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Prima immaginare, poi votare. Come andare alle elezioni al sindaco di Roma, pensando alla fantascienza.

di Christian Raimo

Grazie a Valerio Mattioli per le immagini di mappe dell’articolo.

Facciamo un esperimento? Facciamo un esperimento. Citatemi un racconto di Roma ambientato nel futuro. Non è facile, eh? Non è per nulla immediato avere un’idea di questa capitale come città avveniristica, una Roma 2025, una Roma 2050. A questa mancanza nell’immaginario di una Roma futura pensavo in questi giorni di ultimi comizi e dichiarazioni dei candidati sindaci, ultimi prima del voto, e dopo essere uscito dalla visione della Grande bellezza di Paolo Sorrentino, un film strapieno di difetti che però ha la pretesa e la capacità di dedicare al racconto visivo di Roma quasi tutte le due ore e venti che dura: piazze, fontane, parchi, vedute, chiese, ma anche artisti à la Abramović che performano tra gli archi dell’acquedotto, fenicotteri che si posano vicino al Colosseo, giraffe che passeggiano tra le rovine di Massenzio.

E ci rimuginavo anche perché qualche mese fa mi era capitato sotto gli occhi un altro film con ambizioni e esiti molto simili: avevo visto Nina di Elisa Fuksas, un’opera prima che come Sorrentino applicava virtuosisticamente la macchina da presa alla Roma monumentale dell’Eur o a quella borghese dei Parioli. Insomma mi dicevo che questa città in cui vivo da quando son nato sembra che produca da sé, che forzi il nostro sguardo – anche in chi come Sorrentino o Fuksas è così bravo a mettere a punto un’estetica personale per raccontarla – a una forma di visione nostalgica, di prospettiva passatofila, l’evocazione di una commistione di mitologie che si intrecciano l’una sull’altra (l’Impero, il Fascismo, la Chiesa, la Repubblica Romana, i palazzi umbertini simbolo dell’Unità…) senza però che da queste si possa sfuggire. Nessuna idea di una Roma futura, insomma. Nessuna visione che non sia retroflessa, per cui retrograda.

Voi direte, ma perché dovremmo stravolgere l’anima di questa città, forzarla a un immaginario estraneo? Ho provato ad andare a pescare con la memoria i ricordi di racconti e film di fantascienza ambientati a Roma. Qualcosa anche nella mia testa esiste. C’è Noi due soli (1952) di Marino Girolami, Marcello Marchesi e Vittorio Metz, in cui si ipotizza che una “bomba yota” abbia distrutto tutte le forme viventi, lasciando vagare in una Roma spettrale degli splendidi Hélène Rémy e Walter Chiari. C’è L’ultimo uomo della terra (1964) di Umberto Ragona, tratto dal racconto di Richard Matheson Io sono leggenda: con una città che non sembra Roma devastata e desertificata da un virus sconosciuto. C’è La decima vittima (1965) di Elio Petri, tratto da La settima vittima, racconto di Robert Sheckley (da poco ristampato da nottetempo): siamo in un mondo successivo alla sesta guerra mondiale, e le distese di campi bruciati della periferia così come i palazzi dell’Eur vengono trasfigurati per immaginare una città postuma a se stessa. Ma possiamo avvicinarci a noi e andarci a rivedere Eros Puglielli, Tutta la conoscenza del mondo (2001) in cui una presenza aliena trasforma la vita nullificata di alcuni abitanti della periferia di Roma Nord, oppure il thriller filorientale pieno di alieni che è L’arrivo di Wang dei fratelli Manetti (2011) oppure leggerci i libri di Tommaso Pincio, Cinacittà e Pulp Roma: scoprire una Roma investita da una infinita estate che ha costretto molti abitanti a ritirarsi nel Nordeuropa e ha trasformato la città in una specie di metropoli del crimine estremorientale. Oppure riinnamorarci – almeno a me accade ogni volta – di un personaggio che Pincio stesso omaggia: Ranxerox di Stefano Tamburini. Questo ragazzo di Talenti morto a nemmeno trent’anni, Tamburini appunto, ha sovrainciso la città delle periferie e del centro storico distrutta dall’abusivismo edilizio creando una metropoli ipertecnologica, postmorale, cyberpunk ante litteram. E esiste altro: film e libri di nicchia ancora più di quelli citati, progetti musicali come quello datati anni Novanta Aliens in Roma, opere ipersimboliche come Roma senza papa di Guido Morselli.

Ma perché cerco questo nella mia memoria esplosa? Perché le città secondo me hanno questo bisogno impudico di fantascienza? Perché – ne sono molto persuaso – solo se siamo capaci di dar corpo a utopie e distopie, a sogni e paure possiamo pensare ad agire nel presente.

E questa non è una frase detta a caso, ma mi si è chiarita in testa come una reale piccola epifania dopo aver letto un libro meraviglioso che è Una capitale sul mare di Gualtiero Bonvino e Francesco D’Ausilio, un libro di urbanistica e di intervento politico che partendo dal Progetto Litorale del 1983 (il progetto che il sindaco Petroselli immaginò per lo sviluppo a ovest della città) riflette sul futuro politico di Roma. La cosa sorprendente è che in un libro documentatissimo, iperanalitico, l’ultimo capitolo sia un lunghissimo racconto di fantascienza ambientato nell’ottobre 2030 intitolato Ho visto Roma sul mare. Quello che Bonvino e D’Ausilio fanno in coda al loro saggio non è una concessione a una vanità narrativa, ma ha un preciso significato in architettura e in urbanistica: è una tecnica di progettazione si chiama visioning. Ossia, si immagina una città fra vent’anni e si ragiona su quali dovrebbero essere i passaggi che porterebbero a quell’immagine. Per dire: mi figuro un Museo delle Civiltà del Mediterraneo a Ostia oppure un superaeroporto europeo a Fiumicino dove fare incontrare i miei personaggi, futuri abitanti di una città multiculturale – allora, quali dovrebbero essere le tappe che spingono alla realizzazione di questo tipo di opere? Insomma non ci vuole un genio per riconoscere che James Ballard o Philip K. Dick hanno ispirato centinaia di architetti e urbanisti in Inghilterra o negli States, ma forse ci vuole un briciolo di intuito in più per capire quanto la fantascienza possa essere utile non solo per una politica dei sogni ma anche per una politica di quotidiana amministrazione.

E questo si capisce prendendo appunti a partire dal libro di Bonvino e D’Ausilio, a partire dal titolo, che con una sola immagine chiave riesce a ribaltare l’idea che abbiamo di Roma. Roma ha il mare. Roma sul mare. Roma e il mare. Roma non è un grande paesone; ma potrebbe essere una capitale del Mediterraneo. Perché non si è saputo (voluto) pensare la crescita la città con questa vocazione? Guardate e mettete a confronto queste due foto del 1984 e del 2012, e spalancate gli occhi su dove è andato lo sviluppo della città: tutto a mangiarsi l’Agro Romano.

Che idee hanno invece Bonvino e D’Ausilio? Riassumiamole in un piccolo elenco che si può trarre dalla seconda parte ma dopo aver letto la prima parte (80 pagine) di analisi senza sconti della politica dei sindaci dagli anni Ottanta in poi.

Leggi il resto qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “Prima immaginare, poi votare. Come andare alle elezioni al sindaco di Roma, pensando alla fantascienza.”
  1. scrive:

    diffondete, diffondete, prima che sia (al solito) troppo tardi.

  2. UlisseNano scrive:

    Complimenti Christian per questo tuo visionario post. Mi sono davvero appassionato nella sua lettura.

    Avrei voluto che ti spingessi ancora oltre. Sembra quasi che ad un certo punto, sul finale, ripieghi nella mediazione, cercando di dare all’utopia un senso di possibilità, un velo di possibile realizzazione.

    No, dovevi spingerti ancora più lontano, sino a costruire una irraggiungibile, meravigliosa, impossibile follia. Impossibile come tutte le storie di fantascienza ma necessaria come ogni visione che guida.

    Una visione economicamente irresponsabile ma ingannevolmente bella.

    Un esercizio che spinto al limite fa comprendere che nessuno dei sindaci può avventurarsi fuori dagli schemi dell’ordinario bisogno di certezze e che all’immagine del post può solo rispondere voltandosi senza capire.

    Bravo!

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