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“Dove tutto è stato preso” – A House is not a Home

di Giuseppina Borghese

Il primo pensiero, appena uscita da teatro, dopo aver visto “Dove tutto è stato preso” di Tamara Bartolini e Michele Baronio – in scena all’India lo scorso 23 febbraio – è stato quello di tornare a casa e restare in silenzio, in balìa di sintetizzatori e voci languide, straziate: un bisogno fisico di darkwave e più precisamente di “Things We Never Did” dei Sad lovers and Giants.

“Dove tutto è stato preso” (una produzione Bartolini/Baronio e 369gradi, progetto vincitore del Bando Cura 2017 e Visionari 2018 Kilowatt Festival), in effetti, potrebbe essere una piccola resa dei conti di una generazione (quella fascia di persone d’età compresa tra i 30/45 anni), un risveglio dalla sbornia anarchica post adolescenziale, quando, finite le derive nichiliste, si leva dal fondo una nuova coscienza, una ricerca di intimità, nuovi codici comportamentali e un indefinito bisogno di famiglia. Un uomo e una donna si ritrovano in un tentativo di sedentarizzazione, c’è una casa da abitare ma ancor prima da assemblare, pezzo per pezzo, muovendosi con cautela, perché tutto è fragile e precario e sembra essere sul punto di crollare. La casa tratteggiata da Bartolini/Baronio è un piccolo rifugio, uno scenario di elementi minuti, quotidiani e personali, incasellato dentro la macchina escheriana dell’architettura urbanistica di periferia, che oggi ha smesso di chiamarsi periferia ed è diventato “centro emergente”, un paesaggio in divenire, colmo di vitalità e disperazione.

È su questo sfondo urbano, fatto di case scricchiolanti e incompiute, che si delineano i volti e le storie dell’umanità sfrattata dai processi di gentrificazione e di riorganizzazione delle grandi città: all’interno di questi alveari, infatti, non ci sono più solo sottoproletari ignari del proprio stare al mondo, ma personaggi romantici e desolati, consapevoli della disperata disomogeneità tra cultura e capitale che vivono sulla propria pelle.

Attraverso le biografie di adulti e bambini incontrati tra residenze e laboratori e attraverso le visioni di Clement, Herzog, Bernhard e Bourgeois, il duo romano, che ha uno sguardo elegante su temi non sempre facili da portare in scena – come dimostra anche con il delicatissimo spettacolo “Tutt’intera”, dedicato alla fotografa newyorkese Vivian Maier – realizza una interessante indagine sul tema della costruzione e della trasformazione di ciò che ostinatamente sopravvive. In questo teatro artigianale, raccontato attraverso un impeccabile corredo sonoro di chitarre elettriche, sintetizzatori e una composizione progressiva della scena con lampade, lastre, perimetri di luci, c’è un’apparente semplicità nella recitazione e nel testo, che si addensa in dialoghi e monologhi sempre più sofisticati e immagini quasi surreali. Un lavoro drammaturgico concreto e ben piantato nella realtà, ma allo stesso tempo immaginifico ed etereo, che prova a raccontare il mutato rapporto dell’individuo con la casa.

L’abitare è costitutivo a quello che si è e per questo il prevalere di ragioni economiche sul diritto alla casa diventa una inaccettabile profanazione del sacro, un colpo all’interezza dell’individuo stesso.

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Su questo piano, l’autrice Sarah Gainsforth, nel suo libro “Airbnb città merce – storie di resistenza alla gentrificazione digitale” (Derive Approdi, 2019), propone uno studio interessante che, partendo dal fenomeno di diffusione di Airbnb nelle grandi città, indaga sul tema di spazi urbani inabitabili, ma anche sulle ragioni economiche e politiche che hanno portato a marcare sempre più pesantemente la disuguaglianza sociale dei cittadini e sullo sviluppo selettivo delle zone urbane, che esclude interamente le famiglie e gli individui a basso e medio reddito dall’accesso alla proprietà. “È sulla trasformazione fisica degli spazi e degli edifici delle città che la politica si è finora concentrata attraverso iniziative di rigenerazione urbana mirate a migliorare l’aspetto esteriore dei luoghi e a destinarli a un uso più esclusivo, come se le soluzioni architettoniche e di decoro urbano potessero incidere sulle situazioni di disagio sociale, mentre esistono forme invisibili di un nuovo disagio abitativo”.

Ora che la casa sembra aver perso la solidità di luogo fermo, centrale nella vita dell’uomo, si delineano, dunque, nuovi profili, gli abitanti di passaggio, esistenze nomadi che abitano il trasloco, e ritorna in mente la figura di Tae-suk, protagonista di “Ferro 3 – La casa vuota” di Kim Ki-Duk. Anima vagabonda, non identificabile, un quasi non umano, Tae-suk, che non ha una dimora fissa, non è un senzatetto, né un ladro, ma una persona che vive la propria vita passando di casa in casa, nelle abitazioni lasciate vuote temporaneamente, cercando un approdo di pace nello spazio vuoto, tra gli oggetti rotti che premurosamente ripara, tra la polvere che si insinua in ogni intercapedine delle pareti.

Come il protagonista del film coreano, che con la propria presenza riporta equilibrio nelle case abbandonate, allo stesso modo i personaggi di “Dove tutto è stato preso” diventano essi stessi l’armonia che prova a ricostruirsi ogni volta che si ricrea un focolare, una graduale conquista del mondo: se davvero il futuro è ora, cosa bisogna fare? Di cosa bisogna prendersi cura? C’è tutto da rifare e un linguaggio nuovo da ridefinire, che si frammenta e si ricompone, dilatandosi in onomatopee: “We would be traitors/We would forget we were young/We would be helpless/We are the kingdom to come”.

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Credits

drammaturgia Tamara Bartolini

scene e paesaggio sonoro Michele Baronio

collaborazione al progetto, assistente alla regia, foto e grafica Margherita Masè

collaborazione artistica Fiora Blasi, Alessandra Cristiani, Gianni Staropoli

suono Michele Boreggi

concept video Raffaele Fiorella

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