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Prima che ci fossi

Oggi, vent’anni fa, moriva Gianmaria Volontè, questa poesia era stata scritta per lui dieci anni fa esatti.

di Christian Raimo

Andare laggiu’, nell’Italia degli anni ’70,
(…i capelli stopposi che non mettono il balsamo,
quelle facce che non usano creme sul viso…),
tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM,
(tutte perfettamente in stampatello, da bimbi),
tra i megafoni che irruvidiscono le voci,
o tra le macchine che agli incroci stridono sui freni,
fermandosi ai semafori, incanalandosi nei vicoli:
mi è sembrato sempre come passeggiare con mio padre
prima che nascessi, accompagnare mia madre con le scarpe
con i buchi, che mangiava alla mensa a via De Lollis,
o si piazzava in casa qualche studente fuorisede
che non aveva piu’ i soldi per l’affitto.
Era il mondo prima che ci fossi. Prima che
il 9 giugno del ’75, Boninsegna segnasse
il gol della vittoria ad una Russia mal schierata in campo,
(questo racconta mia nonna del mio parto).
Una mitologia personale, insomma, costruita
fotogramma a fotogramma ritagliandomi di netto
ciò che è necessario per un Olimpo fatto in casa:
un pugno di tragedie sofoclee, uomini ed eroi,
martiri casuali, omicidi senza fonte e senza fine;
oppure: confondendo l’universo condiviso
con gli album personali: eccola una foto di mio padre
tale e quale a Satta Flores in C’eravamo tanto amati.
Per questo quel che occorre è un cromatismo differente:
le pellicole, prima che inventassero il metodo NR,
avevano una definizione grassa dei colori:
i grigi si confondevano coi verdi,
i rossi viravano quasi sempre verso il sangue.
È che non si era ancora emancipati dalla visione in bianco e nero
e da quel che sottendeva: divisioni manichee, separazione in classi,
plumbei contro rossi, smunti contro grassi.
E anche il corpo aveva una risonanza amplificata,
la pelle il territorio dove collaudare gli elementi:
quanto bruciava il cuore di Ian Palach? quanto era ostile
la terra per Pinelli? bastava inalare nell’aria
l’odore della polvere da sparo per scegliersi la parte
dove stare (inciampare, trattenersi in piedi)?
C’è una foto che congiunge le versioni vere e false dell’infanzia:
il tinello di una casa a via Palestro: mio padre con i postumi
di un incidente in macchina (il braccio con il gesso,
mia madre che gli taglia la carne a pezzettini),
e sulla parete in fondo, come in un quadro di Van Eyck,
una foto di chi aveva vinto l’Oscar l’anno prima:
l’idea di un tempo premoderno, cristallino, a suo modo perfetto,
la faccia di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Di fronte a questo tempo, che di sua sponte personale,
segna sul muro accanto al frigo le tacche della crescita,
oppure, nei ritagli di mia madre, il calendario dei lutti dello Stato,
il viso di mio padre si confonde ancora con le immagini dei film,
la sua voce con quella dell’attore appeso, il suo feticcio:
“La politica”, lui dice, “è tutto, e’ in ogni cosa.
Non è la scelta di un partito, gli schieramenti, il voto,
non è la differenza tra cinema impegnato da una parte,
e dall’altra genere & consumo per le masse.
Il western è politica, la commedia, il poliziesco,
i movimenti della macchina da presa,
i dolly, la luce degli interni, il montaggio associativo.
E’ politica finanche l’astenersi dal far cinema:
scegliere di rinunciare a dei ruoli compromessi,
preferire un film di un cileno mai sentito
alla megaproduzione del Padrino.
Rovesciare il meccanismo del divismo:
fare come Cincinnato, nel momento del successo, decidere
di tornarsene a coltivare l’orto, a far teatro nelle piazze
come non fossero passati dei millenni”.
Da ragazzino avevo il terrore di scoprire
che mio padre fosse un brigatista
che da un momento all’altro avrebbero arrestato
(di notte mi rialzavo per andare a controllare
se la porta fosse chiusa, e che non si facessero riunioni
dentro casa). Forse mi accecava come le sue parole
slittassero direttamente da quelle dei libri che leggeva.
Parlava di potere e di rivolta,
diceva “la presenza informe e spettrale della polizia,
il vuoto di morale che può creare un potere autoritario”,
oppure: “cosa accade quando svanisce la distanza
tra violenza che pone la legge
e violenza che la legge la conserva?”,
aveva lo stesso tono acido dei personaggi che apparivano in tv,
portava gli stessi baffi esatti della gente che mostravano in manette.
E quando si infoiava, assumeva le fattezze
di Vanzetti mentre fa quel discorso lungo in tribunale.
Alle volte, nei sogni o lì vicino, gli chiedevo:
“Papà, sei comunista?”. E al suo posto rispondeva
la voce di Cucciolla: “I giochi”, mi diceva,
come in un’altra scena da memoria, “dividili con gli altri”,
o magari si metteva ancora piu’ vicino:
dopo dieci ore di lavoro in mezzo ad agenti chimici e solventi,
non era per talento che riusciva ad imitare
i movimenti isterici dell’operaio Massa,
(sempre il suo attore preferito,
che scambia il sol dell’avvenire e il paradiso):
quando mi accarezzava (le unghie rovinate,
i polpastrelli fastidiosi al tatto), era come se cercasse
anche in un bambino di sei anni,
una forma di coesione, di solidarietà, un patto,
o forse solamente un po’ di comprensione
per il suo sorriso annerito dal tabacco.

Commenti
9 Commenti a “Prima che ci fossi”
  1. Lalo Cura scrive:

    di sua sponte personale
    uno può chiamare poesia
    qualunque cosa, anche
    il rapporto del censis

    lc

  2. LucaT scrive:

    Molti sono un po’ sviati dalla tua cultura, Raimo, dal tuo impegno, dalla tua capacità di smontare e dissacrare i luoghi comuni…Abbagliati da tanta luce si dimenticano che come poeta fai cacare (senz’offesa #piùsaggimenopoesie).

  3. mary scrive:

    La fotografia è bellissima, prezioso anche solo il ricordo. Grazie Raimo

  4. Orelli scrive:

    Una accozzaglia di parole, usate nei modi più variamente inflazionati. Ecco in che consiste la eccezionalità di un componimento, la cui poesia si trova solo, e involontariamente, nell’ardita arroganza di chiamarlo “poesia”.

  5. Lalo Cura scrive:

    sì, però non potete non ammettere che:

    a) raimo dimostra di avere un coraggio sovrumano a pubblicare sta roba in home page (e poco cale che “coraggio sovrumano” copuli spesso e volentieri con “sovrumana mancanza di senso del ridicolo”);

    b) sa centellinare con estrema dovizia i suoi interventi “en poète”, dimostrando di avere a cuore la salute dei lettori di m&m (l’ultimo, folgorante come una scarica a 220 volt, risale al maggio scorso: il tempo di riprendersi, o di resuscitare, c’è stato);

    c) sa tirare fuori dal suo cilindro creativo figure retoriche nuove a profusione (in quest’ultima fatìca ce n’è una fulgidamente combinatoria: la “metosìnfora”: ardita miscela di metonimia-sinestesia-metafora: cfr. “le macchine che agli incroci stridono sui freni” – e scusate se è poco!);

    d) mentre voi rosicate da minus habentes delle lettere (quali siete sicuramente – e di destra, per giunta: non si spiega altrimenti perché non ringraziate almeno per quel “sol dell’avvenire” – per la foto l’hanno già fatto – che da solo vale il prezzo del biglietto), raimo aggiunge un’altra cifra al numero interminabile delle sue fan…

    (chris, sìi, e buono,
    esisti buonamente,
    fa’ che, cerca di, tendi a,
    ma la prossima non sia prima di aprile)

    lc

  6. Stefano Trucco scrive:

    Più ancora che le recenti notizie di scandali e degrado, è l’esistenza di persone come Lalo Cura che mi consola dal fatto di non essere romano e di vivere in provincia. Roma è bella da visitare ma i suoi letterati invidiosi e impubblicabili la rendono invivibile…

  7. Lalo Cura scrive:

    trucco, sono veramente felice
    di esserti stato utile, spero tu prenda
    spunto dai miei due commenti
    per il tuo prossimo romanzo, ma
    consentimi l’ardire: considera
    che, come sempre capita
    ai migliori, non hai capito un cazzo
    di quanto hai letto

    lc

  8. Axel Shut scrive:

    non so se la nonna sia un artificio retorico o cosa ma il 9 giugno 75 non ci fu nessun gol di Boninsegna, anzi, vinsero i sovietici (sovietici, non russi) 1-0

  9. Stefano Trucco scrive:

    @ Lalo Cura

    Se ho capito male allora la situazione laggiù è ancora peggio di quel che credevo.

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