la suddivisione delle risorse, il sistema dei punteggi ecco che la pessima pratica degli scambi e dei sotterfugi (a tutti i livelli), diventa teorema e dogma. Come se fosse un assioma e non, sempre e comunque, una scelta. Come se la legislazione in materia fosse una categoria ontologica, il sistema dato per sempre. Come se fosse impensabile pensare di poterlo rovesciare.

L’indistinguibilità tra potere politico e potere teatrale, l’idea stessa della sua “normalità” genera una ricaduta a pioggia in una ragnatela di complicità, convenienze e connivenze che soffoca soprattutto le attrici e gli attori e le compagnie indipendenti: l’ultima ruota del carro teatrale, i più precari, i meno garantiti, i più ricattati quando non letteralmente derubati.

E anche i numerosi bandi, in teoria un tentativo di risposta ad alcuni problemi, rischiano di tradursi in un effetto “gratta e vinci” indebolendo ulteriormente la consapevolezza dei problemi strutturali in particolare negli under qualcosa a cui sono diretti.

Adeguarsi è un processo sottile fatto di piccoli e a volte meschini dettagli. Di abbozzi, di colpetti ai cerchi e alle botti. Ma la nostra visione del mondo dovrebbe essere quella di una prospettiva rovesciata.

Non adeguarsi. Prendere la parola anche se non si ha voce. Proprio perché non si ha voce.

Fuori ai teatri dovrebbe essere scritto “lo spettacolo di stasera non è stato scelto, è frutto di scambio”. Lasciare – almeno – agli spettatori la scelta se entrare o no.

Ogni scambio è un furto (oltre che una truffa nei confronti di chi paga un biglietto) e porta in sé un potenziale suicidio. Un altro spettacolo avrebbe dovuto essere lì quella sera.

Bisognerebbe capovolgere il sistema-spettacolo in uno nuovo e fresco e vitale. Un sistema dove non sia proprio questione di indici (né di quantità né qualità) e in cui – soprattutto – le compagnie e gli artisti indipendenti non siano penalizzati dal fatto di non avere altro da scambiare se non la propria forza lavoro: i loro spettacoli.

Ci troviamo – qui e adesso – in una situazione eccezionale e tragica sotto più punti di vista. Come il Vecchio Signore in Roberto Zucco di Koltès, imprigionato nella stazione della metro di notte, ci chiediamo cosa succederà domani quando finalmente si riapriranno i cancelli e potremo uscire. Come vedremo il mondo? E come il mondo vedrà noi?

Non andrà tutto bene, tanto meno per attrici attori e compagnie indipendenti: l’emergenza porterà verosimilmente ad una stretta ancora più forte, al rafforzamento di èlites, al dominio totalitario della politica, alla darwinistica sparizione di compagnie e di corpi.

Ma se immagino una rivoluzione è anzitutto esistenziale.

Dobbiamo rimettere l’attore al centro attorno al quale e per il quale ruota tutto il resto, e la poesia al centro dell’agire. Di ogni azione. Un po’ di coraggio, di sana anarchia. Dobbiamo ri-uscire nel mondo più tersi, con occhi nuovi che abbiano la durezza cristallina dell’amore. Dissolvere le cordate, le alleanze di comodo, i poteri meschini e consolidati e tutto ciò che soffoca e calpesta una vita-in-poesia. Saperci dire che la politica in teatro è merda. Just shit, che rende meglio il senso. Non serve neanche a niente dato che la vita è breve. Non si tratta di una sfida intellettuale né di una questione culturale, semmai l’opposto: uno scarto esistenziale.

Ricominciamo a parlare come bambini e non come burocrati invecchiati. I bambini non fanno convenevoli e moine, non conoscono il sarcasmo e l’ironia ma hanno invece forte il senso dell’umorismo e ridono in modo serio. David Foster Wallace scriveva che l’ironia è un problema: rende impossibile una reale critica della società. È un’osservazione folgorante.

Abolire le parole brutte come “operatore” che non vuol dire assolutamente niente (per chi non è dell’ambiente, si tratta di persone che gestiscono teatri) ed è forse per questo che va per la maggiore. Sono parole-mondi. Ma questi mondi fanno ribrezzo. E a un pensiero più profondo non esistono.

Torniamo al debutto, all’origine, alla prima volta che ci è passato in mente confusamente di voler fare questo nella vita. Torniamo alle cose essenziali. Al caos e al brivido. Il teatro non è altro che una possibilità verso l’invisibile. Sta nella zona dell’ideale, tutto qui.

Se proprio non riusciamo più rispettarlo allora lasciamolo in pace.

Anche se nessuno mai più dovesse andare in scena.

Non ha bisogno né di attori né di spettatori.

O magari è già finito, e l’esperienza che stiamo vivendo e subendo (di cui non conosciamo ancora la portata) ne ha soltanto decretato la fine.

In “In terra in cielo”, uno spettacolo mio e di Silvia Garbuggino, ad un certo punto nel cielo passa un albero e va oltre.

A ripensarci, probabilmente cercava un luogo dove rimettere radici. Find a home, find a soul, and a way.

“Abbiamo tutto il tempo per parlare di quello che ci preme, quello per cui ci siamo incontrati qui. Che hai da guardarmi così meravigliato? Rispondi a questa domanda: perché ci siamo riuniti qui? Per parlare dell’estero? O della fatale situazione della Russia? Dell’imperatore Napoleone? E allora, è per questo forse?

No, non è per questo.

Allora lo sai anche tu per cosa. Per gli altri è diverso, ma noi, che siamo degli sbarbatelli, dobbiamo prima di tutto risolvere le questioni eterne, una volta per tutte. Ecco quello che conta per noi”. 

Fëdor Dostoevskij – I Fratelli Karamazov

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