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Il primo maestro. Su Tschingis Aitmatov

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È un quadro destinato a rimanere incompiuto quello abbozzato nelle pagine di Tschingis Aitmatov perché sospeso nella ricerca dell’essenziale, inteso come “ciò che arriva d’un tratto e in modo ineluttabile, con crescente chiarezza e un’inspiegabile unica risonanza, nell’anima, come queste prime albe estive”. Aitmatov rivendica tale sospensione nella scrittura per costruire storie dal passo della fiaba in cui riconoscere per netti contrasti le figure che incarnano la violenza e l’efferatezza di un mondo brutale e arcaico dominato da soprusi a cui oppone la purezza di un’infanzia non ancora corrotta da nefandezze. Adotta tale prospettiva per descrivere il mondo dallo sguardo di chi non ha ancora subito e inflitto sofferenze, per calarsi così nei miraggi e nelle illusioni dell’immaginario.

Nato nel 1928, Aitmatov è stato ministro di Gorbačëv durante la Perestrojka, ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo e in Belgio. Nel corso della sua attività diplomatica ha portato avanti le cause delle minoranze etniche e la sua attività politica si è contraddistinta per l’impegno ambientalista e pacifista. La maggior parte della sua produzione letteraria si focalizza sull’adozione di angolazioni diverse, privilegiando figure ingenue e naturali, per raccontare la società nei contesti rurali kirghisi e compiere una potente indagine sull’individuo. Da sempre interessato a narrare le vite al margine, Aitmatov costruisce le sue opere a partire dalle istanze sollevate da realtà profondamente radicate nella tradizione per immaginare uno scardinamento degli equilibri come l’esito di nuove spinte verso il rinnovamento.

La prima scoperta dell’autore in Italia avviene con l’uscita per Mondadori di Giamilija e altri racconti nel 1961 con la traduzione di Alberto Pescetto e Andrea Zanzotto. Dai primi anni Settanta anche altri editori come De Donato, e nei decenni successivi Studio Tesi, Piemme e Aer dedicheranno attenzione a Aitmatov, ma sarà soprattutto grazie all’editore Ugo Mursia di Milano che l’autore kirghiso inizierà a essere conosciuto dal pubblico italiano. Nella collana inaugurata nel 1973 e dedicata ai narratori sovietici e dell’Europa orientale, Mursia pubblicherà opere quali Le prime cicogne (trad. Costantino Di Paola, 1980), Il giorno che durò più di un secolo (trad. Erica Klein, 1982), Il patibolo (trad. Erica Klein, 1988).

Prima della sua scomparsa nel 2008 a Norimberga, una rinnovata attenzione alla sua opera vede la pubblicazione per i tipi di Marcos y Marcos di Melodia della terra. Giamilja (2006) nella traduzione di Andrea Zanzotto dalla versione francese di Louis Aragon, de Il battello bianco (2007) con la traduzione di Gigliola Venturi e de Il primo maestro (2020) con la traduzione dal russo di Guido Menestrina.

Le vicende della giovane Giamilja, divisa tra desideri sopiti e un impeto amoroso inarrestabile avrebbero portato Aragon a definirla “la più bella storia d’amore del mondo”. Pagine intrise di una nostalgia che rivela, come nelle opere successive, il profondo legame con l’arte come mezzo per narrare la bellezza nella sua tragicità.

Sceglie il 1924 – anno in cui la Costituzione stabilisce come massimo organo dell’autorità statale il Congresso dei Soviet dell’Urss – per consegnare con Il primo maestro una storia che si muove dalla realtà oscura di Kurkureu, un pugno di case di poveri sedentari – gli džakati – incastrato sulle propaggini della montagna che guarda sulla steppa kazaka, la Valle Gialla.

Aitmatov identifica in quel villaggio kirghiso la raffigurazione di un microcosmo dominato da logiche dall’impronta patriarcale che impongono una dedizione cieca nel concepire come unica priorità il sostentamento della famiglia. A rompere tali equilibri il sogno di un giovane uomo poco più che analfabeta che ha imparato a leggere e a scrivere sotto le armi. La sua lotta per garantire un’istruzione ai bambini del paese con il favore del Komsomol – l’organizzazione che in quegli anni raccoglie i giovani comunisti in Unione Sovietica – si scontrerà ben presto con la ritrosia dei suoi abitanti, che lo deridono e lo umiliano non comprendendo l’importanza di tale impegno.

La miseria umana tratteggiata ne Il primo maestro rivela una assenza comune di strumenti per comprendere la tenacia e l’ostinazione con cui un uomo si sacrifica con abnegazione per un ideale. In quella baracca costruita sulla collina con la paglia per sedersi per terra, un quaderno e una matita sulle ginocchia e il ritratto sbiadito di Lenin alla parete, le lezioni di Djujšen riusciranno a trasmettere a quei piccoli alunni anzitutto l’importanza di un’istruzione per perseguire la costruzione del proprio futuro su basi personali rifuggendo imposizioni famigliari e sociali. Tra loro spicca la passione di Altynaj per la conoscenza, un’orfana cresciuta con zii crudeli che la condannano a un triste destino a cui cercherà strenuamente di ribellarsi.

Lo sconforto e la rabbia si alternano nella raffigurazione del senso di impotenza vissuto da quel giovane maestro che cerca di scongiurare una sorte avversa per la fanciulla ed è tormentato da un travaglio interiore tra i suoi desideri e le reali possibilità di realizzarli.

A volte guardi una persona da dietro, nella schiena, e subito capisci di che stato d’animo è, che cosa gli sta succedendo dentro.

Sfiora il confine tra le montagne kirghise e la steppa kazaka la scrittura di Aitmatov, per collocarsi perennemente sul solco e raccontare l’idea di confine dallo sguardo infantile di chi non ha altri mezzi che l’immaginazione per vedere ciò che sta al di là. Il radicato legame con la natura indomita delle montagne di una remota Asia Centrale si riverbera sulla trasposizione emotiva: sono i volti segnati da una violenza atavica e l’attitudine alla vita nella miseria a favorire una consonanza con tali asperità naturali.

Priva di orpelli e caratterizzata da accenti lirici la prosa di Aitmatov avanza per dicotomie per offrire una raffigurazione del bene e del male in cui attribuire agli elementi naturali una particolare valenza simbolica, rendendoli custodi della memoria. I primi depositari sono i due pioppi piantati come monito dal maestro, inevitabilmente cercati con lo sguardo nel ritorno della protagonista a decenni di distanza dalla sua partenza. Come ne La melodia della terra, dove una musica senza parole è in grado di “aprire l’anima profonda dell’uomo”, qui è il linguaggio dei pioppi, la loro “anima canora”, a fissare uno sguardo sul presente a partire dal peso, luminoso e tragico al contempo, del passato.

Il tono evocativo delle descrizioni – “ogni cosa che si vive ha una sua primavera e un suo autunno” – , la sottile malinconia che permea le pagine, gli accenti poetici con cui Aitmatov si sofferma sulla raffigurazione emotiva dei suoi protagonisti e il ruolo che assegna ai luoghi come portatori di storie, avrebbero impressionato ben presto il regista Andrej Sergeevič Michalkov-Končalovskij.

Il film omonimo, uscito nel 1965, con Bolot Bejshenaliyev, Natalya Arinbasarova e Darkul Kuyukova, rende per immagini il profondo contrasto tra la stasi di una comunità immutabile e refrattaria a qualsiasi cambiamento e lo slancio di chi difende con forza gli intenti del Partito. È il peso delle scelte nei tentativi di condividere gli ideali della rivoluzione a favorire un’indagine sociale che esula dal contesto stesso in cui è ambientata la vicenda.

La profonda identità che caratterizza la produzione letteraria di Aitmatov risiede nell’incanto generato da storie che prendono forma dalla costruzione dell’infanzia come spazio in cui preservare un’anima pura e una coscienza “non ancora macchiata da cattivi propositi”. Sin da incipit come quello de Il battello bianco il lettore esperisce i contorni rarefatti di un’attesa, resa con il passo epico di un narratore in grado di rinnovare intatta la suggestione in ogni opera.

Aveva due favole. Una sua, di cui nessuno era a conoscenza. E l’altra, quella che raccontava il nonno. Poi non ne rimase niente. È questa la storia.

A partire dalla ricostruzione del passato, personale e della propria comunità, Aitmatov risale alle origini della memoria sovietica. Il passo del ricordo innesca una ricerca più ampia, che si muove dallo studio del paesaggio alla fascinazione per una molteplicità di culti e tradizioni, con una particolare attenzione per il mito del Kirghizistan e per il folklore e le leggende dell’Asia centrale. L’esito in continua evoluzione di tale percorso contrassegna una prosa che si identifica nella convergenza del realismo con un immaginario fuso nel mito, resa anche attraverso un linguaggio visivo ricco di sfumature.

Le influenze della tradizione nativa kirghisa e il contatto con la realtà intellettuale moscovita porteranno Aitmatov a sviluppare storie destinate ad allargare perennemente lo sguardo e imporsi nel panorama russo e internazionale anche per la scelta tematica, con un particolare interesse per l’esplorazione dei turbamenti e delle angosce dell’individuo.
Una scrittura perennemente sul solco, pronta a travalicare i confini per porsi come terreno di connessione ideale tra Oriente e Occidente e sollevare interrogativi sulla condizione umana. Urgenza rintracciabile in particolare nell’evoluzione successiva della sua produzione, con uno sguardo che si allarga all’osservazione dei comportamenti sociali da un personale prisma, per compiere un’indagine narrativa sull’appartenenza, sul senso di comunanza e sulla deriva del disumano.

Pur affondando nel dramma, le opere di Aitmatov tracciano un dolore profondo – acuito dal ricorso ai ricordi – che tuttavia non potrà spegnere aneliti e speranze e che rimanda a una personale visione del mondo approfondita attraverso le storie narrate. In particolare la scelta di identificare una relazione con la sfera spirituale e di insinuarsi in questioni sociali legate alla sua perdita sanciranno un nuovo approdo nel percorso di ricerca narrativa di Aitmatov e genereranno un acceso dibattito, in particolare per Il patibolo al suo apparire nella stagione della Perestrojka.

La profonda originalità di Aitmatov risiede in egual misura nella scelta formale, nella linea espressiva e nel passo che impone a narrazioni che sovente si rivelano parabole dove il miraggio del cambiamento annuncia il desiderio di rimuovere i drammi e le ambiguità del passato. Ma è l’inconfondibile tono lirico di figure e luoghi di confine a imprimere a pagine tragicamente luminose il delicato tratteggio sentimentale capace di rinnovare intatte le suggestioni in ogni storia.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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