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Prigionieri

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Pubblichiamo un testo di John Berger, originariamente apparso su Guernica, nella traduzione di Vincenzo Latronico, che ci ha gentilmente concesso (fonte immagine).

di John Berger

Adrienne Rich, una meravigliosa poetessa americana, ha detto di recente in una conferenza che “quest’anno, un rapporto dell’ufficio statistico del dipartimento della giustizia ha rilevato che un americano su 136 vive dietro le sbarre – molti in attesa di giudizio.”

Nella stessa conferenza ha citato Yannis Ritsos, un poeta greco:

L’ultima rondine si attarda nel campo,
sospesa a mezz’aria come un nastro nero al polsino
dell’autunno.
Non resta altro. Solo le case bruciate
ancora fumanti.

***

Ho alzato al telefono e ho capito subito che eri tu a chiamare così all’improvviso, dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi. (Due giorni dopo le elezioni e il ritorno di Berlusconi.) La velocità con cui identifichiamo una voce familiare che arriva a sorpresa è confortante, ma ha anche un che di misterioso. Perché le misure, le unità che adoperiamo per calcolare la distinzione chiarissima che separa una voce da un’altra, non sono mai state formulate, non hanno nome. Non sono codificate. Di questi tempi, è sempre più raro che qualcosa non lo sia.

Così mi chiedo se non ci siano altre misure, altrettanto inespresse e precise, con cui calcoliamo altri fattori. Ad esempio, la quantità di libertà circostanziale che esiste in una data situazione, la sua ampiezza, la rigidità dei suoi limiti. I carcerati diventano esperti in materia. Sviluppano una sensibilità particolare per la libertà, non in quanto principio, ma in quanto sostanza granulare. Colgono un frammento di libertà quasi immediatamente, ovunque si presenti.

***

In un giorno normale, quando non succede niente e le crisi annunciate ora dopo ora sono le solite– e i politici proclamano per l’ennesima volta che senza di loro sarebbe una catastrofe – la gente si incrocia per strada e si scambia degli sguardi, e con alcuni di questi sguardi verificano se gli altri stanno contemplando la stessa cosa che si ripetono loro: allora è questa la vita!

Spesso è proprio così, e in questa condivisione primaria c’è una specie di solidarietà, prima ancora che si dica o si aggiunga altro.

Sto cercando le parole per descrivere il periodo storico in cui stiamo vivendo. Dire che è senza precedenti significa poco, perché tutti i periodi sono stati senza precedenti da quando è stata scoperta la storia.

Non sto cercando una definizione complessa – molti pensatori, come Zygmunt Bauman, si sono occupati di questo compito essenziale. Non sto cercando nulla più che un’immagine figurativa che funga da pietra miliare. Le pietre miliari non si spiegano completamente da sé, ma offrono un punto di riferimento che può essere condiviso. In questo senso sono simili ai presupposti impliciti contenuti nei proverbi. Senza pietre miliari si corre il rischio umano di girare in tondo.

***

La pietra miliare che ho trovato è il carcere. Niente di meno. Noi, cittadini di tutto il mondo, viviamo in un carcere.

La parola noi, quando viene stampata o pronunciata allo schermo, è diventata sospetta, perché viene costantemente usata da chi detiene il potere per sostenere demagogicamente di parlare anche per coloro a cui il potere è negato. Proviamo a parlare di noi come di un “loro”. Vivono in carcere.

Che tipo di carcere è? Come è costruito? Dove si trova? O sto usando questo termine solo come una metafora?

No, non è una metafora – la carcerazione è reale, ma per descriverla occorre pensare storicamente.

Michel Foucault ha mostrato in modo molto chiaro che il penitenziario è un’invenzione dell’epoca a cavallo fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, intimamente legata alla produzione industriale, alla fabbrica, e alla filosofia utilitaristica. Prima c’era la galera, un’estensione delle gabbie e delle segrete. Ciò che distingue il penitenziario è la quantità di prigionieri che riesce a contenere – e il fatto che sono tutti costantemente sorvegliati grazie al modello del panopticon, concepito da Jeremy Bentham, che ha introdotto nella filosofia morale i principi della contabilità.

La contabilità prevede che si tenga traccia di ogni transazione. Di qui deriva la pianta circolare del penitenziario, con le celle disposte intorno alla torretta di guardia al centro. Bentham, che è stato anche il tutore di John Stuart Mill agli inizi del diciannovesimo secolo, è stato il più grande difensore utilitarista del capitalismo industriale.

Oggi, nell’era della globalizzazione, il mondo è dominato da un capitale non industriale ma finanziario, e i dogmi che definiscono la criminalità, così come le logiche della carcerazione, sono cambiati radicalmente. I penitenziari esistono ancora, e se ne costruiscono sempre di più. Ma le mura delle carceri hanno uno scopo diverso. Ciò che fa di una zona un luogo d’incarceramento è cambiato.

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Vent’anni fa ho scritto con Nella Bieski A Question of Geography, un testo teatrale sui gulag. Nel secondo atto, uno zek (un prigioniero politico) spiega a un ragazzino che è appena arrivato le scelte disponibili in un campo di prigionia, i limiti di ciò che può essere scelto. Quando ti trascini verso la cuccetta dopo una giornata a lavorare nella taiga, dopo aver marciato per ore mezzo morto di fame e di stanchezza, ti viene consegnata una razione di pane e minestra. Sulla minestra non hai scelta – va mangiata finché è calda, o perlomeno finché è tiepida. Sui quattrocento grammi di pane hai una scelta. Ad esempio, puoi dividerli in tre parti: una da mangiare subito, con la minestra, una da masticare prima di andare a dormire, l’ultima da conservare fino al mattino alle dieci, quando starai già lavorando da ore nella taiga e lo stomaco vuoto ti sembrerà un macigno in pancia.

Svuoti una carriola piena di sassi. Non avevi scelta –fin qui dovevi spingerla. Ma ora è vuota e hai una scelta. Puoi riportarla indietro come all’andata; oppure – se sei intelligente, e il bisogno di sopravvivere rende intelligenti – la porti così, tenendola quasi dritta. Se scegli il secondo metodo offri un po’ di riposo alle spalle. Se sei uno zek e ti nominano caposquadra, hai la scelta se diventare un secondino o non dimenticarti mai che sei uno zek.

I gulag non esistono più. Però milioni di persone lavorano in condizioni che non sono molto diverse. È solo cambiata la logica penitenziaria applicata ai lavoratori e ai criminali.

All’epoca dei gulag, i prigionieri politici venivano classificati come criminali e ridotti in schiavitù. Oggi milioni di lavoratori sfruttati brutalmente vengono ridotti allo stato di criminali.

L’equazione dei gulag – “criminale = schiavo” è stata riscritta dal neoliberismo come “lavoratore = criminale nascosto”. La nuova formula esprime tutto il dramma delle migrazioni globali; chi lavora è un criminale latente. Basta un’accusa perché si riveli colpevole di voler sopravvivere a tutti i costi.

Più di sei milioni di donne e uomini messicani lavorano negli Stati Uniti senza documenti, e sono pertanto illegali. Un muro di cemento di oltre mille chilometri e un muro “virtuale” di quasi duemila torrette di guardia sono previsti per il confine col Messico. Dei modi di aggirarli – tutti molto pericolosi – saranno, ovviamente, trovati.

Il capitalismo industriale, che dipendeva dalla produzione e dall’industria, e il capitalismo finanziario, che dipende dalla speculazione sul libero mercato e dai prodotti creditizi, prevedono aree d’incarcerazione diverse. Le transazioni finanziarie di tipo speculativo ammontano ogni giorno a 1.300 miliardi di dollari, cinquanta volte la totalità degli scambi commerciali. La prigione oggi copre tutto il pianeta e i suoi diversi rami possono essere chiamati cantiere, campo profughi, centro commerciale, periferia, ghetto, ufficio, favela, sobborgo. L’essenziale è che tutti quelli che si trovano incarcerati in quei luoghi sono compagni di carcere.

***

È la prima settimana di maggio e in collina, in montagna, sui viali e intorno ai cancelli dell’emisfero settentrionale, le foglie degli alberi cominciano a spuntare. Non solo le loro sfumature di verde sono ancora perfettamente distinte: si ha l’impressione che anche le singole foglie lo siano, e ci si trova di fronte a miliardi – ma no, non miliardi (la parola è corrotta dai dollari), ci si trova di fronte a una moltitudine infinita di foglie nuove.

Per i carcerati, i piccoli segnali visibili della continuità della natura sono sempre stati una fonte di incoraggiamento segreto. Lo sono ancora.

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Oggi lo scopo di quasi tutte le carceri (fisiche, elettroniche, sorvegliate, interrogatorie) non è di tenere dentro i carcerati per correggerli, ma di tenerli fuori per escluderli.

Quasi tutti gli esclusi non hanno nome – per questo le forze di sicurezza sono ossessionate dall’identità. Non hanno neppure numero, e per due ragioni. Primo, perché le loro quantità oscillano; ogni carestia, ogni disastro naturale, ogni intervento militare (ora si dice missione di pace) può ridurne oppure aumentarne la moltitudine. In secondo luogo, perché calcolarne il numero significherebbe riconoscere il fatto che gli esclusi costituiscono la maggior parte degli esseri umani che vivono sul pianeta – e riconoscere questo fatto significa rendersi conto che è assurdo.

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Vi siete accorti che i piccoli oggetti di consumo sono sempre più difficili da estrarre dalla confezione e dal cellophane? È successo qualcosa di simile alle vite di chi ha un lavoro redditizio. Chi ce l’ha, e non è povero, si trova a vivere in uno spazio molto ridotto che concede sempre meno scelte – tranne quella sempre rinnovata fra obbedienza e disobbedienza. Le ore lavorative, il luogo di residenza, le esperienze e le capacità acquisite in passato, la salute, il futuro dei figli, tutto ciò che non riguarda direttamente la funzione per cui si è impiegati deve prendere un posticino in seconda fila dietro alle esigenze imprevedibili e sconfinate del profitto. La rigidità di questa regola si chiama flessibilità. In prigione, le parole si capovolgono.

La pressione allarmante di certi ambienti lavorativi ha costretto i tribunali giapponesi a riconoscere e definire un nuovo termine di medicina legale – “morte per eccesso di lavoro”.

Nessun altro sistema, si dice a chi ha un lavoro redditizio, potrà funzionare. Non ci sono alternative. Prendi l’ascensore. L’ascensore è una piccola cella.

Da qualche parte nella prigione osservo una bambina di cinque anni che fa lezione di nuovo in una piscina municipale. Indossa un costume blu scuro. Sa nuotare ma non ha ancora la sicurezza di farlo da sola, senza sostegno. La maestra la porta all’estremità della vasca dove l’acqua è più profonda. La bambina salta in acqua aggrappandosi a un bastone sorretto dalla donna. È un modo di farle superare la paura dell’acqua. L’hanno fatto anche ieri.

Oggi vuole che la bambina si tuffi senza reggersi al bastone. Uno, due, tre! Lei salta, ma all’ultimo momento afferra il bastone. Nessuno dice una parola. La donna e la bambina scambiano un sorriso fugace – paziente l’una, vergognosa l’altra.

La bambina si issa sulla scaletta della piscina e torna al trampolino. Ancora!, esclama. Salta con le braccia lungo i fianchi, senza reggersi a nulla. Quando emerge in superficie si trova la punta del bastone proprio davanti al naso. Con un paio di bracciate raggiunge la scaletta senza aggrapparsi.

Sto sostenendo che la bambina col costume blu scuro e la maestra di nuoto coi sandali sono delle carcerate? Di certo nel momento in cui la bambina è saltata senza bastone, nessuna delle due lo era. Però se penso agli anni che verranno, o guardo indietro a quelli già trascorsi, nonostante ciò che descrivo, entrambe rischiano di diventare o di tornare ad essere carcerate.

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Pensiamo alla struttura di potere del mondo che ti circonda, al funzionamento dell’autorità. Ogni tirannide trova un’attrezzatura di controllo a forza di improvvisazioni. È per questo che spesso non viene riconosciuta sin da subito come tale.

Le forze di mercato che dominano il mondo affermano di essere inevitabilmente più forti di qualunque stato nazionale. Questa affermazione è più vera ogni minuto che passa. Con ogni telefonata non richiesta che prova a convincerti a sottoscrivere un piano pensionistico privato, con ogni ultimatum dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Il risultato è che i governi, perlopiù, hanno smesso di governare. Non indirizzano più un paese verso una direzione che hanno scelto. La parola “orizzonte”, con quella promessa di una speranza futura, è svanita dal discorso politico tanto a destra quanto a sinistra. L’unica cosa su cui si può ancora discutere è come misurare ciò che già c’è. I sondaggi d’opinione sostituiscono la direzione e il desiderio.

I governi non sono più timonieri ma mandriani. (Nelle prigioni statunitensi “mandriano” è uno dei termini con cui vengono definiti i secondini.)

Nel diciannovesimo secolo, il carcere a vita era definito, positivamente, come “morte civile”. Due secoli dopo i governi impongono – con la legge, con la forza, col ricatto economico amplificato dai media – una morte civile di massa.

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Ma vivere sotto un tiranno in passato non era una forma di prigionia? Non nel senso che sto descrivendo. Ciò che si vive oggi è nuovo per via del rapporto che ha con lo spazio.

È qui che il pensiero di Zygmunt Bauman è illuminante. Bauman fa notare che le forze di mercato che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, e cioè “libere da vincoli territoriali – dai vincoli della dimensione locale.” Sono perennemente remote, anonime, e quindi non devono mai tenere conto delle conseguenze fisiche, locali, delle loro azioni. Cita Hans Tietmeyer, presidente della banca federale tedesca: “La nostra missione, oggi, è creare condizioni favorevoli alla fiducia dei mercati.” È la priorità suprema.

Ne consegue che il controllo della popolazione mondiale – che consiste di produttori, consumatori, e poveri emarginati – è l’unico compito affidato ai governi nazionali obbedienti.

Il pianeta è un carcere e i governi obbedienti, di sinistra o di destra, ne sono i mandriani.

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Il sistema carcerario opera grazie alla rete. La rete offre ai mercati una velocità di scambio praticamente istantanea, sfruttata in tutto il mondo giorno e notte. È da questa velocità che deriva la licenza extraterritoriale di questa tirannia. E però tale velocità ha un effetto patologico su chi se ne avvale: li anestetizza. Qualunque cosa succeda, è “business as usual.”

Quella velocità non lascia spazio al dolore; forse all’annuncio del dolore, ma non all’atto di soffrirne. Di conseguenza la condizione umana è bandita, esclusa da chi si trova ad operare il sistema. Sono costretti a stare da soli e sono costretti ad essere senza cuore.

Un tempo i tiranni erano spietati e inaccessibili, ma vivevano accanto a chi soffriva delle loro decisioni. Questo non vale più, e probabilmente è qui la debolezza del sistema.

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Sono (siamo) compagni di carcere. Quest’ammissione, quale che sia il tono di voce con cui viene fatta, contiene un rifiuto. In nessun luogo come in carcere si calcola e si aspetta il futuro come qualcosa di drasticamente contrario al presente. I carcerati non accettano mai il presente come definitivo.

E nel frattempo, come vivere in questo presente? Che conclusioni trarne? Che decisioni prendere? Come agire? Ho qualche linea-guida da suggerire, ora che abbiamo stabilito una pietra miliare.

Da questa parte del muro di cinta si ascolta con attenzione l’esperienza, e nessuna esperienza è ritenuta obsoleta. Qui si rispetta la sopravvivenza, e si sa che spesso questa dipende dalla solidarietà fra prigionieri. Le autorità lo sanno – per questo impongono le misure di isolamento, separandoci fisicamente dalla storia, dal passato, dalla terra, e soprattutto da un futuro comune.

Ignora ciò che ti dice il secondino. Ovviamente ci sono secondini cattivi e altri meno cattivi. A volte è utile tenere a mente la differenza. Ma ciò che dicono – anche i meno cattivi – sono stronzate. I loro inni, i loro feticci, le loro parole magiche sicurezza, democrazia, identità, civiltà, flessibilità, produttività, diritti umani, integrazione, terrorismo, libertà – li ripetono fino alla nausea per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di carcere. Da questa parte del muro di cinta le parole dei secondini non hanno senso e non servono più a pensare. Non attraversano nulla. Rifiutale anche quando mediti in silenzio fra te e te.

Di contro, i carcerati hanno sviluppato un vocabolario proprio per pensare. Molte parole sono segrete, molte hanno infinite variazioni locali. Sono paroline o piccole espressioni che ciononostante contengono un mondo: ti-mostro-come-si-fa, a-volte-mi-chiedo-se, pajarillo, c’è -movimento-nell’ala-B, perquisizione, prendi-questo-orecchino, morto-per-noi, provaci-adesso, ecc.

Fra carcerati ci sono conflitti, a volte violenti. Tutti i carcerati sono ridotti in schiavitù, ma ci sono vari gradi di schiavitù e le differenze fra questi gradi generano invidia. Da questa parte del muro di cinta la vita vale poco. Il fatto stesso che la tirannia sia senza volto incoraggia la caccia al capro espiatorio, la ricerca di nemici facili da identificare fra gli altri carcerati. Le celle asfissianti diventano un manicomio. I poveri attaccano i poveri, gli sfollati saccheggiano gli sfollati. I compagni di carcere non vanno idealizzati.

Ma senza idealizzazioni prendi nota che ciò che hanno in comune – la sofferenza insensata, la capacità di sopportazione, l’astuzia – è più significativo, più rivelatorio, di ciò che li separa. Di qui nascono nuove forme di solidarietà. La nuova solidarietà comincia dal riconoscimento reciproco della differenza e della molteplicità. Allora è questa la vita! Una solidarietà, non di masse ma di interconnessioni, molto più adatta alla vita in carcere.

***

Le autorità fanno tutto ciò che possono perché i carcerati non siano al corrente di ciò che accade nel resto del carcere. Non è un indottrinamento, nel senso più aggressivo del termine. L’indottrinamento è riservato alla piccola élite di speculatori e manager ed esperti di mercato. Per quanto riguarda la massa, lo scopo del carcere non è di attivarle ma di tenerle in uno stato di incertezza e passività, di ricordare loro senza rimorso che nella vita non ci sono che rischi, e che la terra è un posto pericoloso.

Per farlo vengono impiegate informazioni scelte con cura, informazioni false, commenti, dicerie, finzioni. Questa operazione, nella misura in cui ha successo, propone e sviluppa un paradosso allucinatorio, perché porta la massa a credere che la priorità di ognuno sia di predisporre la propria protezione personale da tutti gli altri, guadagnandosi in qualche modo, persino in carcere, un’eccezione individuale al destino comune. L’immagine dell’umanità trasmessa da questa visione del mondo è davvero senza precedenti. L’umanità viene presentata come fatta di codardi; solo i vincitori sono coraggiosi. Non ci sono regali; solo premi.

I carcerati hanno sempre trovato modi di comunicare fra loro. Nel carcere globale la rete può essere impiegata contro gli interessi di chi l’ha messa in piedi. Così i carcerati possono informarsi su cosa fa il mondo giorno dopo giorno, e seguire storie inascoltate del passato, e stringersi spalla a spalla con i morti.

Nel farlo riscoprono i piccoli regali, gli esempi di coraggio, la rosa nella cucina in cui non c’è abbastanza da mangiare, i dolori indelebili, l’infaticabilità di una madre, la risata, il mutuo soccorso, la resistenza sempre più vasta, i sacrifici volontari, altre risate…

Sono messaggi brevi ma si propagano nel silenzio delle loro (delle nostre) notti.

***

L’ultima linea guida non è tattica ma strategica.

Il fatto che i tiranni siano extraterritoriali spiega la loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza potenziale. Operano nello spazio virtuale, alloggiano in condomini custoditi da guardie armate. Non conoscono la terra che li circonda. Non solo: disprezzano quella conoscenza come qualcosa di superficiale. Contano solo le risorse estraibili. Non ascoltano la terra. All’aperto sono ciechi. Nella dimensione locale si perdono.

Per i compagni di carcere vale il contrario. Le celle hanno pareti che si toccano attraverso il mondo. Un atto efficace di resistenza si inserirà in ogni dimensione locale, vicina e lontana. Una resistenza periferica, l’ascolto della terra.

La libertà viene scoperta lentamente, non fuori dal carcere ma nel suo cuore più profondo.

***

Non solo ti ho riconosciuta subito, mentre mi parlavi dal tuo appartamento in via Paolo Sarpi; ho anche intuito dalla tua voce come ti sentivi. Ho indovinato la tua esasperazione, o meglio, una sopportazione esasperata mista – ed è così tipico di te – ai passi svelti della speranza che verrà.

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