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Principe Libero – Raccontare bene Fabrizio De André

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di Giulia Cavaliere

Prima regola tacita del giornalista musicale della mia generazione: di Fabrizio De André non si scrive. Lo si ascolta, lo si racconta e commenta tra amici, su un divano, attorno a un tavolo, davanti a un giradischi ma di lui non si scrive, lui non si omaggia, non gli si dedicano pezzi brevi, articoli ‘i migliori dischi di’, long form esegetici: niente.

Il motivo è molto semplice: De André è un gigante ed è, piuttosto evidentemente, materia viva, incandescente, alta, difficile da maneggiare; il suo nome, il suo approccio all’arte e la sua scrittura necessitano di studio, analisi rigorosa, un modo di operare con la cultura completamente distante dalla ruminante velocissima creazione di contenuti richiesta oggi. Fabrizio De André era un intellettuale, ecco perché non ne parliamo: sappiamo che non si potrà fare in fretta, che non è lui quello con cui possiamo giocare né quello con cui possiamo sbagliare, perché dentro De André c’è Dante, ci sono i Vangeli, ci sono Omero e Iacopone da Todi – solo per dirne alcuni – e non ce la possiamo cavare senza rigore.

Nella ricchezza straordinaria della storia della nostra canzone d’autore, Fabrizio De André è il metro, la materia da studiare per cui non basta, ma vi sapremo dire, una vita intera.

Cosa succede, allora, quando qualcuno prende in mano questa palla di fuoco e prova a guardarci dentro, tentando di tirare fuori un racconto, un’immagine da condividere con il mondo, destrutturando l’icona ma mantenendo la multiformità della sua essenza? Succede che in molti hanno paura, perché dentro potrebbe non esserci proprio quello che ci eravamo immaginati andasse raccontato ma che noi, certamente, non avevamo neppure provato a dire.

Ecco allora che Principe Libero, scritto da Giordano Meacci e Francesca Serafini, per la regia di Luca Facchini, nei cinema per un paio di giorni come evento speciale lo scorso 23 gennaio e in onda stasera e domani su Rai Uno, film per la tv in cui Luca Marinelli interpreta proprio Fabrizio De André, è stato accompagnato all’esclusiva uscita nelle sale da un fastidioso rumore di fondo di commenti e voci che tentavano di decretarne, sin dal trailer, le intenzioni – troppo – titaniche e le presunte imprecisioni, insomma una forma di mancanza di rispetto nei confronti, non tanto di Fabrizio De André, ma proprio del suo santino iconico.

Un fiume di critiche di bassa lega, lontanissime dal discorso cinematografico e ascrivibili a quello dell’imitazione, alla stregua di: “Marinelli parla troppo in romanesco e troppo poco genovese, dice poche volte ‘bèlin’, ha le spalle troppo larghe, i capelli troppo lunghi, il fisico sbagliato, la voce poteva anche essere più simile” crollate, in grande parte, alla velocità di qualche proiezione da 3 ore e 10 minuti in una cinquantina di sale della nazione, di fronte a circa 80 mila spettatori perlopiù commossi, sbalorditi, positivamente sconvolti dalla riuscita di questo lavoro.

Otto anni di scrittura e riscrittura, limature alla sceneggiatura, autorizzazioni, blocchi e rielaborazioni, per arrivare a un’opera che, anche grazie all’aiuto e alla presenza della moglie Dori Ghezzi e della figlia Luisa Vittoria ‘Luvi’ hanno portato a un esaustivo quanto letterario racconto di quarant’anni di vita e di storia artistica di Faber.

Il De André di Marinelli fa dimenticare ogni senso di replica, esclude istantaneamente la possibilità di qualsiasi forma di caricatura, è un personaggio disegnato e interpretato in modo mai agiografico seguendo la precisa idea secondo cui non esiste un De André solo rappresentabile ma l’occasione di raccontare un De André personaggio – proprio come personaggi, e non santini e icone,erano gli uomini di cui lui scriveva. Se allora ognuno ha il proprio De André che non sa neppure lontanamente raccontare, un De André che teme gli venga in qualche modo sottratto, nel cuore, dal racconto fatto da un altro, quello portato sullo schermo da Facchini è, idealmente, la summa di tutti i Faber possibili, quelli costruiti nelle menti, nei sentimenti e nelle stanze di almeno quattro generazioni di ascoltatori.

Luca Marinelli dà vita, quindi, a un Fabrizio De André tutto suo, lavorando alla costruzione di un personaggio unico con una cura, un rigore e una passione tali da far dimenticare a chi guarda, col progredire della storia, che quello che quello che si muove sullo schermo è un attore e non è il vero De André. Con lui ci sono altri disegni eccezionali, non tanto di visi, volti, rappresentazioni – che in alcuni casi, come quello di Paolo Villaggio, sono spaventosamente vicini agli originali – quanto di relazioni, del loro intimo valore di incontro e scambio nella vita De André: una prospettiva, questa, che è centrale durante tutto l’arco narrativo e che gli autori sembrano non aver mai perso di vista. Se, infatti, quarant’anni di storia umana e intellettuale non sono facili da comprimere – neppure in quello che è un film per la televisione e, dunque, una sorta di kolossal per il cinema – ecco che Meacci e Serafini operano scelte simboliche, andando a soffermarsi su qualche presenza essenziale nella vita di Fabrizio che ne rappresenta anche, allargando la lente, simbolicamente, una fase (Paolo Villaggio e Luigi Tenco per gli inizi genovesi, il poeta Mannerini per la genovese maturità, Fernanda Pivano per l’ultimo periodo).

Non è però soltanto il rigore misuratissimo a rendere la scrittura di questo film così sorprendente, non è solo la ripresa accurata, nella maggior parte dei casi per nulla esplicita, di versi di canzoni che il fan riconoscerà nella loro trasformazione nell’una o nell’altra sequenza, ma quello che questo lavoro può generare, nello spettatore che conosce e ama Fabrizio De André. Principe Libero è, infatti, soprattutto, un film universale sulla libertà, sul sentimento della famiglia nella sua accezione per nulla tradizionale, sull’incontro di forme diversissime di approcci alla vita, al mondo, alla crescita, un film sulla relazione padre-figlio e, in definitiva, naturalmente, sull’amore; un film che fa desiderare e offre continuamente spunti di coraggio e libertà che sembrano trasferirsi dal protagonista allo spettatore in via diretta, ben oltre la musica e ben oltre il cinema.

Commenti
11 Commenti a “Principe Libero – Raccontare bene Fabrizio De André”
  1. swann matassa scrive:

    Con rispetto, il pezzo è un’elegia un po’ troppo generosa nei confronti di questo film, cui pure si deve riconoscere il coraggio di aver affrontato una sfida gigantesca. Pur prescindendo dai commenti “tecnici” (tralasciando le prove attoriali, vogliamo almeno ammettere che i protagonisti praticamente non invecchiano mai? Che Dori Ghezzi alla fine sembra ancora ventenne e, fatta salva qualche ruga ai lati della bocca, anche De André?) c’è un appunto importante da fare nel bilancio globale del film: la poetica di De André non viene mai fuori, il suo sguardo sul mondo (l’anarchia, l’attenzione per gli ultimi, la “direzione ostinata e contraria”) è piuttosto subordinato alla sua storia privata, la sua vicenda familiare ridotta ad un dramma sentimentale legato alla fine del suo matrimonio e alla storia d’amore con Dori Ghezzi. Soprattutto nella seconda parte (nella prima almeno c’era la genesi della “Canzone di Marinella”), tutto si riduce alla pronuncia in un paio di scene della parola “anarchia” e alla fugace difesa dei suoi sequestratori come “povera gente” davanti agli inquirenti. A chi non conosce De André temo possa rimanere l’immagine di un figlio di papà infedele e ubriacone con una voce profonda e un talento per le parole. Scusate, come l’autrice stessa sottolinea in apertura di articolo, Fabrizio De André era molto più di questo.

  2. costantino scrive:

    De André non ne sarebbe contento: finire in una fiction melensa, ridotto a personaggio ovvio nel pentolone della denaturazione sentimentale che queste produzioni commettono. Non mi vengono altri verbi: commettere.
    L’anarchico che cantava “pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, con i cuori a forma di salvadanaio”, mutilato per farlo aderire all’unico schema che sanno comporre i programmatori TV, il pettegolezzo per giornalacci da sala da barba, la doppia vita, la bottiglia, i figli, le scene di sesso, il papà, il bandito buono (pasqua si avvicina), nel tritume piccolo borghese che tutto annacqua e riduce a poltiglia premasticata.
    Quello che è andato in onda è un pupo di gomma, uno dei tanti personaggi – tutti uguali – delle fiction TV.
    Il vero De Andrè è mille cose, anche un intellettuale amaro e sanguigno, ma soprattutto questo:
    “Sullo scandalo metallico
    di armi in uso e in disuso
    a guidare la colonna
    di dolore e di fumo
    che lascia le infinite battaglie al calar della sera
    la maggioranza sta la maggioranza sta
    recitando un rosario
    di ambizioni meschine
    di millenarie paure
    di inesauribili astuzie”.

    Così De André descriverebbe l’umanità delle fiction TV:
    “la maggioranza sta
    come una malattia
    come una sfortuna
    come un’anestesia
    come un’abitudine
    per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”:

    Nella corrente premeditata operazione massiva di omologazione alla marmellata, non sorprenderebbe, a breve, una fiction su Pasolini.
    Siamo preparati, l’Italia è pronta.

  3. Roberto scrive:

    Naturalmente di critiche se ne possono fare a decine e tutte sono giustificabili. Ma un film è un film e dura qualche ora e di certo non può rappresentare compiutamente tutti gli aspetti della vita di Fabrizio (che ho avuto la fortuna di conoscere) . Poteva passare intere giornate a studiare la coltivazione della melanzana e settimane solo a scrivere o solo a bere. Si doveva fare una scelta ed è stato raccontata prevalentemente la vita sentimentale di Fabrizio. A me è piaciuto, l’ho guardato con godimento , forse o soprattutto perchè non avevo nessuna aspettativa.
    Certo , anche io, avrei preferito un Fabrizio meno romano

  4. Giulia scrive:

    Io penso che l’artista sia arcinoto e non ci sia bisogno di un film per conoscerlo, la sua musica, i suoi testi parlano da soli, rimarranno per sempre a raccontare le sue idee e la sua grandezza. Avrebbero potuto infarcire le due puntate di musica e concerti e cose che gia tutti sapevamo, in una sorta di celebrazione. in definitiva un clichè; la scelta di mostrare praticamente solo il De Andrè privato. com’era effettivamente, è stata coraggiosa e io l’ho apprezzata. Marinelli è bravissimo, soffermarsi sull’accento forse è inevitabile per chi è ligure, ma per tutti gli altri sinceramente mi pare assurdo.

  5. ROBERTO FERRARI scrive:

    Cara Giulia, sono d’accordo con te su tutto tranne sull’accento. Non per una questione semplicemente legata all’accento. Nel film , che peraltro mi è piaciuto, manca Genova. Fabrizio era intriso dell’odore , dei suoni, delle luci (poche) e delle ombre (tante) dei vicoli. L’accento è una delle componenti della “genovitá” che trovo manchi al film.
    A proposito del fatto che tutti conoscono Fabrizio, ho da raccontare una cosa. Io sono cresciuto a Genova, il primo disco che ho comprato è stato il primo disco di Fabrizio. Lo adoravo. Ricordo che quanto incontrano ragazzi non liguri, nessuno lo conosceva. Anche ai compagni di militare era sconosciuto. Ora chiunque afferma di essere cresciuto con le canzoni di De André. Mah!

  6. Hal 9000 scrive:

    Ma che vergogna! Ma chi scrive cosa ha visto? Cosa sa di cinema e tv? E soprattutto di RAI. Specialmente RAIUNO. L’autrice di questo sconcio pare un’amica degli sceneggiatori, oltre a mostrare di non aver il coraggio di scrivere che moglie e figlia non si sono rese conto (se è vero quel che si legge e si è letto) di aver avallato una solenne porcheria. Per le due povere donne, vogliamo assumere la loro ingenuità assoluta, la loro buona fede e solo così le comprendiamo. Sulla produzione, invece, l’errore è stato chiedere il “permesso”, e quindi il dover consultare i famigliari nel puro osceno stile RAI quando produce la sua spazzatura e la trasmette sulla “rete ammiraglia” (non si sa mai che…). L’errore è stato credere di poter rappresentare De André illudendosi che da un letamaio nascesse un fiore… Eppure di esempi negli ultimi 25 anni non mancano, anzi. L’elenco degli orrori messi in scena di viale Mazzini, sotto ogni bandiera, è sterminato, anche se non bisogna dimenticare che le bandiere rosé, azzurre, nere sono sempre genuflesse, sottomesse al dominio di quella più potente e imperante dal 1954, la bandiera bianca e gialla di uno staterello abusivo, oltre Tevere, che governa con mano d’acciaio il “servizio pubblico”, presidiandolo con l’imposizione di un’estetica raccapricciante e unica al mondo.
    L’inizio della fiction propone un dibattito teologico oltre i limiti del surreale; un frammento di sceneggiatura (si fa per dire) dimentico del fatto che Fabrizio fu molestato da un gesuita solo qualche anno prima. Nessuna eco. Immaginare che un episodio del genere, così importante sia per il ragazzo sia per la città (all’epoca tutta Genova ne fu al corrente, il padre di F. era il vicesindaco), sia raccontato o anche solo evocato su RAIUno è irrazionale utopia. Assistiamo invece alla manipolazione del rapporto con il cattolicesimo per insinuare un’originaria predisposizione agli ultimi di natura religiosa più che politica, figuriamoci anarchica.
    Villaggio, buonanima, è già un ciccione fantozziano per non disorientare il pubblico abituato ai film di Neri Parenti, eppure le foto dell’epoca (62-65) lo mostrano in realtà magrissimo.
    Fabrizio è un beone, il suo tragico rapporto con l’alcol è banalizzato e volgarizzato nella sua sciatta superficialità. Il risultato finale è una soap opera indigesta e noiosissima, mal diretta e lasciata in mano a un romano che il web con geniale ironia ha bollato in tempo reale: “La canzone di Marinelli”… Sulla questione linguistica non ci sono scuse perché la mimesi in un biopic è tutto. Rimanendo in “tema”, ricordiamo il Bart di Volonté che nel celebre monologo al processe fece piangere davvero una comparsa.
    Infine la musica, una comparsa tagliuzzata (male), in cui Storia di un impiegato si risolve con un’ellissi imbarazzante. Tutto brutto e avariato.

  7. lpaeglow scrive:

    Minima&moralia, thank you for this post. Its very inspiring.

  8. Zuck scrive:

    Swann Matassa
    “c’è un appunto importante da fare nel bilancio globale del film: la poetica di De André non viene mai fuori, il suo sguardo sul mondo (l’anarchia, l’attenzione per gli ultimi, la “direzione ostinata e contraria”) è piuttosto subordinato alla sua storia privata, la sua vicenda familiare ridotta ad un dramma sentimentale legato alla fine del suo matrimonio e alla storia d’amore con Dori Ghezzi”

    Non so se è da considerare punto debole o forte per una fiction di questo tipo. Non ha, per impostazione narrativa diciamo classica, nè potrebbe avere la pretesa di raccontare la filosofia che sottostà alla poetica di De Andrè. Grazie al cielo, direi. Perchè ci vorrebbe altro regista, altro linguaggio, un documentario che nessuno ha ancora avuto l’ardire di fare, e probabilmente rischierebbe comunque l’effetto noia o ripetizione banale di già visto e già sentito.
    Perchè lo sviluppo mentale di un artista, di qualunque grande artista, tanto più poeta come De Andrè non può esser facilmente narrativizzata.

    La fiction secondo me ha il merito di cercare, coraggiosamente, di attraversare romanzandola ampiamente (come è doveroso fare per ogni arte, alta o bassa, e lui stesso con le sue canzoni dimostrava di averlo capito) la parte più nota della sua vita, cercando quei tre, quattro punti fermi e riferimenti di vita vissuta che l’hanno accompagnata. Punto.
    Avrai incuriosito qualcuno che non lo conosceva, lo avrai annoiato? A dirlo possono essere solo loro, non certo chi deandreiano si ritrova qui a fare la punta delle matite rosse.
    Dal mio punto di vista un bel tentativo, in parte riuscito, in parte no, ma che ha il coraggio di provarci senza troppi timori reverenziali, questi sì che Fabrizio li avrebbe aborriti.
    Checchè ne scriva qualcuno qui dentro, proclamandosi più denadreiano dello stesso De Andrè.

    z.

  9. Zuck scrive:

    Roberta Ferrari:
    “Cara Giulia, sono d’accordo con te su tutto tranne sull’accento. Non per una questione semplicemente legata all’accento. Nel film , che peraltro mi è piaciuto, manca Genova. Fabrizio era intriso dell’odore , dei suoni, delle luci (poche) e delle ombre (tante) dei vicoli. L’accento è una delle componenti della “genovitá” che trovo manchi al film.”

    Da un lato l’ho pensato anch’io, dall’altro alla lunga ho apprezzato l’idea di non piegarsi eccessivamente a una dimensione così personale come la “genovesità”, che avrebbe forse corso il rischio di sovrascriversi al resto della storia, per complessità e peso. Marinelli, con le sue imperfezioni, ho finito per percepirlo come certi personaggi di fumetti che richiamano il protagonista, senza per forza dovercisi trovare imbrigliato. E la leggerezza, consapevole e non colpevole per me, della storia narrata, finisce per avere un effetto di lieve ricordo simulato. Qualcosa di avvolgente e caro come uno strano sogno, per chi ama quella figura tanto profonda.

    ciao, z.

  10. Zuck scrive:

    Consiglio a tutti di leggersi il bel pezzo e manifesto di intentio che trovate sempre qui dentro:

    http://www.minimaetmoralia.it/wp/fabrizio-de-andre-principe-libero-nota-degli-sceneggiatori/

    z.

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  1. […] Fabrizio. Per questo Fabrizio lo si vede poco impegnato a comporre (come è stato giustamente fatto notare): non importava tanto far vedere il suo lavoro di musicista ma la sua vita, fatta di innumerevoli […]



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