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Breve storia di una frase sbagliata

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Ognuno è l’ebreo di qualcun altro. Questa frase ha vissuto la propria fama grazie a una conclusione che non le appartiene, e ha sollevato una piccola tempesta di sabbia che si è trascinata per trentadue anni.

Tra il sedici e il diciotto dicembre del 1982 si sono consumate due delle più tristemente celebri incursioni, o atti di terrorismo, nei confronti del popolo palestinese: i massacri – massacri, non è per dire –  dei rifugiati nei campi profughi di Sabra e Chatila, in territorio libanese. Gli esecutori furono riconosciuti in una falange estremista cristiana, ma il coinvolgimento di Israele andò ben oltre una già opinabile scrollata di spalle. Primo Levi, che allo stato Israeliano non l’aveva mandata a dire già in un paio di occasioni e che non credeva poi tanto nella soluzione separatista, auspicò pubblicamente le dimissioni di Ariel Sharon e Menachem Begin, provocando il cordoglio di chi fino ad allora aveva apertamente ignorato le sue posizioni.

Levi avrebbe potuto tranquillamene farsi portavoce universale della memoria della Shoah, in nome dell’ebraismo internazionale. Non lo fece mai. Per tutta la sua vita considerò l’olocausto una tragedia umana, e non giudaica. Quello che oggi viene definito eccezionalismo ebraico – ovvero la convinzione che il Popolo Eletto sia in credito di una sorta di rivalsa – lo disgustava. Una grande tragedia non conferisce a nessuno il diritto di ritenersi al di sopra degli altri, dovrebbe invece restituire la dignità della dimensione umana, oltre a una certa dose di compassione, perduta alla comparsa di quel “se” che prelude a un titolo che non ha bisogno di essere citato. Sono molti gli ebrei che non riescono a considerare Eretz Yisrael come qualcosa di dovuto e risolutivo più di quanto lo sia stato New York City negli anni cinquanta, ma sono molti anche coloro che si aspettavano da un sopravvissuto modello un atteggiamento di simbolica condanna. Sabra e Chatila furono l’affermazione della distanza di Levi dalla questione israeliana, e della sua vicinanza alla questione universale.

D’altra parte Israele avrebbe avuto estremamente bisogno, a livello di immagine internazionale, dell’appoggio dell’uomo che aveva incarnato la sofferenza dei sei milioni che avrebbero dovuto –  in qualche modo – giustificare la sua esistenza. A guardarla da questo punto di vista, l’opportunismo pende certamente tutto da una parte – e lo dico da ebreo, realista e autocritico.

Fu durante un’intervista per Il Manifesto, rilasciata a Filippo Gentiloni, che lo scrittore torinese pronunciò la frase che apre questo pezzo: «ognuno è l’ebreo di qualcun altro». E basta. Parlava di Sabra e Chatila, certo, ma si riferiva ai polacchi per i russi, ai gitani per gli europei, agli armeni per i turchi. Poteva tranquillamente riferirsi ai kosovari per i serbi. Si riferiva a un umanità che lui aveva visto crollare da molto vicino, ma senza perdere il quadro generale, senza cedere alla facilità dell’ira e al richiamo della vendetta, incarnata per alcuni – chissà poi come – nel “sogno” di Thomas Hertzl. Un’umanità, e Levi lo sapeva, destinata a crollare ancora tante volte perché la storia non cambia, gli uomini sì. Un’umanità che se va risollevata va risollevata tutta assieme, e non pezzo per pezzo, etnia per etnia, popolo per popolo. Che poi, come si fa a decidere chi viene prima? La Shoah, diceva, non ha reso gli ebrei migliori, solo più consapevoli, e questa consapevolezza ci solleverà soltanto se sapremo usarla perché niente di tutto questo si ripeta.

La prima avvisaglia della tempesta si sollevò all’indomani dell’intervista, e si costruì attorno a una serie di errori di trascrizione. Gentiloni, a completamento della dichiarazione di Levi, aveva aggiunto che «in questo momento i palestinesi sono gli ebrei di Israele». Una conclusione, dopotutto, facile e attesa, che venne, tanto naturalmente quanto distrattamente, fusa alla frase precedente. A voler essere pignoli – e nessuno lo è stato per molti anni – Primo Levi non ha mai espresso un giudizio così diretto, chiamando coi loro nomi le parti in causa. Ma a volerlo essere di più, il senso del discorso era lampante anche senza la precisazione dell’intervistatore. La stampa filo-israeliana, che fino ad allora non aveva fatto che nascondere la testa sotto la sabbia in attesa di uno scarto improvviso nelle convinzioni dello scrittore, levò il suo grido di indignazione, un grido che echeggia ancora adesso nelle colonne dei blog di chi è troppo pigro – o troppo convinto di ciò che scrive – per fare qualche ricerca, mentre gli antisemiti, quelli veri, ridacchiavano sotto i baffi.

Levi morì pochi anni dopo, senza darsi il tempo di entrare veramente nella discussione, ma facendosela sgusciare tra le mani più volte e lasciandosi rimbalzare addosso gli echi di chi lo elevava a paladino dell’ateismo ritrovato – anche grazie a un’altra sua dichiarazione: «c’è Auschwitz, non può esserci dio» – e di chi lo tacciava come detrattore della missione ebraica. C’erano, e ci sono ancora, cose più importanti a cui dedicarsi. La questione si affievolì in favore del ricordo dell’uomo che ci stava dietro, gli indignati si zittirono – si direbbe non avendo più un simbolo da inseguire, ma si preferisce pensare in segno di rispetto verso l’artista – e per un po’ non si sentì il bisogno di parlarne.

No so bene come la frase sia approdata al web, ma, dopo essere stata dimenticata dalla carta stampata anche laddove ce la si sarebbe aspettata in pompa magna, ha piano piano ricominciato a infilarsi nelle discussioni, ad essere riportata, citata nei commenti e trascritta a sproposito su internet. Sempre nella sua forma completa, e completamente sbagliata. Basta fare una ricerca superficiale su google per accorgersi di quanto sia stata strumentalizzata, da entusiastici gruppi filo-palestinesi composti da persone che faticano a capire la differenza tra il diritto alla patria e il diritto d’asilo, così come da torve associazioni di sionisti convinti, che faticano a ricordare il volto di Levi, o quello che ha scritto, ma si accontentano di vederne rimbalzare di qui e di là il cognome. Le convinzioni di un uomo ridotte a poca cosa nello spazio di un ventennio, una delle voci più autorevoli riguardo a uno degli argomenti più delicati, spezzata dall’impossibilità di controbattere a un falso. Strano trovare il pragmatismo di Levi accostato alle farneticazioni di rav Ahron Cohen, e ancora più strano non vederlo venire in sostegno a convinzioni snobbate, scarsamente rimarcate ma perfette, come quella riassunta da rav David Benassì quando disse «abbiamo tutta la terra, cosa ce ne facciamo della Palestina?». La sensazione è che la discussione si sia spostata un gradino più in basso rispetto agli anni ottanta, per distanza cronologica e diffusione sconsiderata del mezzo.

Nel 2002 uscì negli Stati Uniti la biografia di Primo Levi – The double bond di Carol Angier –  che, involontariamente, diede avvio a una piccola e curiosa rivoluzione, un vortice isolato all’interno della tempesta di sabbia. Angier dipingeva Levi come un santo tormentato, a cui tutti si rivolgevano in cerca di aiuto, ma che non era in grado di dare risposte perché era rimasto incastrato nel proprio doloroso passato. È facile intuire quanto in fretta l’autrice arrivasse alla questione palestinese. Levi per gran parte degli anni settanta, quando l’opinione pubblica cominciava ad assestarsi, fu visto come il risolutore che tardava a farsi sentire e quando finalmente si fece sentire deluse tutti, in un modo o nell’altro. Ma non è qui che si solleva il vortice.

Qualche tempo dopo l’uscita del libro, la saggista americana Joan Acocella ne scrisse un lungo e appassionato approfondimento sul New Yorker, che naturalmente andava a toccare la questione, citando apertamente la frase riportata a suo tempo da Gentiloni. Sbagliata. Anche Angier l’aveva riportata sbagliata, probabilmente soltanto a causa della difficoltà di risalire alla fonte originaria. L’articolo venne rintracciato da un giornalista del Sole 24 Ore, Domenico Scarpa, che accortosi dell’errore e senza consultarsi con nessuno degli autori, montò il caso e assieme a Irene Soave, allora membro del Primo Levi Center, si produsse in una colorita invettiva nei confronti di Acocella.

La strumentalizzazione questa volta non venne né dalle autorità che già si erano espresse nel ’82, né dalle masse del web, che vanno avanti a esprimersi in maniera confusa ancora adesso, ma da una schiera intermedia di associazioni culturali di stampo chassidico, sostenute e supportate dai comitati laici per i diritti ebraici, da consorzi di cittadini, dall’Osservatorio sul Pregiudizio Antiebraico Contemporaneo e dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino, che addirittura volle tradurre l’intero intervento in inglese e diffonderlo sul proprio sito. Chiunque avesse a che fare con la cultura giudaica o con la figura di Levi, portava l’articolo di Scarpa come una bandiera e indicava Acocella come la punta di un pericolosissimo iceberg antisemita. Complice il solito internet, Primo Levi si trovava di nuovo al centro di una polemica triviale e insulsa della quale non poteva nemmeno ridere.

Quando Acocella venne a sapere della faccenda scrisse agli autori dell’articolo comparso sul Sole e chiese che sul New Yorker venisse inserita una nota di errata corrige riguardo alla citazione. La faccenda curiosa è che nessuno dei giornalisti italiani che si sono trovati a che fare con il pezzo di Scarpa si sono mai domandati come avesse fatto una frase ad essere riportata errata per trent’anni senza che nessuno si preoccupasse di verificarne la fonte e si prendesse la briga di aggiustarne il destino. La cosa triste è che è stato molto più semplice impugnare le giuste idee di Levi in maniera sbagliata, piuttosto che utilizzarle per condurre un dibattito sensato.

Scarpa e Soave risposero ad Acocella con le più cordiali scuse, ma non corressero mai il pezzo – sul New Yorker è comparso in aprile il resoconto di Acocella in merito – né pubblicarono niente a riguardo, e la frase resta ancora lì, a galleggiare sui motori di ricerca così com’è, con il suo bagaglio, ormai pesante, di malintesi e compromessi. La memoria di Levi, per fortuna, si muove su altri binari e si tiene a distanza da questa tempesta di sabbia che ha la cattiva abitudine di spegnersi e riaccendersi arbitrariamente, ormai estranea alla propria origine e sempre più distante dalla questione in gioco. La questione umana, non quella giudaica.

Commenti
8 Commenti a “Breve storia di una frase sbagliata”
  1. Umberto Equo scrive:

    No no caro signore la Shoah non è una questione “umana” è una questione ebraica, i nazisti non volevano uccidere degli uomini in generale ma degli ebrei in particolare. Questo è e questo rimane, anche a prescindere da Levi e soprattutto dalle interpretazioni, preconcette e interessate, che si fanno delle sue parole.

  2. luigi scrive:

    x umberto equo(?): e gli zingari, gli omosessuali, gli ‘imperfetti, ecc.?

  3. Amelí scrive:

    Mi documento sul conflitto arabo-israeliano. Per colmare una colpevole ignoranza. Dopo tanto navigare mi imbatto in questo articolo. Leggo, mi emoziono, medito. Levi é stato un grande uomo e il suo pensiero grande puó far grandi anche altri. Pensare in termini di umanità e non di popolo o razza non toglie nulla alla storia. Semmai la difende e la nobilita.

  4. Irene Soave scrive:

    Gentile Giulio,
    trovo con molto ritardo questo suo pezzo, e vorrei essere ancora un dipendente del centro per poter avere vicino con facilità le carte su cui appoggiarmi per risponderle. Ma ho cessato la mia collaborazione con loro l’anno scorso, quindi rispondo a titolo completamente personale. Per quel che vale, “il senso” generale delle parole di Levi che lei – a voler essere ancora più pignolo, scrive – desumerebbe dal resto dell’intervista, non è così chiaramente ricostruibile. Se lei vorrà sfogliare gli scritti sparsi di PL raccolti nelle sue Opere Complete Einaudi troverà, negli articoli e nelle interviste al fondo, un’intervista che io trovo dirimente in questo senso, concessa dall’autore al quotidiano La Repubblica proprio negli stessi giorni dell’82 in cui uscì anche l’articolo del Manifesto. Anzi, se la memoria non mi fa difetto direi qualche giorno prima. A domanda diretta del giornalista Alberto Stabile – “Perché alcuni ebrei oggi identificano il dramma palestinese con le persecuzioni da loro subite quarant’anni fa?” – Primo Levi rispondeva molto chiaramente. Cito:

    «Non solo ebrei, anche molti non ebrei lo fanno. Qualche analogia c’è. lo non vorrei spingere le cose troppo oltre, ma le analogie mi sembrano essenzialmente queste. Si tratta di una “Nazione”, chiamiamola così tra virgolette, perché nel mondo arabo le cose sono sempre difficilmente definibili, che si è trovata senza Paese. E questo è un punto di contatto con gli ebrei. Esiste una diaspora palestinese recente che ha qualcosa in comune con la diaspora ebraica di duemila anni fa. E l’analogia non può andare molto oltre, a mio parere». «Due popoli vittime…» rilancia Stabile. E Levi: «Vittime di vicini troppo potenti. Tuttavia rifiuto di assimilare quella che Hitler chiamava la soluzione finale con le cose pur violente e pur terribili che fanno gli israeliani oggi. Non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese. Questo è andare troppo oltre».

    Questo per dire che il senso che si può “desumere chiaramente, a essere pignoli”, da un pezzo del Manifesto, è altrove invece chiaramente, letteralmente, e soprattutto a opera dell’autore (senza quindi che sia necessario “desumere” alcunché) molto diverso.

    Cordialmente (e a titolo personale)
    Irene Soave

  5. Maurizio scrive:

    Grazie per questo articolo.
    Si conferma non essere la causa specifica a deformare il reale, ma la causa presa a pretesto. Come ogni volta, con dinamiche assai differenti. La causa mascherata di giustizia diventa l’Idolo a cui sacrificare ogni cosa.

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