brandi-redd-3vZ3V6JUDT0-unsplash

Il principe Myškin e altri idioti. Appunti per un’ipotesi anagrafica

brandi-redd-3vZ3V6JUDT0-unsplash

Photo by Brandi Redd on Unsplash

Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all’uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità. All’alba dell’età moderna la Nave dei folli (Stultiferanavis, Narrenschiff) avrà il compito di rimuovere dalla comunità sociale quanti estranei ai nascenti valori borghesi della produzione e dell’obbedienza, ovvero i folli, i vagabondi, gli idioti[3]. Oggi, più che intendersi nel senso di malattia mentale, il termine, come altri vocaboli di significato simile (stupidoscemoimbecille), si colloca nel perimetro dell’uso comune. Anche da qui la vasta presenza del termine, a volte in senso aggressivo, a volte spregiativo, altre scherzoso, nell’immaginario letterario.

Scontato rilevare che un celebre idiota letterario lo incontriamo nel romanzo di Fëdor Dostoèvskij, L’idiota. Il protagonista del romanzo, il principe Myškin, è però un idiota molto particolare, portatore di una forte valenza simbolica: un ingenuo (una sorta di Candide), buono in ogni sua fibra, così convinto che la bellezza possa salvare il mondo da essere, per questo, considerato, dalle persone normali, un socialmente disadattato, un mentecatto, un malato di idiozia.

L’idiota non è solo un affresco straordinario, ma si pone come provocazione verso un mondo invaso e dominato dalla vanità dei valori materiali[4]. In tal senso apre la strada a modelli di scrittura che, per forma e contenuto, rompono, per diversi aspetti, i margini letterari tradizionali. Ma non solo Myškin. Il cortile della letteratura, immagine cara a Walter Mauro, va oltre, si allarga, è ricco di presenze analoghe e diverse nello stesso tempo. In rapida ricognizione, al di là dell’ordine cronologico e con estrema libertà di scelta: si pensi ai vari Bertoldo e figli dell’epoca longobarda, descritti da Giulio Croce e Alessandro Banchieri, un po’ saggi, furbi, e un po’ buffoni. A seguire, misuriamo le orme del fantastico cavaliere Don Chisciotte della Mancia, l’intellettuale amante dell’azione, e intanto prestiamo un  ascolto non distratto ai bofonchiamenti di Sancio, soggetto pratico e, in fondo, preso dal fascino del pensiero[5].

Nel cortile passeggiano, a passo lento, le emblematiche figure flaubertiane di Bouvard e Pecuchet, che parlano e sparlano, immersi nella vana ricerca di un sapere universale. Seduto a terra, dal basso li guarda il disarmante Mattio Lovat di Sebastiano Vassalli, che ha perso l’anima nel manicomio di San Servolo, e con lui il Mattis del norvegese Tarjei Vesaas, occhi al cielo ad aspettare, col cuore in allarme, il ripasso delle beccacce. Lo sguardo nel vuoto, le mani di un gigante, mente e cuore di un bambino, in bilico tra Uomini e topi s’avanza, in una nuvola di polvere, Lennie Small. Da un angolo d’ombra, Frank Drummer, con l’Enciclopedia Britannica ingarbugliata tra i meandri della mente, ma finalmente libero dai marmi freddi di Spoon River di E. Lee Masters[6], perché dietro ad ogni scemo c’è un villaggio, come cantava De André[7].

Ed ancora, trotterellando sulla sua obesità, l’Ignatius della banda degli idioti di J. Kennedy Toole, e strisciando carponi il sempre affamato Macario di Juan Rulfo. Per non dire del Learco Pignagnoli e le sue Opere complete inventate da Daniele Benati[8]. Sul fondo si staglia una figura femminile, è la Selin di Elif Batuman, una ragazza prodigio, così amante dei libri da confonderli con la realtà, spesso più strana, banale e complessa del mondo virtuale, per cui scoprirà d’essere, a suo modo, un’idiota. Come tutti.

Senza dimenticare gli affreschi esistenziali, vedi Savini e Gonella, di Ermanno Cavazzoni ne Il poema dei lunatici, altri ancora nelle Vite  brevi di idioti, o anche gli originali repertori di Paolo Nori, alla ricerca dei matti perduti, dispersi per le più strambe vie delle nostre omologanti città. Una parlata yiddish si posa sulle foglie cadute, sono i sussurri dello shiemel Gimpel (Isaac B. Singer) e di Yoshe Kalb il tonto (Israel I. Singer). Nessuno li capisce e nessuno li capirebbe anche se parlassero un’altra lingua. Ancora lungo sarebbe l’elenco, e potremmo smarrirci, come idioti, anche noi. Vista di fronte, la scena si configura quasi come una parodistica copia della Scuola di Atene di Raffaello: gli idioti, eroi bizzarri, emblemi di uno strano che pur esiste, a loro modo liberi pensatori, ruotano in tondo tutti assorti nel cerchio insulare della propria solitudine, quasi che anche l’idiozia possa considerarsi una delle tante forme della saggezza[9].

Non a caso, agli occhi di Singer, Gimpel è l’unico saggio: perché in un mondo così corrotto è meglio non esser troppo sani di mente. Tutt’intorno si leva il volo degli Angeli dell’universo, spinti dalle sognanti e disperate parole di Einar Már Gudmundsson: alla testa del corteo vibrano le ali del giovane Páll che, un giorno d’estate, ha deciso di prendere congedo dalla casa della solitudine e dal mondo terreno. Sembra di raccogliere sparsi frammenti del mondo felliniano[10], a dimostrazione che non solo la storia ma anche la vita, in fondo, non è altro che una favola narrata da un idiota, ma nel senso più buono e umano di quanto relativo all’uomo, alle sue ferite, alle sue cicatrici come alle piccole, a volte immeritate, felicità.

Questi, ma in minima parte, gli idioti esemplari. L’esistenza di questa umanità forse conferma quanto scrive Jorge Luis Borges nei suoi Frammenti di un Vangelo apocrifo: Nessuno è il sale della terra; nessuno, in qualche momento della sua vita, non lo è [11].  Umanità appunto: lo stesso concetto del buon vecchio Hegel quando, nei suoi Lineamenti, scriveva:…l’uomo più odioso, un delinquente, uno storpio, un ammalato sono pur sempre uomini… Il positivo, la vita, esiste malgrado il difetto ed è questo positivo che bisogna considerare [12].

Così la letteratura raccoglie le vite espresse in queste normali anomalie, le fa esistere, le loro voci vanno a rimbalzare per strade e piazze, si fermano sotto le nostre finestre fino ad entrare nelle nostre comode case e, anche in silenzio, a tenerci svegli[13]. Così la follia-idiozia può presentarsi come una delle tante forme della ragione, se non un vero e proprio paradosso di questa, un modo faticoso di cercare la luce nel pieno delle notti senza luna[14]. Solo un minimo inventario. Immaginiamolo come un valzer di fine festa. Di quella festa di cui siamo ospiti tutti, i vivi e i matti. Di quella incompresa festa, che immaginiamo a volte triste, altre un carnevale, con cui riempiamo la parola vita. I fuori-margine si vestono di bianche lenzuola come svolazzanti fantasmi. Eppure anche i fantasmi fanno storia, vivono e raccontano l’umanità del mondo.

La scrittura letteraria non assolve mai, e solo, la funzione di un meccanico rispecchiamento della realtà, ma su questa sempre agisce con una logica della trasformazione. Questo l’assunto di partenza. Come un pittore che, dipingendo un paesaggio, nel momento in cui sceglie una certa prospettiva piuttosto che un’altra, certi colori piuttosto che altri, trasforma quello stesso paesaggio in altro ancora, per cui la realtà è e non è allo stesso tempo, e, se è, non è mai come appare. Nei fatti una certa tipologia di persone esercita un fascino particolare all’interno di una comunità e dei codici espressivi che la raccontano. I matti per caso, gli idioti divertono e si divertono delle loro stesse stranezze, sparse in quello che è il loro incontrastabile regno: la strada, la piazza dove … la luce del giorno si divide tra il villaggio che ride e lo scemo che passa… (ancora De André).

Le piazze sono per eccellenza il luogo più idoneo all’esercizio della libertà, seppure il vagare a zonzo (quanto i greci definivano agorazein) richiami una libertà molto simile a quella degli uccelli all’interno di una voliera, quantunque grande, ma pur sempre voliera. In un mondo soffocato sempre più dal crisma della normalità, le anomalie, le piccole manie, le fisse, possono a volte rappresentare nicchie di salvezza, atti di libertà, un modo per riconquistarsi e tornare ad appartenersi all’interno di un contesto sociale emarginante. In una parola provare ad essere liberi in qualche modo. Un’ultima, ma non meno importante, annotazione.

Oltre la porta di questa singolare galleria di persone, barboni, contestatori, vagabondi, menti incomprese, nomi eroici senza lapidi e senza storia, idioti esemplari, esseri singolari in ogni caso, unici a volte, filosofi del quotidiano, la letteratura, bussando piano,entra sempre in punta di piedi, con discrezione e grande rispetto, spesso con simpatia ed affetto sincero, dove la parola è gesto d’amore[15].

Gli idioti sono inutili capolavori: quando spariscono, nessuno li cerca più, pochi li ricordano. Allora è come se dimenticassimo noi stessi. I loro nomi, ma anche i nostri, non hanno particolare rilevanza. I nomi sono come quei fiati che, in un attimo, svaporano nell’aria gelida dei crudi giorni della merla, i nomi sono fili d’erba su acque di fiume, scorrono e vanno, irrimediabilmente, e noi con loro, verso quello che, con un’immagine triste e dolce insieme, Biagio Marin definiva El mar de l’Eterno [16].

_____________________

1. Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, minimum fax, 2019

2. Ermanno Cavazzoni, Vite brevi di idioti, Feltrinelli, Milano, 1994.

3. Michel Foucault, Storia della follia, Rizzoli, Milano, 1980, pp.11sgg.

4. Il termine kallopismata (ornamenti dell’oscurità) in C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano, 1982, pp.99-100. Il termine è di origine platonica, cfr. Gorgia, 492c

5. Vittorio Bodini,Introduzione a Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi, Torino, 1980.

6. Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi, Torino, 1973.

7. Fabrizio De André, Non al denaro né all’amore né al cielo, 1971.

8. Daniele Benati, Opere complete di Learco Pignagnoli, Aliberti, R. Emilia, 2006.

9. I.B. Singer,Gimpel è l’unico saggio, Corriere.it, 27 marzo 2012.

10. Con un cambio visione dalla pagina allo schermo è ben giustificabile l’uso del  termine  felliniano: i personaggi felliniani sono sempre, a loro modo, portatori e custodi di forme di estraniamento, di marginalità e di fragilità esistenziale. Si pensi alla Gelsomina de La strada, 1954. Tante pure le analogie con Un uomo chiamato cavallo di Eliot Silverstein, 1970: in un villaggio Sioux il prigioniero francese Batise si finge idiota e pazzo, sapendo che i pazzi sono rispettati dagli indiani. Ancora: Forrest Gump di Robert Zemeckis, 1994, Shlomo di Train de vie di Radu Mihaileanu, 1998.

11. J.L.Borges, Elogio dell’ombra, Einaudi, Torino,1981, p.108.

[12]. Georg W.Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Bari, 1974,p.431.

[13]È l’Estate la stagione dei pazzi,
veniamo in movimenti concentrici
dai centri dai tombini dai vetri
delle vostre macchine a farvi paura.
Perché la nebbia vera è solo vostra.
Riccardo Olivieri, A quale ritmo, per quale regnante, Passigli, 2017.

[14]. A riguardo si veda Rochester, A Satyr against Mankind, 1674, in Poesie e satire, Einaudi, Torino, 1968, p.148-149
Ed è questa ragione che disprezzo
Riempiendo di frenetiche moltitudini
di sciocchi pensanti
Quei reverendi manicomi, università
e scuole
Non è la vera ragione che disprezzo, ma la vostra.

15. Carlo Lapucci, Eroi senza lapidi, Edizioni Clichy, Firenze,2014.

16. Biagio Martin, El mar de l’Eterno, All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1967.

Aggiungi un commento