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Preparativi per la prossima vita

Questo pezzo è uscito su La Repubblica

C’era una volta la New York di Colazione da Tiffany, un posto scintillante e malinconico popolato da scrittori in erba, miliardari senza scrupoli e ragazze perdute che dall’Upper East Side prendevano un taxi al mattino per osservare i propri sogni ricomposti nella vetrina di una gioielleria della Fifth Avenue. L’immaginario letterario della città si è nutrito nel corso degli anni con i piccoli commercianti di Bernard Malamud, gli yuppies mostruosi di Bret Easton Ellis, il Bronx ruspante di Don DeLillo. Man mano che Manhattan si trasformava in una città per ricchi (shopping, turisti, vernissage e colazioni d’affari, poca esperienza e poco racconto) è stata sempre di più Brooklyn la terra d’elezione degli scrittori delle ultime generazioni. Per quanto la Grande Mela di Rick Moody e Jonathan Lethem sia un posto problematico, l’immagine che arriva fino a noi è tuttavia quella di una città di integrati disfunzionali: in prevalenza bianchi, di buona cultura, marginali quanto può esserlo una punk band di sbandati che in carriera ha aperto almeno un concerto dei Ramones.

La New York di Preparativi per la prossima vita, romanzo d’esordio con cui Atticus Lish ha vinto il Pen/Faulkner Award, offre un ritratto della città completamente diverso. I veri perdenti e i veri falliti: ecco chi mancava all’appello da tempo. Il libro di Lish è la storia dell’incontro tra Zou Lei, una ragazza cinese entrata clandestinamente negli Usa dal confine messicano, e Skinner, un soldato che dopo aver visto l’inferno in Iraq è tornato in una patria dove si sente uno straniero. Zou Lei è determinata ma senza documenti, rischia l’arresto a ogni passo, non conosce l’inglese e si muove nel Queens come un nordamericano potrebbe fare a Shenzhen senza carta di credito. Skinner dovrebbe essere considerato un eroe di guerra, ma è alla deriva: i traumi dell’esperienza bellica l’hanno devastato, e l’unica dote ricevuta dall’esercito dopo il congedo è – pistola a parte – una montagna di psicofarmaci con cui cerca di non impazzire. I due si incontrano a Flushing, quartiere multietnico del Queens. È qui che si innamorano e provano a ricavarsi un posto nel mondo.

I “preparativi” attraverso cui Atticus Lish – figlio di Gordon, il celebre editor di Raymon Carver – è giunto al suo romanzo hanno poco a che fare con la formazione tipo dell’intellettuale newyorkese: Lish ha insegnato in Cina, è stato nei marines, ha lavorato come guardia di sicurezza, cassiere in un fast food, telefonista in un call center, oltre a essersi immerso tra le strade e i laboratori clandestini di Flushing per documentarsi su ciò di cui avrebbe scritto. Grazie a lui scopriamo un mondo di cui sappiamo poco, attraverso un punto di vista che ultimamente ha pochi precedenti – nella scena iniziale in cui Skinner scrocca un passaggio al camionista che lo porterà a New York si intravede il fantasma di Tom Joad nelle prime pagine di Furore di John Steinbeck. A questo si aggiunge l’etica mai sbandierata della letteratura come forza vicaria. Testimoniare per chi non può farlo. Raccontare al posto di chi non ha voce.

Se ci pensate, gli agenti di borsa di Easton Ellis, i professori di DeLillo, gli intellettuali giovani e tristi di Brooklyn, le studentesse indebitate ma iperconnesse dell’ultimo Franzen, per quanto pieni di problemi possiedono molti strumenti per raccontare la propria storia – la voce dello scrittore serve a dare l’interpretazione autentica dei loro sproloqui e delle loro azioni. Quelli come Skinner e Zu Lei sono invece i veri invisibili, i paria, condannati a non lasciare traccia se non ci fosse chi ne raccoglie la voce.

Forse l’aspetto più toccante di Preparativi per la prossima vita sta in realtà nel narrare in maniera credibile una storia d’amore che si sviluppa nonostante ogni cosa congiuri perché non accada. Zou Lei ha a stento il tempo per sopravvivere, ma mette a rischio anche quello pur di occuparsi di chi la fa sentire umana. La guerra ha distrutto in Skinner la capacità di amare. Eppure lui è come una chitarra dalle corde strappate che qualcuno scaraventata per le scale, e dalla quale, contro ogni logica, una nota misteriosa continua a venir fuori.

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