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Pretty Deadly: il fumetto western di Kelly Sue DeConnick

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Questo pezzo è uscito su RSera (fonte immagine).

Una chioma rossa accesa, un parlare deciso e fermo ma col sorriso, negli Stati Uniti il suo nome è sempre presente quando si parla di “donne nel fumetto”.

È una delle non tantissime sceneggiatrici in un mondo soprattutto maschile, ma lei non vuole sentirne parlare, non sopporta di essere un fenomeno da baraccone, ha tutta la grinta e la bravura per affermarsi indipendentemente da questo discorso, e preferisce parlare dei suoi personaggi, femminili ma ben lontani dagli stereotipi di genere.

Kelly Sue DeConnick, autrice di serie come Captain Marvel, in cui ha ripensato l’eroina americana, o come Bitch Planet (disegni di Valentine De Landro), su donne indipendenti e ribelli incarcerate in un futuro patriarcale che riduce le donne a bamboline piacenti, ora con la serie Pretty Deadly (in Italia per Bao publishing) affronta assieme alle matite della spagnola Emma Ríos il mondo maschile per eccellenza, il western, e presenta una storia dalla trama complessa e dai personaggi (anche femminili) incredibili.

C’è una farfalla che racconta a un coniglio morto una storia antica, della stramba cantastorie Sissy e del suo mentore cieco e pistolero Volpe, che a loro volta narrano la vicenda di Ginny, figlia di una bellissima donna imprigionata dal marito e dalla Morte. E a causa di una pergamena rubata da Sissy, un’altra donna, Alice, ha un compito che pare impossibile: uccidere proprio la Morte, la carceriera. Che però non appare come una donna, ma forse è un uomo.

Partiamo da questo personaggio: la Morte, maschile, che si innamora di una donna.

DeConnick: Be’ innanzitutto è vero che in molte tradizioni la morte è rappresentata al femminile, ma io ho pensato al “Sinistro Mietitore”, e la sua storia in questo caso mi serviva per raccontare il ciclo della vita e l’impossibilità di controllare le cose per sempre. Nella mitologia tutto ha uno scopo, anche la morte dell’amato o dell’amata, di ogni cosa. Nel mio caso, la Morte che vuole incarcerare una donna per tenerla con sé, non lasciarla morire, incarna l’assurdità di inscatolare le relazioni, i rapporti tra le persone. Con Pretty Deadly voglio raccontare proprio questo: l’importanza e il bisogno di vivere secondo cicli, perché ci fa male fissare all’infinito qualcosa che amiamo.

Però è pericoloso rappresentare la Morte e l’aldilà: si rischia sempre di cadere nella banalità e nello stereotipo. Come per il far-west. Specie nel disegno.

Ríos: Certo, è un problema, ma si può affrontare. Per la Morte e l’aldilà ho pensato a un giardiniere e al suo giardino. Sono legati tra di loro, vivi, si muovono, e se il giardiniere è tormentato lo è anche il giardino. È una Morte che ha degli umori, e il suo ambiente cambia con lei. Per il western, invece, mi sono appoggiata in primo luogo al cinema che ha a dato a noi europei un’idea di quel mondo. Parlo soprattutto dei film di Sergio Leone che, anche se sono stati girati in Spagna, sono la vera immagine che abbiamo di quei luoghi, quegli spazi, quelle persone.

Poi però li ho fatti incontrare con la pittura surrealista, con le divinità di Max Ernst o con le atmosfere e i dettagli di De Chirico per costruire il mood che mi sembrava ideale per la storia. È un incontro che porta inquietudine, ma d’altronde amiamo entrare a fondo nelle psicologie dei personaggi, e capire cosa gli succede. E l’arte aiuta, specie per dare immagine a certe parole di Kelly Sue: una volta nella sceneggiatura ha scritto che la farfalla era “delighted”, cioè “gioiosa”. Come si rappresenta una farfalla gioiosa in un mondo inquietante?

DC: Diciamo che le cose si mescolano continuamente, nel disegno come nella storia, perché anche i personaggi cambiano d’importanza, si modificano, passano da un ruolo di secondo piano a uno di primo, tanto che se leggi velocemente il nostro fumetto molte cose ti scappano e devi tornare indietro per capirle. D’altronde, siamo partite dall’idea di raccontare una storia western e ci siamo trovate a confrontarci con dei mostri, e con una farfalla che parla a un coniglio morto. Non era pensabile ne nascesse una storia lineare.

Ma, a parte cinema e pittura, cha ruolo ha avuto la tradizione folk americana, che è un patrimonio meticcio immenso?

DC: Fondamentale. Pensiamo ad esempio al coniglio e alla farfalla, alla storia che si raccontano: è una citazione del trickster, il dio degli inganni che può prendere forme d’uomo o d’animale, tra cui appunto il coniglio, e possiede quel senso dello humor che amiamo usare. E poi ci sono le credenze dei nativi americani, i cui spiriti guida erano negli animali. Ma non abbiamo attinto solo alla tradizione americana.

R: Infatti, io ho introdotto la tradizione dei cantori popolari galiziani, che usavano strumenti come la gironda nel raccontare le loro storie nelle piazze, e quella del picaresco, del romanzo cinquecentesco spagnolo Lazarillo de Tormes. Abbiamo insomma connesso tradizioni diverse, scoprendo che avevano tanto in comune, e che in fondo stavamo raccontando anche una storia sul narrare: si passa dal coniglio e la farfalla al cantastorie in piazza e così via.

Però ci sono anche molti riferimenti colti: Shakespeare, il mito di Orfeo, il corvo di E.A. Poe. Inoltre, le battute dei personaggi sono spesso ermetiche, formule quasi da iniziati. Non è facile leggere questo fumetto.

DC: Sinceramente, pensavo che nessuno avrebbe letto una storia così, invece ci sono persone che lo amano proprio per la sua poeticità. Abbiamo voluto fare una grande opera e l’abbiamo fatta come volevamo, ma non è un libro per tutti e ne siamo consapevoli. D’altronde siamo in un’epoca in cui tanti vogliono che tutto sia chiaro e ben spiegato, ma noi non sopportiamo i fumetti didascalici, la vediamo in un’altra maniera.

Anche sui personaggi femminili: le sue protagoniste, non solo in Pretty Deadly, vivono situazioni difficili, risolvono problemi, guardano in faccia la realtà, hanno un’identità forte, cercano di aiutarsi. Quanto un discorso “femminista” può dare fastidio ai lettori di fumetto?

DC: Molto, temo. Tutti mi chiedono sempre perché io usi tante donne nei miei libri. Forse non sanno che è femminile solo il 15% dei personaggi dei fumetti, ma che lo è il 51% dei lettori. E le autrici e le lettrici devono sempre mettersi nei panni di personaggi maschili, perché una donna non può che essere o una spalla dell’eroe maschile, o una figura strumentale da vendicare, o una bambolina sexy.

È insomma un personaggio inferiore, e nessuno nella cultura occidentale ha mai incoraggiato a identificarsi in una figura così. Eppure tante adolescenti dicono «io sono diversa!», perché si sentono lontane dai modelli che vedono non solo nel fumetto, ma anche nel cinema, nella pubblicità, ovunque. E spero che con i miei personaggi possano dire «non sono qui come un oggetto, magari di piacere, ma come persona, e voglio essere io, non la copia di un modello in cui non mi riconosco».

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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