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Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa

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Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

 

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».

Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

«Certo quella somma, devoluta in gran parte alla comunità, è niente. Abbiamo deciso che la giustizia può giungere in tanti modi. Per multinazionali come Shell è semplice assoldare avvocati su avvocati, rendere estenuanti i processi. Mio fratello maggiore e mio zio, Owens, hanno messo il proprio corpo, la propria vita e non puoi resistere vent’anni col rischio di un nulla di fatto. Shell non ha voluto affrontare la causa, pagando i danni. Per noi il messaggio, il segnale, che usciva era chiaro per tutte le compagnie che operano con doppi standard a seconda dei paesi. Nessuna corporation avrebbe più dovuto contare sull’impunità», spiega Noo.

È recentissima la pubblicazione della relazione, lunga trentotto pagine, di Amnesty International dal titolo Clean it up – Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta, in cui si legge: «(…) Le compagnie responsabili della fuoriuscita di petrolio secondo la legge in vigore entro le 24 ore dall’avvenimento devono provvedere a riportare l’area colpita più possibile al suo stato originale, un processo noto come remediation. La nuova inchiesta di Amnesty International e CEHRD mostra che Shell sta fallendo in questa operazione. I siti che Shell asserisce siano stati bonificati sono ancora visibilmente inquinati. Nigeria’s National Oil Spill Detection and Response Agency ha certificato e classificato come puliti siti visibilmente contaminati.

Le conclusioni di questa ricerca si fondano su rilevazioni sul campo in Ogoniland dal mese di luglio a quello di settembre 2015. Nel 2011 United Nations Environment Programme aveva già preso in esame i medesimi siti, fornendo lo studio finora più completo sull’impatto dell’inquinamento petrolifero nella vita delle comunità sul Delta del Niger. Analizzando Ogoniland, l’Unep ha esposto uno scioccante livello di inquinamento, che include la contaminazione dei terreni agricoli e i danni all’industria ittica, la contaminazione dell’acqua potabile, e l’esposizione di centinaia di migliaia di persone a gravi rischi per la salute personale». Shell nega gli addebiti mossi.

In un passaggio significativo del viaggio In cerca di Transwonderland, Noo prefigura Ogoniland libera da una ricchezza maledetta che arricchisce pochi. Una ricchezza che sfotte il futuro, per usare le parole di Saro-Wiwa. Lei immagina il territorio Ogoni come un’economia emancipata dall’oro nero, un ritorno al futuro con l’agricoltura, modernizzata, che per secoli ha sostenuto l’intera area. Addio fuoriuscite di greggio, combustioni continue che avvelenano la terra, i fiumi, sconvolgono pratiche agricole plurisecolari e lotte spietate per il controllo dei profitti derivanti dal petrolio.

«Disgustato mio padre ci indicava sempre quelle fiammate lamentandosi del loro impatto ambientale, mentre io annuivo assente, troppo piccola per comprenderne le implicazioni – dice la scrittrice –. Le compagnie bruciano il gas in eccesso, che è un sottoprodotto dell’estrazione del petrolio. Con le infrastrutture giuste, ma costose, è possibile catturarlo ed esportarlo, invece lo bruciano. Ben pochi soldi della filiera industriale vanno alla popolazione, ancor meno alla gente che abita il Delta del Niger, vittima della corruzione e dell’indifferenza dell’industria petrolifera. È ridicolo che i nigeriani si ritrovino spesso a corto di benzina, perché c’è un sistema che prospera sull’esportazione della materia grezza, di ottima qualità, e sulla successiva importazione della stessa lavorata, costosissima e centrale nel processo corruttivo. Miliardi di dollari perché il governo non ha costruito raffinerie a sufficienza. Il petrolio non ha creato sviluppo, un tessuto economico, né occupazione qualificata».

La Nigeria è la seconda economia dell’Africa subsahariana, il paese più popoloso ed eterogeneo. Alla fine del 2014 la quota del petrolio nigeriano, dietro alla Libia e davanti al Qatar, è pari al 3.1% (37.07 miliardi di barili) nella significativamente crescente torta complessiva delle riserve (1.206 miliardi di barili) dell’Opec. Agli inizi del Novecento furono operate le prime prospezioni nell’allora colonia britannica. Come ricorda l’analista e ricercatrice Agata Gugliotta (cfr. Nigeria risorse di chi?, Odoya) nel 1914 con il Mineral Oil Act Laws of Nigeria la madrepatria si premurò di stabilire che le licenze per l’eventuale esplorazione di pozzi potessero essere rilasciate esclusivamente a vantaggio del governo britannico o delle compagnie private inglesi.

Nel 1937 la prima esplorazione venne effettuata dall’inglese Shell d’Arcy, antenata della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, alla quale fu concesso il diritto di estrazione su tutto il territorio nigeriano. «Da allora la Shell cominciò a radicarsi pesantemente nel territorio nigeriano, iniziando a costruire la sua fortuna economica e ad acquisire influenza politica: quell’influenza che manterrà anche dopo il 1960, quando la Nigeria ottenne l’indipendenza», scrive Gugliotta. Alla “nigeriazzazione” della risorsa con il Petroleum decree del 1969, con la contestuale istituzione della Nigerian National Oil Corporation interlocutore diretto delle multinazionali, non corrispose uno sviluppo infrastrutturale e delle competenze tecniche autoctone con la costante influenza dei militari al potere.

Nella guerra del Biafra, scoppiata nel 1967 per la gestione delle royalties, Ken Saro-Wiwa, impegnato sul fronte dei combattimenti come funzionario a Bonny, si schierò per il mantenimento dell’unità nazionale, malgrado la fragilità del concetto stesso di statualità nigeriana. Interruppe il sogno della carriera accademica per affrontare le conseguenze della guerra civile. Passò dal timore che il nascente o già abortito Biafra riducesse in schiavitù gli Ogoni, alla fittizia forma federale dello Stato che per interessi economici extranazionali non rispettava le diversità socioculturali del frammentatissimo mosaico etnico nigeriano, tenuto insieme con la forza e la violenza.

Qui si pongono due domande: che cosa resterà, quale sarà il segno maggiore, della civiltà petrolifera affermatasi con il boom  produttivo degli anni Sessanta-Settanta; è davvero possibile prefigurare un post? «Il conto più salato lo paga e lo pagherà l’agricoltura. Esportavamo prodotti di qualità. All’esaurimento delle riserve sarà spaventoso, la disperazione per l’assenza di denaro facile. Forse torneremo a usare la testa, a pensare. Occorrerà ricostruire, dopo l’era della ricerca della rendita economica mediante lo sfruttamento, un’economia di rapina che ha arricchito corrotti e corruttori. Il potere di Shell e delle altre compagnie è una scelta governativa. Abbiamo avuto sessant’anni per preparare ingegneri, geologi, una classe imprenditoriale nigeriana che potesse gestire la dirompente realtà petrolifera. Abbiamo scelto di renderci schiavi dell’industria petrolifera. Non sarebbe dovuta andare così. Mio padre non era un fanatico. Pretendeva con intransigenza che la ricchezza si traducesse in un benessere collettivo, fuori dal ristretto circolo del potere».

Praticare giustizia per Ken Saro-Wiwa, che tra i propri talenti annoverava anche quello dell’impresa culturale e non, è leggere i suoi scritti, le sue poesie. Le parole di Noo le ritroviamo nella narrativa di Ken, un racconto breve strepitoso, titolato E giù, le stelle. Nella caotica Lagos dei fuoristrada che sfrecciano accanto alle baracche, un giovane rampante, affermatosi grazie allo studio e al lavoro, si affaccia dalla finestra del proprio ufficio sulla città. L’elettricità è temporaneamente saltata. L’istinto è di volare via. Il lavoro è l’unico palliativo ai pensieri tristi. Nel ministero le sue competenze e l’impegno non sono valorizzati. Serve quella che in Americanah Chimamanda Ngozi Adichie definisce l’economia imperante dei leccaculo.

Ezi non faceva parte di tutto questo, non avrebbe mai potuto farne parte, e lo sapeva. Temeva che non avrebbe fatto carriera in quel lavoro. Eppure teneva fede ai propri principi e alla sofferenza che gli procuravano. Il fascino della bella vita era svanito presto, si sente perso. L’estesa corruttibilità, l’inefficienza radicata, il materialismo a cui si abbandonavano i giovani. L’idea che pochi, lui incluso, avessero accesso a ciò che di meglio poteva offrire la Nigeria, mentre la grande maggioranza sguazzava nella povertà. Presto colleghi, amici e superiori si guadagnarono la sua disapprovazione.

A quel punto iniziò l’inevitabile allontanamento dalla società. Quale senso trovare all’esistenza? Occorre agire, ma in che modo? Non è sufficiente osservare con scrupolosità i propri principi. Al culmine di una notte insonne si precipita sul litorale. La brezza marina rappresenta l’unico ristoro. Fissa la luna e le stelle in fondo all’acqua. «Capì di essere solo uno tra la folla che avanzava con un unico scopo e che era necessario assicurarsi che tutti arrivassero lì sani e salvi. E il suo solo sforzo non ce l’avrebbe fatta ma sarebbe stato d’aiuto, e non poteva negarlo a quella folla. Capì che anche il tempo era essenziale e che la pazienza, la determinazione erano fondamentali per il raggiungimento del loro scopo finale». Questo era Kenule Saro-Wiwa, nato a Bori, sul Delta del Niger, il 10 ottobre 1941.

«You know his name will never die». Lo sai, il nome di mio padre non morirà mai, mi dice Noo. Nel suo libro conclude il viaggio con un ritorno al nucleo originale della vita, il linguaggio. Le chiedo di spiegare il senso della frase: «Bane è l’unico posto sulla terra che sento mio, che ci voglia stare o meno. Non mi serve un atto di proprietà e mi conforta l’idea che i miei geni basteranno a garantirmi il diritto indiscusso a rivendicare questa terra». Provo a pronunciare il suo nome, ma sbaglio.

«In tutto il pianeta solo mezzo milione di persone può riuscire a scandirlo correttamente, nella terra degli Ogoni – spiega – . Quel suono, quella pronuncia mi fa sentire a casa. L’immaterialità di un linguaggio, che tra l’altro non pratico, è fondante non appariscente della mia identità. Il linguaggio è quella casa che nessuno può indagare, di cui nessuno può chiederti l’atto di proprietà. In fact, in fact, this is the funny thing. Qualcuno può dirti che non sei nigeriano. Nessuno potrà mai dirmi che non sono Ogoni. Nessuno può sfidare la mia appartenenza etnica».

All’età di ventiquattro anni Noo, cresciuta in Inghilterra e formatasi al King’s College e poi alla Columbia University, ha maturato la consapevolezza del voler scrivere. Una scrittrice in viaggio, di viaggi. In cerca di Transwonderland è la prima pubblicazione, ma in realtà in precedenza ne scrisse un altro dopo una lunga peregrinazione in Sudafrica. Gli agenti letterari la persuasero che con un cognome del genere avrebbe dovuto iniziare dal paese natale. Chimamanda ha studiato in Nigeria fino ai diciotto anni. Teju Cole si è trasferito ai quindici. Nel libro Noo fa visita a Ibadan, trasformata nel tempo in città cuore intellettuale della Nigeria. Era la tappa mancante del viaggio del 1988, quando a bordo di una Peugeot 504, fumando l’usuale pipa,  Ken aveva deciso di mostrare ai propri figli la bellezza della Nigeria, attraversandola da nord a sud, da est a ovest.

A dieci anni Ken vendeva olio di palma per le strade, si affrancò vincendo una borsa di studio per la migliore scuola secondaria locale. Uno dei pochi Ogoni della propria generazione ad accedere un’educazione di alto livello. Considerava come apice del proprio successo il garantire ai figli una buona istruzione. Oggi nell’università di Ibadan, dove Ken studiò all’inizio degli anni Sessanta e che divenne una delle migliori istituzioni accademiche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, studenti e studentesse si lamentano per il livello dell’istruzione offerta. Gli insegnanti fotocopiano i testi di letteratura per venderli agli studenti. Il programma di studi dovrebbe avere più attinenza con la nostra realtà sociale, dicono.

La giovane Faith vuole diventare una poetessa, ma “pare che gli scrittori nigeriani che ce l’hanno fatta siano quelli della diaspora”. Gli interrogativi sono tanti: quale lingua utilizzare? Chi leggerà? Chi pubblica cosa? Gli scrittori di successo vivono negli Stati Uniti. Faith vuole lasciare il Paese per coronare le sue ambizioni, inconsapevole dell’oltreoceano: vediamo i film di Hollywood e pretendiamo di avere quello che ci mostrano. Ma la realtà è dura. Noo pone una riflessione interessante sui limiti e le opportunità della frastagliata varietà linguistica nigeriana e sull’emergente realtà cinematografica di Nollywood. Il talento è la premessa, tuttavia le caratterizzazioni dell’inglese locale non sono compatibili l’industria editoriale internazionale.

Anche in questo il lavoro di Ken Saro-Wiwa, fra l’altro autore e produttore televisivo di successo, fu prezioso. Lo esplicita nella nota introduttiva di Sozaboy: «Questo libro è il risultato della mia attrazione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta da un certo segmento della società nigeriana. Il linguaggio di Sozaboy è ciò che chiamo Rotten English, un amalgama di pidgin nigeriano, inglese sgrammaticato, e buon inglese, con punte addirittura idiomatiche. Questo linguaggio è disordinato e crea disordine. Prende in prestito con disinvolta libertà parole, modelli linguistici e immagini della lingua madre e trova le sue espressioni in un vocabolario estremamente ridotto. Ai suoi parlanti offre il vantaggio di non avere né regole né sintassi. È parte della società dislocata, disorganizzata e discordante in cui Sozaboy deve vivere, agire e non realizzare la sua esistenza. Il mio esperimento consiste nello scoprire se il linguaggio riuscirà a pulsare in modo vibrante e a comunicare con efficacia».

Una scommessa linguistica vitale, vinta anche nella complessa traduzione di Roberto Piangatelli di un testo apparentemente intraducibile. Il ritmo del racconto è pazzesco. È una testimonianza che sa, fa nomi e cognomi nella follia chiamata guerra. Saro-Wiwa li chiama uomini-pancia, il cui cliente è la morte. Sozaboy è la progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, che forse non è mica un gran bel posto: «Oh, scemo che sono, e chi me l’ha fatto fare di andare a fare il soldato? L’ho visto bene come era morto, in questo fronte di guerra, il mio migliore amico. E lo sapevo che, a poco a poco, tutta la mia vita era andata distrutta. Prima di questa storia, non sapevo mica cosa voleva dire morire. Ma ora, proprio da questo momento, non vedo mica più la vita come la vedevo prima: la vedo piena zeppa di cattiveria».

Nella raccolta A forest of flowers c’è un racconto, La conversione, nel quale Ken Saro-Wiwa descrive magistralmente il proliferare delle chiese aziende, il pentecostalismo carismatico che ha ha iniziato a prosperare negli anni Ottanta, quando la Nigeria è sprofondata nell’abisso economico. La storia è semplice. Daniel, catechista di villaggio, è un umile servitore di Dio al quale dedica la propria esistenza. Si trova però ad affrontare la crescente concorrenza delle chiese personalistiche, dei telepredicatori.

Resta sconcertato dalla visita del vescovo che, dall’alto dell’opulenza in cui vive, chiede alla parrocchia, priva di risorse, di essere più puntuale nel pagamento delle tasse. L’alto prelato sfreccia poi via con la propria auto di lusso e una capra donata, sistemata nel bagagliaio. La tentazione di Daniel è forte: fondare la decima chiesa di Dukana, arricchendosi con le offerte dei cittadini, alla ricerca di soluzioni alle proprie tribolazioni. In Sozaboy si ritrova lo stesso personaggio che è diventato il pastore Barika della Chiesa dello Spirito Santo del monte Sion in Israele.

Nel proprio viaggio Noo analizza gli esiti della tendenza che preoccupava il padre. Le chiese hanno grande visibilità acquistando gli spazi pubblicitari sui mass media. Indirizzano l’industria libraria «In un certo senso potremmo dire che è una dimostrazione dello spirito imprenditoriale dei nigeriani – sottolinea l’autrice – . I predicatori hanno ottime capacità imprenditoriali, si sono ispirati ai telepredicatori americani che gestivano le proprie chiese come fossero aziende. Per tanti versi la Chiesa riflette il lato più efficiente della società nigeriana. Anni di lotta economica e corruzione politica hanno indotto i nigeriani a focalizzare l’attenzione su Dio con un’intensità maggiore rispetto al passato. La religione anestetizza il disagio. Offrono il vangelo come una panacea. Oggi circa venti milioni di persone appartengono alle chiese pentecostali. Versano denaro nelle loro casse straripanti, trasformandole in aziende ad alto rendimento».

La memoria è materia scomoda. È paradossale, o forse no, che a gestire lo Slave Relic Museum sia la famiglia Mobee, discendente della lunga stirpe di capitribù che avevano controllato la tratta degli schiavi fin dalla fondazione di Badagry nel 1502. Hanno una bellezza amara le pagine che Noo dedica alla visita dell’antica città di Benin. Che cosa resta delle vestigia di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale in quel luogo dove dominavano finezza, eccellenza e ordine? «Benin ora è una città diversa epicentro della stregoneria, famosa per le rapine a mano armata e per il moderno traffico di esseri umani. Nessuno avrebbe mai detto che le fogne a cielo aperto, gli internet café a bassa tecnologia e l’architettura standard anni Settanta che avevo davanti agli occhi erano stati preceduti da uno dei più grandi imperi dell’Africa, ma l’antico splendore di Benin sembra molto lontano quasi folcloristico». Le mura del National Museum di Benin City contengono una marea di cose meravigliose. Altrettante, dopo l’invasione inglese di fine Ottocento, sono state accumulate e disseminate in diverse parti del mondo al British Museum, al Louvre, a Berlino.

Ken Saro-Wiwa auspicava il ritorno in patria dei propri figli, dopo le esperienze di studio internazionali, al fine di mettere le conoscenze maturate al servizio della comunità. Anche nei giorni terribili della tortura e dell’isolamento carcerario scriveva lettere, preoccupandosi dell’esito degli esami e dell’accesso universitario della figlia. L’assassinio recise ogni legame di Noo con la Nigeria: «Era come un’ingovernabile macchina del dolore e divenne il ricettacolo di tutte le mie paure». La scrittura prende atto dello straniamento culturale, scambiata per una straniera nel proprio paese, riesce a non farsi sovrastare dal peso dei ricordi dolorosi. Sa abbinare un apparente distacco, sapiente ironia e partecipazione emotiva.

Transwonderland, il parco divertimenti di Ibadan, non è diventato Disney World, il paradigma della modernità artificiale occidentale che attraeva Noo. L’artificiosità quale conquista suprema. Il sogno di una terra promessa disneyana sfavillante è una sovrastruttura che non funziona. «Ora però cominciavo a sviluppare una passione per tutto ciò che era indigeno. Cosa sarebbe la Nigeria senza quei matrimoni così eccitanti, le maschere (non quelle aggressive) e le libagioni? Fino a quel momento avevano rappresentato la parte migliore del mio viaggio, il motivo per cui questo paese merita di essere visitato. Rinunciare al nostro patrimonio di tradizioni può valere la pena se siamo in grado di sostituirlo con una società moderna e sviluppata, ma al momento siamo inciampati in una crepa tra questi due mondi».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
6 Commenti a “Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa”
  1. louise scrive:

    bellissima la raccolta di racconti Foresta di Fiori, primo libro, scelto dalla socrates e pubblicato in Italia di Ken Saro-Wiwa. Un vero puzzle che descrivecon tanto affetto la Nigeria.

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  1. […] Leggi l’intervista di Gabriele Santoro su minima&moralia a Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken e autrice di In cerca di Transwonderland. Leggi l’intervista di Maria Tatsos a Noo Saro-Wiwa uscita su «Elle». Leggi l’intervista di Federico Geremei a Noo Saro-Wiwa su «Vogue». […]



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