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Il primo capitolo di “Scavare” di Giovanni Bitetto

Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, il primo capitolo di “Scavare”, romanzo d’esordio di Giovanni Bitetto, pubblicato da ItaloSvevo.

di Giovanni Bitetto

Sai, amico, quando ho saputo della tua dipartita non sono rimasto sorpreso. Abbiamo un’età che non ci spinge a guardare la morte come un termine prossimo, eppure attraverso le rispettive vocazioni è da anni che ci gingilliamo con la fertile idea della fine. Tu non sei mai stato forte: sotto la pelle cicatrizzata nascondevi la naturale predisposizione alla malattia che molto ti aveva dato da penare e che liquidavi, dacché ti conosco, con il sorriso di chi si appunta sul petto i propri difetti come fossero i migliori pregi. Ho appreso la notizia con la compostezza che donano gli anni di lontananza, ma poche parole sono bastate per immaginare il tuo corpo agonizzante. Subito mi sono figurato il corso degli eventi, l’andazzo ritualistico che avresti aborrito.

L’annuncio sui giornali, un trafiletto che mette in fila le tue pubblicazioni, il compianto condiviso sulle bacheche universitarie o sui biglietti  lasciati insieme ai fiori davanti al portone di casa. La camera ardente nel cortile della facoltà, la lenta processione degli studenti, capo chino e simulato raccoglimento, il borbottare dei colleghi, pronti a elogiarti per cordialità e mente sopraffina, nonché l’ampollosità del rettore, la formalità del vicesindaco venuto a portare gli omaggi del comune. Poi il funerale laico, l’inumazione, uno sparuto gruppo di amici a sostare sulla tomba.

Consapevoli di dover bere alla tua memoria, ci saremmo poi trovati costretti ad aggiornare il presente, smussando gli angoli più aspri delle nostre vite, i divorzi o i figli stupidi, simulando una felicità dal sapore piccolo-borghese. Qualcuno avrebbe esordito con battute caustiche sulla puntualità della morte, sdrammatizzando come avresti voluto. Qualcun altro avrebbe trovato difficoltà a dover recitare di fronte a chi un tempo era il compagno di avventure, il confidente, l’amante. Tutti ci saremmo invece guardati di nascosto per scorgere i volti assediati dalle rughe, le espressioni abbattute, chiamate dalla fatalità a presenziare con diverse e altalenanti gradazioni di trasporto. È andata proprio così, scivolando senza intoppi sui binari della consuetudine di un lutto.  E ancora, il senso comune vorrà un trionfo di corone attorno al sepolcro che abbiamo scelto bianco e sobrio, senza particolare enfasi nelle incisioni, il nome accostato alla data di nascita e a quella di morte, talmente vicine da svelare il gioco della fine prematura. Poi sarà la volta delle visite giornaliere, settimanali e, con l’allontanarsi del dolore, le commemorazioni annuali. Io mi recherò sulla tomba, mi accovaccerò per sfiorare il freddo marmo e riflettere sulla consunzione per trarne qualche metafora degna di nota. Infine, di nuovo a casa, soppeserò uno dei tuoi notevoli lavori, sussurrando una frase enigmatica in ricordo del nostro antico legame. I biografi celebrerebbero questi gesti con facilità: la tua tragica morte, che ti cristallizza nell’icona del genio scomparso, il mio ricordo composto, accorato.

Così, seduto sul divano, evoco la tua presenza. Ecco allora che dalla fossa in cui giaci si irradia la tua immagine. Subito mi sei di fronte, calmo, sprezzante, come chi è ancora in possesso del proprio corpo. Ma non c’è un cadavere a visitare la mia veglia, non carne morta e ossa frantumate. C’è un rivale in forma di ectoplasma, un’ombra opaca con il volto del mio più caro amico. Mi fissi con l’espressione di chi non è stupito, come se sapessi che prima o poi ti avrei riportato a me.

Ed è proprio da come ti presenti, indifferente a questa repentina evocazione, che io inferisco il sentimento di rivalsa che ti ha invogliato ad accettare il mio richiamo. Sei tornato per affermare la tua vittoria, dimostrare che a nulla servirà la mia capacità di solcare ancora il mondo. La tua parabola si è compiuta, la mia è ancora in divenire, per questo mi osservi mentre procedo a tentoni, spaventato da un finale ben peggiore di una morte improvvisa e, ammettilo, in qualche modo salvifica. Essere smascherato, tacciato d’impostura, denigrato in tutto ciò che ho fatto e che ho scritto: è questa la sentenza che puoi emettere con leggerezza, giacché tu non hai più modo di commettere errori.

Ecco che i tuoi lineamenti pallidi sono per me una minaccia, un’arma acuminata che non potrò evitare.

È giusto quindi che approfitti dell’unico vantaggio in mio possesso, il tuo silenzio, la possibilità che ho qui stanotte di raccontare la mia versione, l’unica ancora in grado di essere narrata da voce viva. Tu sei muto, hai lingua di morto e occhio asciutto, io vivo e fremo e ti ricordo cosa significa avere un corpo. Il prossimo sole sorgerà sulla mia gola secca, entrambi allora sapremo chi di noi è stato condannato.

È giunto il momento di rimettere insieme i brandelli della nostra biografia, suturare la tua versione dei fatti – che risponde a una logica di idee, comportamenti, azioni – con il mio racconto misero e sfuggente, contraltare di una dialettica di cui siamo poli in chiaroscuro.

(Foto)

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