Fight-Club-2-LBDC

Prima che arrivi il freddo

Fight-Club-2-LBDC

(Fonte immagine)

“Queste case sono tutte uguali”, mi dice, mentre la vista panoramica si apre sulla città e domina le insegne dei fast-food e il traffico congestionato. “Guarda”, aggiunge poi, “c’è qualcosa che non va”.

“Dove?”, le chiedo, cercando il registratore audio.

“Laggiù, in fondo alla strada”.

Lei ha un vestito leggero, di seta, mi pare, ed è abbronzata e dimostra almeno trent’anni, nonostante ne abbia…

“Scusa, quanti anni hai?”

“Ventiquattro”, risponde. “Ventiquattro anni e due mesi”.

La terrazza è ampia ed esposta al vento e ha una superficie pari al bilocale in cui vivo, se non di più. C’è una jacuzzi e una serie di piante rare e diverse poltrone e un tavolo e poi c’è lei, che guarda la strada e fuma e si incuriosisce. “Stanno litigando. Forse inizieranno a picchiarsi”.

Ho acceso il registratore audio, l’ho appoggiato sul tavolo. Il vento, sempre più forte, fa tremare le piante e la ringhiera di acciaio. Lei continua a fumare, i suoi capelli mulinano intorno alle spalle e il fumo si disperde subito.

“Quella ringhiera”, le dico, “non ti sembra un po’ alta?”

“L’ha deciso mio padre. Voleva evitare incidenti”.

Restiamo in silenzio. Dalla strada, intanto, arrivano delle urla, delle minacce di morte che il vento attutisce ma non riesce a coprire. Il suo vestito svolazza, le sue gambe sono perfettamente lisce. Sopporta la mia presenza, fa caso alle mie domande, eppure non capisce perché le faccio. Lei si affida al presente, non ha bisogno di ricordare nulla.

“Oddio, hanno chiamato la polizia”.

Suo padre, un giorno, mi ha chiesto un appuntamento. Ho accettato, sono andato nel suo ufficio. In ascensore, mentre una sinfonia di Mozart intratteneva uomini e donne eleganti, io guardavo i loro profili nello specchio a lato, sembravano morti ma concentrati. C’era una donna bellissima, sulla quarantina. Ho provato a sorriderle, lei si è sentita a disagio e ha avuto un brivido, una forma visibile di nevrosi, quindi ha sussurrato qualcosa all’orecchio del collega. Nel giro di poco, tutto l’ascensore mi ha guardato di sbieco. Alcuni sono scesi all’ottavo piano, altri sono rimasti. La sinfonia di Mozart era arrivata alla fine. C’è stato un attimo di silenzio, poi è ricominciata. Quante volte si ripeteva, nell’arco di una giornata? Dieci, quindici volte? Cambiavano mai sinfonia, oppure ascoltavano sempre quella? L’avrei chiesto a qualcuno, se solo ne avessi avuto il coraggio.

“Queste case sono tutte uguali, non hanno carattere. Potrebbero scomparire o moltiplicarsi, non farebbe alcuna differenza, capisci? Hanno la stessa struttura, le stesse finestre enormi. Gli architetti volevano luce, la massima esposizione al sole. Dicono che influisca sul nostro umore. Però, non so, è come se non ci fossero le pareti esterne. Fluttuiamo nell’aria. Ci saranno trenta, quaranta finestre, l’hai notato? Forse dovrei contarle, magari domani. Ti va di aiutarmi?”

Non dico nulla, e lei non ripete la domanda.

“Qualche mese fa, mio padre ha fatto installare delle inferriate. Arrivavano la mattina, senza dire una parola, e fischiettavano e lavoravano fino a tardi. Sono stati bravi, hanno trasformato la casa in una prigione chic”.

“Perché?”, le chiedo. “Sembra che dobbiate proteggervi”.

“L’ha fatto per mio fratello”.

Sono sceso al ventunesimo piano. La segretaria mi ha fatto entrare, e lui stava fissando il vuoto e ha alzato lo sguardo e mi ha sorriso. Le pareti, considerate nell’insieme, potevano definirsi spoglie. C’era qualche locandina, uno scaffale vuoto, una fotografia in cui lui sorrideva e stringeva la mano a Lars Von Trier, che però aveva un’espressione seria.

“Tuo padre ha conosciuto Lars Von Trier”.

“Non so”, risponde. “Mio padre ha conosciuto un sacco di gente”.

“Be’, è normale. Il suo lavoro consiste nel conoscere gente”.

Ha finito la sigaretta, la getta oltre la ringhiera. “Conosce tutti, è vero, ma dice di sentirsi solo. Ieri l’ho visto piangere”.

“Com’è possibile?”

“Prova a chiederglielo”.

“…”

“Fare domande è il tuo lavoro, no?”

Nell’ufficio al ventunesimo piano, prima di parlare, suo padre ha aspettato un po’. Voleva trovare le parole giuste. Era un uomo convinto, sicuro di sé, e indossava un completo scuro e un orologio che rifletteva minuscoli cerchi di luce sul piano della scrivania. Ha tossito, mi ha porto una fotografia di famiglia. C’erano lui, sua moglie e i suoi due figli, un maschio e una femmina.

“Sto morendo”, ha detto.

Non sapevo cosa rispondere, ho abbassato lo sguardo. Guardavo i cerchi sulla scrivania.

“Ha presente quel periodo dell’anno in cui tutto sfiorisce, e le foglie cadono e l’erba scompare e diventa a chiazze? Quel periodo in cui fa freddo, e le temperature scendono sotto lo zero e i parabrezza si ghiacciano e le persone hanno paura di scivolare? Quei giorni in cui resti a casa, e annulli gli appuntamenti e spegni il cellulare e fingi di non avere impegni, perché vuoi solo chiudere gli occhi”.

“…”

“È appena iniziata la primavera, e io sto morendo”.

“…”

“Morirò prima che arrivi il freddo”.

Siamo usciti, devo accompagnarla in un posto.

“Guarda, i due automobilisti di prima. È arrivata la polizia”.

Continuo a guidare, lei abbassa il finestrino e si sporge fuori e grida qualcosa ai due uomini. Sembrano esausti, stanno parlando coi poliziotti. Le loro macchine sono in bilico fra il marciapiede e la strada.

“Prima, quando parlavi delle inferriate, hai detto che le hanno messe per tuo fratello. Come mai?”

“Lo scorso Natale, dopo aver cenato e aperto i regali, ha provato a buttarsi giù”.

“…”

“Stai registrando?”

Suo padre mi ha commissionato un libro, la storia della loro famiglia. Ci ho pensato un po’ su, quindi ho accettato. Ho registrato ore e ore di conversazioni. Ho parlato con lui, con sua moglie, col figlio, e adesso è il turno della figlia minore. Ci fermiamo a un semaforo, lei si abbassa il vestito e accavalla le gambe e io guardo oltre il parabrezza. Il vento si è calmato, i contorni non si muovono più.

“Dove ti sto portando?”

“…”
“Devi dirmelo, sennò faccio marcia indietro”.

“Stiamo andando a una festa. C’è già mio fratello, ha detto di fare in fretta”.

In uno dei primi incontri, suo fratello mi ha chiesto di raggiungerlo a casa. Dovevamo vederci fuori, in un bar. Aveva cambiato programma. Quando sono arrivato, mi ha aperto la donna delle pulizie. Sembrava assente, in stato confusionale. Ha fatto una specie di inchino, non capivo il perché, quindi mi ha fatto salire. Ho bussato, nessuno ha risposto. Sono entrato e lui era disteso a letto, immobile, coi polsi insanguinati. Non sapevo come reagire. Ho iniziato a gridare, la donna delle pulizie si è fiondata in camera. Ci siamo avvicinati al letto, respirando a fatica, e lui si è alzato e ha fatto una specie di balletto, canticchiava un singolo di Rihanna. “Stavo scherzando”, ha detto. “Era solo uno scherzo”. La donna delle pulizie, che finora non aveva parlato, è scoppiata a ridere. Il ragazzo continuava a ballare, il sangue era semplice tintura rossa.

“Siamo arrivati”, dice. “La festa è dietro l’angolo”.

“Io torno indietro”.

“Dove?”

“A casa”.

Lei sembra restarci male, si aspettava che entrassi. La festa è al secondo piano di un palazzo di lusso, con due statue di fronte all’ingresso. La musica arriva nitida fino alla strada. Lei alza la testa, guidata dal frastuono. “Le finestre…”

“Cosa?”

“Non hanno le inferriate”.

Suo padre muore in agosto, all’inizio del mese.

L’ultima volta che l’ho visto, era all’ospedale e respirava a fatica. “Voglio ricordare tutto”, diceva. “Voglio ricordare ogni cosa”.

Al cimitero, mentre stanno seppellendo la bara, lei si stacca dal cordone di famigliari e cammina e viene verso di me. “Hai portato il registratore?”

Devo pensarci, non ne sono sicuro. Poi lo trovo, era nella tasca interna della giacca. “Sì, l’ho portato”.

“Accendilo, devo dire una cosa”.

Lo accendo, inizio a registrare. Lei inspira, fa per parlare. Restiamo per un po’ in silenzio, finché la bara non scompare del tutto e lei cambia idea, tornando dai famigliari.

Iacopo Barison (Fossano, 1988); pubblica un primo romanzo all’età di vent’anni, tratto dal suo blog. Suoi racconti e articoli sono apparsi su numerosi siti e riviste. A maggio 2014, per Tunué, è uscito il suo nuovo romanzo, Stalin + Bianca, nella collana di narrativa diretta da Vanni Santoni.
Aggiungi un commento